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Matteo Salvini (Ansa)

È il giorno di Matteo Salvini, la sua riconferma al congresso per la guida della Lega era prevista ma non scontata. Sono 465 i voti per lui, il 76% dei consensi espressi dai 611 delegati che hanno partecipato alla votazione.

Nuovo simbolo e nuovo nome: «Lega Italia Federale». «Con il voto di oggi vi siete presi un impegno: sia chi ha votato Salvini, sia chi ha votato Massimo Garavaglia. Il congresso mi sembra che abbia tracciato il solco: identità, autonomia e federalismo, ma il centralismo è sulle nostre teste», spiega il segretario.

La novità principale è nella struttura del partito: nasce una segreteria politica di nove membri, nominati e revocati dal segretario federale, espressione dei livelli nazionale, regionale e locale.

«Sarà pronta in 15 giorni», assicura Salvini, che punta sui veneti. Dopo l’impegno a Claudio Durigon, chiede l’aiuto al presidente del Consiglio regionale veneto, Luca Zaia, e al presidente di Regione, Alberto Stefani. «Sono due degli uomini di cui vado più fiero», ha detto, «saranno preziosi e rappresentano tantissimi amministratori validi che abbiamo in Veneto e in tutta Italia».

E poi «Luca sicuramente darà una mano nei prossimi mesi nel percorso vincente e virtuoso». Ma la risposta di Zaia, forse per natura, è tiepida: «Vedremo e cercheremo di capire. Mai mettere il carro davanti ai buoi, non è mai stato il mio stile».

Chi tra gli altri? Sicuramente la fedelissima Silvia Sardone, papabile candidata del centrodestra per la guida di Milano. Tra quei nove nominato probabilmente anche Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera.

Il nome indecifrabile, come sempre, è quello di Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia, considerato il garante dei leghisti agli occhi dei mercati e dei moderati, non si capisce se entrerà nella segreteria politica o meno. E ci si chiede, quindi, se entrerà qualcuno dell’area dello sfidante Garavaglia. Non lui, sicuramente.

Il fronte dei critici perde la sfida ma lascia il segno. Il risultato di Garavaglia che supera il 20% è sicuramente rilevante, ma non mette in discussione la leadership di Salvini. Resta aperto il nodo Massimiliano Romeo. Salvini non chiarisce se il risultato del congresso avrà conseguenze sul ruolo del capogruppo al Senato.

«Chiedetelo ai senatori», risponde. E aggiunge un messaggio chiaro a tutti: «Le correnti le lasciamo alla Schlein e al Pd». Il Partito democratico viene evocato anche per un altro motivo: Salvini riconosce l’errore strategico dell’alleanza con i dem nel governo Draghi. Errore strategico perché in parte causa dell’emorragia di consensi nella Lega.

«In questi due anni onestamente, ritornassi indietro, non entrerei mai nel governo Draghi col Pd, quello l’ho detto e quello non è stato utile alla Lega, ma all’Italia sì, perché se avessimo lasciato la sinistra solo a gestire il Covid non so come sarebbe finita».

Ma chiarisce: «È innaturale per noi governare col Pd, già era complicato con i 5 stelle, figurati con i 5 stelle e il Pd, mi faccio carico io di questa responsabilità anche se è una scelta che non ho preso da solo».

«Mi faccio un pochino da parte io», spiega riferendosi al nuovo logo, «anche se diranno che l’ho data vinta a quelli che fanno polemica. Qualcuno mi ha detto di non farlo, di togliere solo “premier”, sennò poi cosa scrivono i giornali… Mi interessa meno che zero». Salvini voleva un logo chiaro, lineare e riconoscibile.

«Perché uno ci sceglie nella cabina? Perché c’è l’Alberto da Giussano e poi c’è la Lega». Nella presentazione del nuovo simbolo si tira fuori un articolo dell’Unità del 1994 che raccontava l’idea di Umberto Bossi di cambiare il marchio Lega Nord proprio in Lega Italia Federale. Il senatùr, per le europee di quell’anno, scelse un logo con queste parole, lo sfondo bianco e le scritte blu.

Da quell’idea riparte ora il nuovo corso grafico della Lega: «Come possiamo riassumere una Lega nuova, forte e protagonista in Italia? Lega Italia Federale. Tiene insieme il passato, il presente e il futuro».

Il federalismo, però, per Salvini non può più essere quello di Bossi. «Il centralismo una volta era nei palazzi romani, ora è traslocato più a Nord». Si riferiva all’Unione europea, Salvini, dove ha passato anni e conosce bene i fili che si muovono da lassù.

Infine, una polemica sorta con i giornalisti tutti sistemati in una sala stampa al piano inferiore, come spesso accade per le grandi convention. «Da giornalista iscritto all’Ordine ho chiesto io agli organizzatori di lasciarli lì, per non inquinare delegati e militanti che non meritano di essere circondati da certa gente che non è qua per raccontare la Lega», affonda duro.

E continua: «Ho letto che Repubblica e Corriere hanno già fatto le liste elettorali, con esclusi e inclusi. Tutte cazzate da Prima Repubblica di giornalisti “servi” che sono qua solo per fare il male della Lega. Evitate di leggere quello che scrivono in questi giorni», il consiglio ai militanti.

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