Citando Mario Monicelli viene da ripetere: cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione. Dalle parti di Fabriano il genio non è uno scherzo: si è fatto impresa che significa oggi sei stabilimenti, 2.600 dipendenti, un fatturato che supera i 452 milioni e un’Elica che va contro il vento della deindustrializzazione in Europa, contro la concorrenza sleale dei cinesi, contro l’accettazione che il distretto del bianco, che ha fatto di Fabriano una sorta di unicum mondiale come fabbrica diffusa, sia destinato a un declino inesorabile.
Cinquantasei anni fa Ermanno Casoli – veterinario – ebbe il colpo di genio: inventare la prima cappa aspirante. A muoverlo, il desiderio che nelle cucine ci fosse aria pulita. Se n’è andato giovanissimo, è toccato al figlio Francesco Casoli, vent’anni dopo quel colpo di genio, continuare a far girare l’Elica.
Francesco, del gruppo Elica, è presidente dopo esserne stato amministratore delegato per 16 anni, è un uomo del fare: ama l’arte; ama il lavoro, e la Fondazione Casoli è una istituzione imprescindibile; ama il confronto ed è stato senatore del Popolo della Libertà dal 2006 al 2013. «Mi piaceva Silvio Berlusconi perché era un uomo d’impresa».
Perché allora allontanarsi dalla politica?
«Faccio politica costruendo, lavorando. Ho rappresentato fino a tre anni fa le imprese familiari e il mio impegno è impedire che l’industria muoia, non solo lo stabilimento, ma la cultura, il desiderio d’impresa, il rispetto per l’impresa. Che prima di tutto è fatta dagli operai. Io a questo declino non ci sto. Il mio fare politica è questo».
«I tedeschi si vergognano un pochino di Ursula»
È appena rientrato dalla Germania, che aria tira lì? Sono preoccupati davvero dell’ascesa di AfD?
«La sensazione che ho avuto parlando con chi fa impresa è che i tedeschi si vergognano un pochino di Ursula von der Leyen. Sono tutti consapevoli che se continua l’ascesa di AfD l’Europa è finita, ed è finita anche per le difficoltà della Francia. È evidente che se saltano questi due pilastri per l’Ue non c’è futuro. Non so dire se è un bene o è un male: so che è così».
Potrebbe essere un bene?
«Mi limito a constatare che nell’Ue c’è un chiaro disegno di deindustrializzazione per portare fuori dall’Europa una parte dell’economia, della produzione. Ma se succede che facciamo? Viviamo col mandolino? Facciamo i camerieri? Tutto bello, per carità, ma l’economia, la creazione di valore sono un’altra cosa. 130.000 licenziamenti alla Volkswagen, con ricadute pesantissime anche in Italia, come si fermano? Con cosa si sostituisce quel lavoro, quel valore?
Tutto perché una ragazzina, Greta Thunberg, uscendo da scuola si è seduta sui gradini e ha tirato fuori un argomento che qui è stato preso troppo seriamente e troppo male. È del tutto evidente che il Green deal è stato costruito e imposto con un lavoro di lobby fuori dall’Europa per schiacciare la produzione europea. E io, davanti a un Green deal non bilanciato, che riguarda solo l’Europa, combatto: voglio salvaguardare le industrie».
Le difficoltà del cosiddetto distretto del bianco sono da imputare al Green deal?
«Non solo: c’è, e lo ribadisco, una precisa volontà in Europa di deindustrializzare. Capiamoci: il distretto del bianco, e cioè lavatrici, elettrodomestici, ma anche forni, cappe aspiranti, piani cottura, è meno “pesante” in termini di fatturato, di occupati e di indotto, rispetto all’automobile, ma è un’industria di notevole importanza sia per i consumatori, sia per le tecnologie che impiega, sia per la centralità che occupa in alcuni territori.
L’Italia è leader nella progettazione, ha artigiani e competenze tra i suoi lavoratori che nessuno nel mondo ha. Per questo non mi rassegno all’idea che il distretto del bianco sia finito e del resto noi siamo l’esempio che si può fare, si può stare sul mercato producendo in Italia e all’italiana.
Tuttavia, e torno all’Europa, non posso essere costretto a comprare l’acciaio in Asia con un dazio del 50% perché a Bruxelles hanno deciso che in Europa non si fa più acciaio. Se poi il mio concorrente asiatico quell’acciaio lo compra senza dazio e viene qui a vendere il suo prodotto senza alcuna tariffa è chiaro che il mercato salta. Il ragionamento è semplice. Mi costringi a comprare acciaio in Asia col dazio? Perfetto: allora metti il dazio sul prodotto finito che entra dall’Asia in Europa, sennò vuol dire che hai deciso che io devo morire».
Lei parla di lobby: è convinto che in Europa ci sia un Cina gate?
«Se sia un Cina gate non lo so, che esista un Asian gate mi pare evidente. Altrimenti non c’è spiegazione a questa miopia di favorire in tutti i modi le esportazioni asiatiche e di penalizzare in tutti i modi le produzioni europee».
Sta chiedendo protezionismo?
«Ma quale protezionismo! Sto chiedendo di stare sul mercato ad armi pari. E non lo chiedo io Casoli, lo chiedono gli industriali di tutta Europa. In questi giorni mi sono visto con il più importante produttore di mobili della Germania, che è anche uno dei maggiori d’Europa, e mi ha detto: noi questa “rivolta” contro le disparità di mercato e la burocrazia europea dobbiamo farla ora, subito, dobbiamo proteggere il nostro lavoro o è finita».
«Non mi rassegno all’idea che il distretto del bianco sia finito»
Eppure in Italia c’è chi come Romano Prodi guarda al modello di relazioni con la Cina che si è sviluppato sin qui. Che ne pensa?
«Che Prodi sbaglia. Soprattutto guardando all’impresa italiana. Nel resto d’Europa hanno grandi agglomerati industriali e quindi sentono con ritardo e in maniera ammortizzata la concorrenza, in Italia siamo dinamici, flessibili, abbiamo bisogno di interventi rapidi, di un mercato dove le condizioni sono pari.
Venga Prodi a dirmi come fare se i miei concorrenti hanno condizioni di maggior favore. Io non voglio andare a produrre in India, perché le competenze che ho in Italia non le trovo da nessun’altra parte. E non mi sento secondo a nessuno.
Ci hanno messo i piedi nel cemento e ora ci stanno spingendo in mare per farci affogare, ma non ci riusciranno. E questa cosa non riguarda solo noi italiani. Io ho un concorrente tedesco, Bora, che lavora ottimamente. Scontiamo, io più di lui, costi più alti di energia, abbiamo mille laccioli, ma sulla qualità non ci battono».
Lei con vigore ha detto che chiudere l’Ilva è un delitto.
«Non possiamo rinunciare all’acciaio: un Paese come il nostro senza l’acciaio non ha futuro. L’Ilva è la più grande acciaieria d’Europa e va rimessa in condizione di produrre. Quando mi dicono che la crisi del bianco è irreversibile io mi arrabbio. Tu dammi l’acciaio dell’Ilva, io ci metto capacità di produzione e qualche buona idea e confermiamo che siamo i migliori del mondo a produrre forni, cappe, elettrodomestici.
Anche le crisi aziendali che sento in giro non hanno fino in fondo una giustificazione. La nostra Costituzione è fondata sul lavoro, non sulla cassa integrazione. So che i sindacati per l’Ilva hanno una proposta, vorrei tornare ai tempi di Ciampi e mi pare che questo governo questo stia facendo: un’alleanza dei produttori.
E però il governo deve avere la capacità di denunciare gli ostacoli che non ci consentono di produrre. È vero che gli operai sono diminuiti, ma non occuparsi più del lavoro e dell’impresa è impossibile. Noi abbiamo tecnologia e primato produttivo. Ci dicono che siamo indietro con l’Intelligenza artificiale. E non è vero: noi la usiamo per quello che è: uno strumento.
Ma il modello italiano del distretto, della fabbrica diffusa, della flessibilità produttiva è ancora vincente. E non s’illudano che si possa campare solo di finanza».
A proposito, che giudizio dà del credito?
«Le banche fanno ottimamente il loro lavoro, bisogna però avere dei progetti industriali che stanno in piedi. Credo che chi parla di finanza, chi ci spinge ad andare all’estero, chi in Europa vuole distruggere l’industria lo faccia perché non ha cultura industriale. E forse fa gli interessi di qualcun altro».
«Von der Leyen difetta di leadership, non è una guida»
Che giudizio dà di Ursula von der Leyen?
«La Von der Leyen difetta di leadership, non è una guida. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia attraversare il deserto infuocato di questo contesto internazionale: politico ed economico.
Quanto all’Europa oggi è del tutto marginale, così com’è non funziona. Bisogna pensare a una federazione di Stati, va tolta di mezzo l’unanimità, va rilanciata la cultura d’impresa e sgravata l’economia dalla troppa burocrazia.
Noi in Italia di problemi ne abbiamo tanti e tanti ce li creiamo. Io avevo 12 anni e sentivo parlare dell’Alta velocità: non l’abbiamo ancora finita. Abbiamo detto no al nucleare ed Enrico Mattei – che stava a Matelica, uno dei vertici del distretto del bianco – mentre portava avanti l’Eni pensava già al nucleare.
A chi dice no al nucleare ricordo che la centrale Phénix francese che ci dà il 12% di energia è appena al di là del confine. È come la faccenda del gas russo. Si deve trovare un punto di equilibrio: stiamo pagando un prezzo altissimo per una guerra che non è la nostra. La questione energetica è esiziale, dobbiamo trovare un modo per risolverla. E non è certo dicendo dei no, sventolando delle bandiere rosse in piazza che si risolve».
Però Donald Trump sulla nostra crisi energetica e sulle guerre fa profitto…
«Donald Trump senza dubbio è fonte anche del disordine mondiale e di certo guadagna sul gas che ci vende. Però va detto che in America le macchine cinesi non le trovi, che se vuoi produrre in America devi rispettare le loro regole, che gli operatori su quel mercato si muovono ad armi pari.
Perché l’Europa non impone a chi ci invade con le proprie merci gli stessi standard di sicurezza, di tutela ambientale, il rispetto dello statuto dei lavoratori? Questo Trump per difendere le imprese americane lo ha fatto».
In conclusione: tre cose che farebbe subito per l’Italia…
«Dazi su merci strategiche che vengono dall’Asia che fanno dumping, investimento sulla scuola tecnologica e una comunicazione a tappeto per veicolare le verità che ci vengono offuscate dalle troppe fake news che inquinano la nostra economia, il nostro modo di produrre, la nostra vita.
E un quarto impegno: per salvare le nostre industrie, assicurare un futuro ai nostri operai, farei qualsiasi cosa».
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