«Chi sceglie la politica o la televisione deve mettere in conto il dissenso, che non può trasformarsi in una fonte di guadagno». Si sviluppa attorno a questo principio il confronto con l’avvocato Olga Milanese, che assiste diversi cittadini colpiti da richieste di risarcimento per commenti sui social da parte di personaggi pubblici, tra cui l’ex ministro della Salute Roberto Speranza. Una pratica che, pur muovendosi nei binari della legalità formale, rischia di trasformarsi in una forma indiretta di censura.
Il confine tra reputazione e dissenso
Si può parlare di un «sistema» o si tratta di casi isolati?
«Le procedure di mediazione contro i cittadini hanno assunto dimensioni rilevanti. Secondo quanto riferitomi, l’ex ministro Speranza ha dato mandato alla società Talento per difendere la propria immagine; quest’ultima ha poi cercato tra i commenti social le persone da inserire nelle procedure di risarcimento».
Proteggere la propria reputazione è un diritto legittimo anche per i personaggi pubblici. Dov’è il problema?
«Formalmente la procedura è legittima. Il limite etico viene superato quando un esponente politico usa i social per comunicare scelte pubbliche cruciali, come quelle sulla pandemia che hanno stravolto la vita dei cittadini, ma poi rifiuta il dissenso».
In che modo si supera questo confine morale?
«Subentra un profilo immorale quando figure con un forte potere politico ed economico si appoggiano a società specializzate per trasformare le critiche, anche aspre, in un vero e proprio achievement lucrativo (“sistema di risarcimento”). È significativo che il medico Matteo Bassetti si sia persino vantato pubblicamente di finanziarsi le vacanze con i soldi dei risarcimenti ottenuti da chi rispondeva alle sue provocazioni».
In cosa consiste, nello specifico, il profilo immorale di queste mediazioni?
«Nel fatto che una figura pubblica sfrutti la propria superiorità economica e influenza politica per spingere il comune cittadino ad accettare un accordo. Le società specializzate partono da richieste di risarcimento altissime per poi proporre cifre più contenute (intorno ai 1.500-2.000 euro), spesso rateizzabili».
Non è tanto il rischio di una condanna quanto il timore dei costi a spingere i cittadini a pagare?
«Pur di evitare un lungo e costoso processo da cui chiunque, contro Speranza o contro un qualsiasi personaggio televisivo noto, uscirebbe verosimilmente soccombente, il cittadino preferisce pagare e chiudere la pratica. Il vero guadagno del “sistema” non sta quindi nella singola transazione, ma nella quantità complessiva dei casi gestiti».
Gli insulti e il diritto di critica
Anche l’uso di termini pesanti come «assassino» rientra nella critica legittima?
«Gli auguri di morte restano inaccettabili. Tuttavia, l’accusa di essere un “assassino” va contestualizzata: nasce come reazione esasperata alle decisioni politiche di quel periodo. Si crea così un doppio standard evidente: il cittadino rischia una condanna penale o risarcitoria per un epiteto, mentre i politici vengono scagionati in tribunale per le scelte concrete che hanno impattato sulle vite di quegli stessi cittadini. Non c’è parità di giudizio».
Il vero paradosso sembra essere l’esistenza di due pesi e due misure nel linguaggio pubblico…
«Esattamente. Se un personaggio pubblico in tv etichetta i contrari a certe norme come “criminali”, le denunce dei cittadini vengono regolarmente archiviate, perché i magistrati non ravvisano un’offesa diretta al singolo (io stessa, quando difendevo il diritto a non vaccinarsi, sono stata definita “avvocato della morte” in diretta tv dal senatore Maurizio Gasparri, senza conseguenze). Se invece è il cittadino a reagire sui social, scatta la tagliola del risarcimento».
In pratica, chi ha visibilità gode di una sostanziale impunità verbale…
«È un meccanismo basato sulla paura. Le richieste iniziali sono altissime – tra i 10 e i 15.000 euro – per poi scendere a transazioni minime che il cittadino accetta pur di chiudere la pratica. Chi esprime giudizi dall’alto non paga mai dazio, mentre chi risponde dal basso subisce una forte pressione economica».
Chi si difende, però, obietta che i social non possono diventare una cloaca di insulti liberi.
«E ha ragione. Ma va fatta una distinzione netta: le minacce di morte o l’incitazione all’odio vanno perseguite penalmente. La dura contestazione sull’operato di un politico, invece, rientra nel pieno diritto di critica e non può essere sanzionata».
Il rischio di una censura indiretta
Esisterebbe un modo per tutelare l’onore senza pretendere denaro?
«Basterebbe richiedere una semplice lettera di scuse, ma persino questa strada è stata snaturata. C’è un fondo di profondo egocentrismo in tutto questo: che senso ha collezionare lettere di scuse da centinaia di sconosciuti? Forse per scriverci un libro domani?».
Qual è, in definitiva, il messaggio che emerge da questa vicenda?
«Non si possono usare gli strumenti legali per zittire il dissenso. Questo “business della querela” si traduce nei fatti in una censura indiretta: il cittadino colpito da queste richieste di mediazione, per paura di subire nuove azioni risarcitorie, in futuro eviterà di esprimere anche la più banale delle critiche. Il vero rischio è la progressiva compressione della libertà di opinione».
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