Il rischio di uno choc petrolifero non è ancora superato. Bisogna comunque attrezzarsi, a prescindere dalla chiusura dello stretto di Hormuz, secondo Alessandro De Nicola, presidente di The Adam Smith Society. E se la prende con «le anime belle» che ancora oggi per motivi ideologici più che realistici si oppongono al nucleare pulito di nuova generazione.
Il rischio di uno choc petrolifero non è ancora superato. Bisogna comunque attrezzarsi, a prescindere dalla chiusura dello stretto di Hormuz, secondo Alessandro De Nicola, presidente di The Adam Smith Society. E se la prende con «le anime belle» che ancora oggi, per motivi ideologici più che realistici, si oppongono al nucleare pulito di nuova generazione.
Accise, debito pubblico e spesa dello Stato
Partiamo dalla benzina. Il taglio dei prezzi alla pompa è una misura efficace per sostenere famiglie e imprese, o rischia di essere soprattutto un intervento temporaneo?
«Parlando di quello che può fare il governo, il taglio delle accise ritengo sia sbagliato per tre motivi. Il primo è che, quando i prezzi salgono, la risposta di mercato è diminuire la domanda, non incoraggiarla. Il secondo motivo riguarda la finanza pubblica: bisogna evitare di aggravare i conti dello Stato: lo spread è tornato sopra i 100 punti base. Cosa vuol dire? Che l’Italia paga più interessi sul debito pubblico, che già quest’anno sfioreranno i 100 miliardi l’anno. Lo spread aumenta se c’è la percezione che i conti pubblici non siano in ordine e la crescita sia bassa. La crescita purtroppo è bassa: almeno sui conti si deve cercare di tenere la barra dritta. In più è un beneficio regressivo: avvantaggia il possessore della Ferrari più di quello della Panda. Molto meglio, quindi, sotto due profili su tre, il primo e il terzo, l’eliminazione del bollo auto per le auto di piccola cilindrata. Questa sì che è una misura mirata».
Ma chi, secondo lei, dovrebbe sostenere l’eventuale costo di una riduzione delle accise?
«Si potrebbe fare attraverso tagli alla spesa pubblica. Ma non credo sia una buona idea ridurre le accise».
È corretto, lo chiedo a lei che è stato tra i fondatori di movimenti dell’area centrista e liberale, utilizzare risorse pubbliche?
«L’utilizzo di risorse pubbliche in caso di situazioni di emergenza è politicamente inevitabile, ma bisogna vedere come vengono utilizzate. Aggravare il deficit ci porterà a spendere di più in interessi, ad esempio. Spostare la spesa da improduttiva a produttiva è già una cosa molto più sensata».
Cosa succederà ora che l’Europa ha negato all’Italia l’innalzamento del tetto di spesa?
«Niente, come sempre. Non si capisce nemmeno perché ci mettiamo sempre in questa condizione di questuanti cui si risponde inevitabilmente di no, visto che gli altri 26 Paesi non potrebbero tollerare eccezioni proprio a favore di chi ha già il rapporto debito/Pil più alto d’Europa».
L’Italia continua ad avere un debito pubblico molto elevato: c’è margine di manovra per finanziare tagli fiscali e far fronte al rigore dell’Unione europea?
«Certo, basta economizzare sulle voci più rilevanti. Le pensioni, ad esempio. Bisogna smettere di avere un regalino all’anno che costa qualche miliardo: una volta è il differimento dell’allungamento dell’età pensionabile, un’altra l’allargamento della platea dei lavori usuranti, un’altra ancora l’opzione donna.
Le spese della pubblica amministrazione sono alte in quanto inefficienti (la mancanza di centrali d’acquisto che consentano economie di scala è un esempio) e gli annunci più trionfalistici sono sulle assunzioni di centinaia di migliaia di persone nel pubblico impiego, senza che ad oggi ci sia alcun premio al merito. Spero e credo che la recente riforma Zangrillo forse qualche miglioramento lo porterà, speriamo. Nel settore della sanità, invece che spendere di più bisogna spendere meglio: 500 milioni sono buttati solo per farmaci scaduti…».
«Lo choc petrolifero non è ancora superato»
Con la chiusura a singhiozzo dello stretto di Hormuz, in molti temevano che si potesse arrivare a uno choc petrolifero: è un rischio ormai superato?
«No, mi piacerebbe molto rispondere in un altro modo ma, purtroppo, c’è ancora questa possibilità e non possiamo escluderla del tutto. E allo stesso tempo c’è ancora qualche anima bella che ostacola il nucleare e qualche anima insana che ostacola le rinnovabili, come fa ad esempio la Regione Sardegna, mentre bisogna subito cominciare a lavorare sul medio termine per diversificare l’approvvigionamento energetico e renderlo più “pulito”».
Considerando che siamo alla vigilia della manovra 2027, un momento molto delicato, l’elenco della spesa sarebbe molto lungo. Il governo punta a ridurre le tasse sul ceto medio, è una misura che produce crescita?
«Ridurre le tasse al ceto medio è una misura che stimola i consumi e gli investimenti per la quota di risparmio che il ceto medio rappresenta, quindi bene perché genera crescita. Non è la misura che ha effetti più sostanziali tra varie possibili, come per esempio potrebbero avere gli sgravi fiscali sugli investimenti, sarebbe meglio mirati e non generalizzati, ma quella di mettere mano alle aliquote del ceto medio è certamente una scelta positiva».
Sul piatto l’ipotesi di innalzare la soglia del regime forfettario può favorire il lavoro autonomo oppure rischia di creare un gap rispetto ai lavoratori dipendenti?
«Il regime forfettario all’italiana è una misura che definirei incredibilmente pasticciata. Quasi impossibile pensarla peggio di così. Se lei guadagna 84.900 euro paga un 15% forfettario di tasse e quindi si porta a casa netti circa 72.200 euro. Se lei guadagna 90.000 euro, quindi ben di più, e se è un lavoratore autonomo vuol dire che i suoi clienti la apprezzano di più, paga l’intera Irpef normale, con aliquota massima al 43%, e porta a casa 59.100 euro!».
Ma è comunque un taglio delle tasse su un ceto sotto forte pressione fiscale, in un Paese dove le tasse non mancano…
«Sì, ma non credo sia uno schema che funzioni perché incentiva a produrre e guadagnare di meno, scoraggia il merito e incoraggia l’evasione. La cosa giusta sarebbe abolirlo».
«Per far ripartire gli investimenti bisogna tagliare la burocrazia»
Lei ripete spesso che l’Italia soffre di una stagnazione cronica. Quali sono i primi tre lacci burocratici o fiscali che reciderebbe domani mattina per far ripartire gli investimenti?
«Se ne parla sempre, ma la prima cosa è l’accelerazione delle procedure autorizzative per stabilire attività d’impresa o impianti di energia rinnovabile, cioè alleggerire la burocrazia del nostro Paese. Bisognerebbe poi riformare il fisco abolendo quante più detrazioni fiscali possibili, le famose tax expenditures, e regimi agevolati, in cambio di un abbassamento delle aliquote Irpef e Ire, e mirare ad una tassazione il più possibile neutrale.
Penso, infine, che in Italia sia di fondamentale necessità mettere a gara praticamente tutti i servizi pubblici, senza discrezionalità. Sarebbe una bella scossa per cambiare marcia e uscire, appunto, dalla stagnazione cronica che ci tiene imbrigliati e non ci permette di crescere».
Negli ultimi anni, anche a livello europeo, si è assistito, invece, a un forte ritorno dell’intervento pubblico nell’economia (sussidi, golden power, nazionalizzazioni di fatto). È la fine dell’illusione liberista o l’inizio di una nuova inefficienza statale?
«Senza dubbio l’inizio di una nuova inefficienza statale: l’economia sta andando meglio o peggio grazie a questi lacciuoli? Va meglio nei Paesi liberalizzati, come quelli del Nord Europa o alcuni dell’Est come la Polonia o in quelli meno liberalizzati? Anche in Europa ci sono differenze tra Olanda e Svezia da una parte e Bulgaria o Italia dall’altra».
«I liberali sono individualisti per definizione»
Presidente, dopo l’implosione del progetto tra Calenda e Renzi, c’è ancora spazio in Italia al centro o l’area liberale è destinata alla frammentazione?
«I liberali sono individualisti per definizione, salvo che il liberalismo esalta l’individualismo anche perché facilita la cooperazione volontaria: insieme le cose si fanno spesso meglio rispetto alla cooperazione imposta dallo Stato o da una pubblica autorità. Questa seconda parte della lezione liberale sembra un po’ dimenticata, ma il liberale è anche qualcuno che tendenzialmente è per natura ottimista: è vero, io sono da sempre liberale, e devo dire che mi piace lavorare con gli altri ma soprattutto sono ottimista. Anche per il futuro del nostro Paese».
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