Fabio Ricci e Alessandra Drusian dei Jalisse
I Jalisse, Fabio Ricci e Alessandra Drusian, durante una delle loro esibizioni (Ansa)

Il Festival di Sanremo non è tutto nella vita e i Jalisse, noto duo costituito da Fabio Ricci e Alessandra Drusian, marito e moglie, ne sono perfettamente consapevoli. Tuttavia l’essere selezionati per l’Ariston sarebbe un traguardo importante per due cantautori. Sanremo l’hanno vinto nel 1997 con un brano memorabile, Fiumi di parole.

Per una concomitanza di circostanze avverse legate a establishment e regolamenti della manifestazione, che loro stessi stentano ancora a comprendere, hanno provato a riproporsi per 29 volte al festival ligure, stabilendo quello che è probabilmente un record. Sempre un rifiuto. Adesso ci riprovano ancora per l’edizione 2027. Nel 2023 hanno partecipato, in Honduras, all’Isola dei famosi. Vivono tra Oderzo e Rieti e macinano migliaia di chilometri a bordo della loro Ford Kuga.

Gli inizi di Fabio e Alessandra

Fabio, nato a Roma nel 1965. Che professione hanno svolto i tuoi e com’è nata la passione per la musica?

«Sono nato una domenica all’ospedale San Camillo. Mancava l’acqua. Mi hanno lavato con l’alcol. Quindi sono puro come un giglio. I miei genitori hanno avuto diversi bar, quindi possiamo dire che sono nato nel bar. A 12 anni ho imparato a fare il caffè. A 13 mi sono innamorato, a Natale, di una tastierina per bambini, una Bontempi, e a 16-18 anni scrivevo testi e melodie dietro il bancone».

Stessa domanda per Alessandra, veneta di Oderzo…

«Il mio papà faceva il muratore, facendo la spola da Oderzo a Treviso, tanto che ha costruito la casa dove adesso abitiamo. Quando si è sposato è diventato infermiere all’ex ospedale psichiatrico e poi in neuropsichiatria. Grande passione per la vigna del nonno. Mia mamma faceva l’operaia alla Sole a Oderzo. Poi, quando si è sposata è diventata casalinga. La passione per il canto mi è nata spontaneamente già all’asilo. Alle elementari dopo la preghiera cantavo una canzone. Alle medie a Oderzo c’erano i paninari e mi prendevano in giro perché parlavo in dialetto. Per cui volevo diventare poliziotta per fare giustizia. Dopo le medie una mia amica mi ha trascinato in concorsi canori…».

Come vi siete conosciuti?

Fabio: «Alessandra, finito Gran premio, su Rai 1, con Baudo nel ’90, fu chiamata da un discografico per fare un contratto di produzione. Io ero un cantautore solista, conoscevo i discografici, mi chiamano come autore per Alessandra. Consegno la cassettina con un brano, Liberami, che avevo scritto pensando al rapimento di Patrizia Tacchella di cui rimasi molto male. Conobbi Alessandra e poi ci siamo persi di vista per due anni. Nel ’92 viene a Roma, ci rivediamo alla Stazione Termini e lì rimaniamo folgorati. Il 6 gennaio 1992 abbiamo iniziato il vostro rapporto».

Vi siete sposati nel 1999. In chiesa?

Alessandra: «Il 18 ottobre del ’99, a San Giovanni Rotondo. Nella chiesetta dove Padre Pio celebrava le messe, c’è anche il suo confessionale».

Fabio, quindi il vostro duo canoro nacque prima del matrimonio…

«Molto prima, nel ’97 abbiamo fatto Sanremo. Nel ‘92, quando è nata la nostra coppia d’amore, girai per le case discografiche presentando Alessandra come solista. Non succedeva niente e allora dissi “proviamo a fare un duo”. Lei disse “quando avremo una figlia la chiameremo Jalissa” che era il nome di una ragazza di una serie tv americana dei Robinson. Io: “Jalissa potrebbe essere trasformato in Jalisse, il nome del nostro duo”. Nell’ottobre del ’93 abbiamo creato una nostra etichetta e da quel momento siamo rimasti indipendenti per portare avanti le nostre produzioni. Con l’etichetta Jalisse siamo arrivati alle selezioni di Sanremo del ’95, a Sanremo ’96 con Liberami e a quello del ’97 con *Fiumi di parole».

Poi avete avuto due figlie.

Alessandra: «Angelica, 26 anni e Aurora, 19. Fin da subito abbiamo voluto creare una famiglia».

La vittoria a Sanremo e i 29 tentativi

Perché dopo quella vittoria a Sanremo ’97, presentato da Mike Bongiorno, non siete più saliti su quel palco?

Fabio: «C’è un’ampia letteratura. Quando abbiamo vinto c’era il regolamento di Pippo Baudo del ’95 dove il giovane che si presentava e passava le selezioni poteva partecipare nei “Big”. Quando abbiamo cantato per la prima volta Fiumi di parole abbiamo ottenuto così tanti voti che ciò ha sconvolto anche aspettative di produttori e grandi artisti. C’era la Doxa, il maestro Pavarotti presidente di giuria, in giuria Giorgio Moroder, Nicola Piovani… Da testimonianze la giuria disse “sono forti e meritano la vittoria”. Il giorno dopo la vittoria scoppiano le polemiche, “chi sono questi? chi li produce? chi c’è sotto?”. Addirittura accuse di plagio, quando non ci fu nessun reclamo da altri autori. Il brano era al 100% nostro. Si attivò una macchina del fango soltanto perché noi, da outsider, avevamo vinto. Gigi Vesigna scrisse un libro in cui raccontò tutta la verità».

Indomiti. Ci riprovate per Sanremo 2027.

Alessandra: «Dopo 30 anni possibile che i Jalisse non possano salire su quel palco? Dobbiamo ancora pagare lo scotto? Tutti gli anni abbiamo sempre proposto 2-3 brani, anche in collaborazione col maestro Bacalov, con Maurizio Fabrizio, con Rita Levi Montalcini. Abbiamo provato anche con brani meno impegnati, insomma ce l’abbiamo sempre messa tutta e ci farebbe tanto piacere riuscirci…»

Avete già un’idea del brano che proporrete e sarà di vostra composizione?

Fabio: «Abbiamo appena finito il tour nel quale facciamo sentire anche i brani che non sono andati a Sanremo. Il brano lo stiamo definendo e come ogni anno attenderemo l’esito… Noi siamo cantautori e le nostre idee partono sempre da casa».

Dove nacque Fiumi di parole?

Alessandra: «Una parte del testo, in collaborazione con Carmen Di Domenico, la scrissi, sulla melodia di Fabio, sotto l’albero di mandarini sul terrazzino al primo piano di via Calimno 35 a Roma, dove abitavamo. Quel tavolino da giardino ce lo portiamo sempre appresso».

Un verso: «Fiumi di parole, fiumi di parole, tra noi / prima o poi ci portano via / ti darò il mio cuore se vuoi…». Talvolta si parla pure troppo.

Alessandra: «Un altro verso dice “vorrei fermare un’immagine / sentirla entrare dentro di me / un tuo silenzio più complice vorrei”. A volte con le parole è come fare una grande abbuffata, e poi stai male. A volte i silenzi, la quiete, lo sguardo… Devono parlare i sentimenti. Devi sapere però che inizialmente era dedicata ai discografici che incontravo. Per la linea editoriale o perché non volevano investire erano solo fiumi di parole».

Dai progetti nelle scuole alla fede

Siccome non esiste solo Sanremo, in questi 30 anni avete fatto moltissime cose impegnate. Come l’iniziativa «Crescere insieme a L’Aquila». I ragazzi delle scuole che hanno scritto canzoni. Non male la cosa…

Fabio: «Iniziammo nella scuola di nostra figlia Angelica e poi ci accorgemmo che poteva essere un progetto formativo. Il primo grande evento lo facemmo a Oderzo, con 14 scuole, poi a Treviso, a Villorba. E poi, tre mesi dopo il terremoto, a L’Aquila coinvolgendo 13 scuole che incontrammo. Prendemmo 13 artisti locali, 13 scuole medie, e coinvolgemmo i ragazzi che raccontavano con le loro parole il dramma vissuto con il sisma. Poi le mettemmo in musica e ci fu un concerto allo stadio Fattori. Progetto senza finalità discografica o di business. Uno di questi pezzi dei bambini, Ritornerà il futuro, fu tra quelli che cercammo di portare al Festival di Sanremo, ma non come Jalisse. Molto belle anche le esperienze al carcere di San Vittore e con la professoressa Montalcini che, se sei sotto un discografico o una major, non fai».

Luce e pane, vostra canzone per la beatificazione di Padre Pio: «Mostrami la via / quando cade al buio l’anima…». Come ebbe origine la vostra devozione per il santo di Pietrelcina?

Fabio: «Nel 1996 purtroppo perdo un nipote, a 17 anni, figlio di mia sorella, un momento tragico, devastante, avevamo appena fatto Sanremo ’96 con il brano Liberami. Mia sorella si avvicinò sempre di più alla religione, a Padre Pio, ai gruppi di preghiera. Nel ’97 andammo a Sanremo con questo immenso dolore. Nel ’98 facciamo una tournée, nel ’99 mia sorella ci dice che sarebbe bello se ci fossimo sposati in quella chiesetta a San Giovanni Rotondo e decidemmo di sposarci lì. I gruppi di preghiera, padre Gerardo Di Flumeri, il vicepostulatore della canonizzazione di Padre Pio, ci hanno chiesto di fare questa canzone che cantiamo anche nei nostri concerti».

Alessandra, il vostro comune percorso di fede continua?

«Assolutamente sì, ci dà luce e ci fa stare bene».

Ma ti capita di mettere il broncio a Fabio?

«Sono tremenda, batto i piedi per terra e il pugno sul tavolo. Però Fabio Ricci, con leggerezza e simpatia, mi strappa il sorriso e finisce tutto».

Fabio: «Siamo bene assortiti, lei è un po’ asburgica, io, essendo romano, tendo a essere più metafisico».

Dai Jalisse a Canzonissima

In primavera di quest’anno avete partecipato a Canzonissima condotta da Milly Carlucci.

Alessandra: «Una fretta incredibile, ci hanno chiamato una settimana prima, una trasmissione dove si canta. Inizialmente dovevamo fare 4 puntate, abbiamo fatto Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri. Risposta del pubblico ottima e abbiamo fatto tutte e sei le puntate. Milly Carlucci una grandissima professionista come tutto il suo team, persone meravigliose che ci hanno accolto a braccia aperte».

Non va bene dire una preghiera a Padre Pio per Sanremo, giusto?

Fabio: «Questo non l’abbiamo mai pensato e mai voluto perché la battaglia di libertà sul nostro lavoro deve essere terrena. Io prego perché tutta la nostra famiglia stia bene».

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