Pure la chimica è affossata dal Green. La Meloni rilancia: «Rivedere gli Ets»
Il nuovo presidente di Federchimica, Francesco Buzzella (Ansa)

«La transizione ecologica deve essere pragmatica, non ideologica, perché se si distrugge l’industria non è transizione: si chiama solo regressione». Il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella, non ci gira tanto attorno. Nel giorno dell’assemblea dell’associazione industriale che presiede, si fa portavoce delle preoccupazioni della sua categoria che in Italia vale 60 miliardi di euro di fatturato, conta 117.000 addetti altamente qualificati e ha la Lombardia come regione trainante.

Meloni rilancia: «Bisogna intervenire sugli Ets»

Il suo è un atto d’accusa in sintonia con quanto il governo va dicendo da inizio legislatura e che anche ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito nel messaggio all’Assemblea. A cominciare dal sistema degli Ets «sul quale bisogna intervenire» come parte di quel Green deal e delle politiche europee che «hanno contribuito ad aggravare le difficoltà delle imprese, quando hanno imposto oneri e tempi scollegati dalla disponibilità di alternative tecnologiche ed energetiche sostenibili per le imprese». Buzzella ha evidenziato che a causa degli Ets, la chimica italiana versa oltre 600 milioni all’anno, destinati a diventare 1,5 miliardi entro il 2030.

Nessuno mette in discussione l’obiettivo della decarbonizzazione, ha ribadito la premier, «servono però imprese in grado di investire, fare ricerca e sviluppare nuove tecnologie; è necessario privilegiare chi produce rispetto a chi utilizza lo strumento a fini speculativi». È quindi fuori da qualsiasi logica «far chiudere uno stabilimento in Europa per importare gli stessi prodotti da nazioni con standard ambientali inferiori. Significa perdere lavoro, competenze e autonomia, senza un beneficio per il clima».

Federchimica: «Siamo sull’orlo di una crisi esistenziale»

L’allarme di Federchimica sulla crisi del settore è arrivato forte e chiaro. «Siamo un mercato interessante e stabile e gran parte del resto del mondo ci invidia per questo, per i 450 milioni di consumatori e per i nostri risparmi, ma siamo davvero sull’orlo di una crisi esistenziale», ha detto Buzzella, «i motivi sono costi energetici e delle materie prime, dumping cinese, carenze infrastrutturali, competitività, normative. A volte, sembra che ci troviamo sul ponte di una nave a fissare l’orizzonte senza essere in grado di afferrare il timone».

Energia cara e rischio di chiusure degli impianti

L’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione chimica è passata dal 14% del 2021 al 18% del 2024, e rischia oggi di superare il 23%. Il gas in Europa costa fino a nove volte quello statunitense. Non parliamo solo di margini che si assottigliano, ma di un rischio concreto di fermate produttive, rinvio degli investimenti e delocalizzazione. E chiudere un impianto significa perdere per sempre competenze, occupazione e sovranità tecnologica. In questo scenario di crisi, le aziende devono sottostare «alla zavorra delle politiche climatiche europee anteposte a quelle industriali». Bruxelles insiste sull’idrogeno verde e la «CO2 capture and utilization» che, avverte Buzzella, «sono ancora oggi tecnologicamente complessi ed economicamente non sostenibili per essere utilizzati su larga scala». L’unica via d’uscita è «la neutralità tecnologica: la politica fissi traguardi ambientali ragionevoli, ma lasci alle imprese la libertà di scegliere le soluzioni più efficienti per raggiungerli».

Produzione chimica in calo e posti di lavoro a rischio

A livello europeo, «la capacità produttiva persa nel settore chimico tra il 2022 e il 2025 è di 37 milioni di tonnellate, equivalenti al 9% del totale, con 110.000 posti di lavoro coinvolti. Negli ultimi quattro anni le chiusure annunciate nel settore sono sestuplicate. In Italia la produzione chimica risulta di oltre il 13% inferiore al 2021», ha puntualizzato il presidente dei chimici, sottolineano che è la quinta industria del Paese e l’Italia è il terzo produttore europeo. Inoltre le speranze di una rapida risoluzione del conflitto in Medio Oriente si stanno rivelando vane e la produzione chimica in Italia è prevista in ulteriore contrazione del 3% nel 2026 con possibili ricadute sul 2027.

La Cina conquista quote di mercato mentre l’Europa arretra

Mentre in Europa è in atto una deindustrializzazione, la Cina conquista maggiori fette di mercato forte di una politica che ha considerato la chimica come l’acciaio, due settori strategici e ad essi ha dato ampi aiuti pubblici (tra le tre e le otto volte superiori rispetto a quelli dei Paesi dell’Ocse). «Loro l’hanno compreso e noi invece ce ne siamo dimenticati. In venticinque anni Pechino ha preparato la propria invasione industriale», afferma Buzzella. Il risultato è che dal 2004 a oggi, la Cina è passata da circa un decimo a quasi metà della produzione chimica mondiale fornendo una straordinaria leva competitiva ai settori a valle. «Nel 2019 proveniva dalla Cina il 5% delle importazioni chimiche italiane, contro il 17% del 2025. In questo stesso lasso temporale le nostre esportazioni verso quel mercato sono aumentate del 20%, ma le importazioni sono cresciute del 410%».

Tutto ciò avrà effetti molto concreti sulla vita dei cittadini e dei lavoratori europei, avverte il presidente dei chimici e dice di avere «qualche dubbio sul grado di consapevolezza delle tecnostrutture comunitarie di quanto sta accadendo».

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