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Francesco Acquaroli (Imagoeconomica)

Reduce a fine settembre scorso – fa quasi un anno – da una sonante riconferma alla guida della Regione Marche, Francesco Acquaroli, appena poco più che cinquantenne, è l’uomo del momento per Fratelli d’Italia e un esempio di buon governo di tutto il centrodestra. Sindaco giovanissimo a Potenza Picena ha studiato economia, ma ha un’autentica passione per l’agricoltura (fa un’ ottima Ribona, vitigno bianco autoctono del maceratese, e anche il Rosso da Montepulciano non gli viene male), per la sua terra e per il turismo. Proprio in questi giorni ha portato a casa un progetto: rianimare i paesi dell’interno – che portano ancora le cicatrici del sisma di dieci anni fa – con una nuova proposta d’impresa che guarda alla storia, all’identità, alla tradizione e col rilancio dei centri storici: culla della marchigianità.

Presidente, cominciamo dalla legge anti kebab.

«L’obiettivo è valorizzare e tutelare i nostri prodotti tipici, le nostre autenticità e l’identità gastronomica, culturale e artigianale dei territori, legandole ai luoghi della memoria storica e ai nostri borghi. Chi ha parlato di questa legge con l’intento di mistificarne il significato spesso non ha compreso la storia e la dimensione dei nostri centri: realtà spesso molto piccole, dove anche pochi interventi possono alterare il volto e l’identità. La legge mette a disposizione dei sindaci uno strumento per individuare le aree nelle quali valorizzare le eccellenze gastronomiche, culturali, artigianali, artistiche ed enologiche. Potranno inoltre valutare se determinate attività siano coerenti con la vocazione di piazze o luoghi nel rispetto delle normative vigenti. La nostra è un’identità mediterranea, formatasi nel corso della storia attraverso molte influenze. Ma la contaminazione è cosa diversa dalla sostituzione di una cultura con un’altra. Tutelare l’autenticità dei borghi significa preservarne l’identità e renderli più attrattivi sotto il profilo turistico e commerciale. Questa legge rappresenta un ulteriore tassello della strategia di rilancio dei centri storici e delle aree interne che caratterizza in modo chiaro l’azione politica del nostro governo regionale».

Le Marche sono state con Manlio Germozzi la culla della rappresentanza artigiana e qui gli artigiani sono una forza economica rilevante: quella sua legge tende a valorizzare le produzioni territoriali?

«Questa legge dà continuità a una strategia avviata cinque anni fa, quando, anche grazie ai fondi europei, abbiamo cercato di rilanciare il borgo e il centro storico nella loro essenza più autentica, valorizzandone la dimensione culturale, artigianale, enogastronomica e commerciale. I borghi e le città sono i luoghi nei quali il nostro artigianato affonda le radici. In tante realtà marchigiane, dai laboratori e dalle botteghe sono nate imprese che hanno dato vita a un tessuto manifatturiero capace di conquistare i mercati internazionali con marchi e prodotti oggi riconosciuti ovunque per qualità e valore. Associare uno spazio fisico alla sua storia e alle sue produzioni significa rafforzare un modello che può diventare uno strumento di rilancio economico».

Lei guida una Regione bellissima come territorio, ma che sta vivendo la crisi demografica soprattutto in alta collina. La legge anti kebab è collegata ad un’azione di rilancio di quei territori?

«Questa legge è uno degli strumenti con cui vogliamo dare continuità alla volontà politica di rimettere con forza i territori al centro, offrendo una visione e nuove prospettive, creando attrattività turistica, commerciale e residenziale in luoghi che più risentono della crisi demografica. 

Il recupero urbano è certamente importante, ma deve essere accompagnato da opportunità concrete. Il nostro obiettivo è tutelare queste realtà, valorizzarne l’identità e contribuire a creare le condizioni perché le comunità possano continuare a viverle e a guardare con fiducia al futuro».

Siamo prossimi al decimo anniversario del terremoto. A che punto è la ricostruzione, ma soprattutto a che punto è la ricostituzione delle comunità e del tessuto economico delle zone devastate?

«La ricostruzione materiale è in uno stato avanzato e, soprattutto nell’ultimo triennio, ha conosciuto quella profonda accelerazione che si attendeva dal 2017-2018. Oggi si stanno compiendo importanti passi avanti anche sul versante del rilancio sociale ed economico. La sfida più complessa resta quella di ricostruire le comunità e recuperare terreno rispetto a una crisi che, in molte aree, esisteva già prima del sisma del 2016. Oggi, però, registriamo con fiducia un rinnovato interesse verso le nostre bellissime aree interne e l’intero Appennino marchigiano. Stiamo cercando di colmare quel divario attraverso iniziative regionali e nazionali, grazie anche al fondamentale sostegno del governo Meloni, che sta dedicando particolare attenzione a questi territori, anche attraverso la Zona economica speciale (Zes)».

Si cominciano a vedere gli effetti della Zes? E se sì quali?

«Su questo tema registriamo una forte dinamicità e un interesse crescente, testimoniato dalle richieste delle imprese e dal dibattito che si è sviluppato. I primi risultati si sono già visti negli ultimi mesi dello scorso anno. L’auspicio è che questo interesse si traduca sempre più in investimenti, occupazione, innovazione, ricerca e sviluppo, contribuendo a rafforzare un tessuto manifatturiero e imprenditoriale che continua a rappresentare uno dei principali punti di forza delle Marche».

Sotto il profilo economico lei ha ereditato una Regione che con le amministrazioni di centrosinistra è scivolata da Regione in sviluppo a Regione in transizione. Il trend si sta invertendo?

«Il trend sta cambiando. Le Marche hanno saputo resistere e far crescere l’export, cercando di fronteggiare perdite molto pesanti. La nostra Regione ha perso una multinazionale che non produceva soltanto occupazione, ma alimentava un intero sistema economico, favorendo la nascita di managerialità e imprenditorialità. A questo si è aggiunto il fallimento di Banca Marche, il nostro istituto di riferimento. La crescita dell’export e la tenuta del Pil indicano un’inversione di tendenza. Abbiamo messo in campo strategie efficaci e molti progetti, ma dobbiamo continuare a lavorare per restituire piena competitività alla nostra Regione».

Pur essendo una regione relativamente piccola la sua ha ben 4 università: quale futuro vede per la ricerca e quali ricadute anche per trattenere i giovani? Qui l’Intelligenza artificiale fa meno paura?

«Le nostre università hanno storie secolari e identità profondamente legate al territorio. Sono una grande ricchezza e possono svolgere un ruolo decisivo nella ricerca, nell’innovazione e nella capacità di trattenere i giovani. L’Intelligenza artificiale, se ben governata, non fa paura: è un’opportunità. Dobbiamo affrontarla con un approccio pragmatico e non ideologico, impedendo che la tecnologia sostituisca il ruolo dell’uomo. Deve diventare un’alleata della competitività, della crescita e delle nostre università».

Torna in Parlamento il dibattito sulle autonomie. Lei che ne pensa? E riguardo alla Sanità l’autonomia è un vantaggio? Voi avete comunque in parte risolto il problema delle liste d’attesa…

«I dati dicono che le Marche sono tra le regioni più efficienti d’Italia sul fronte liste d’attesa. Questo ci incoraggia, pur nella consapevolezza che le criticità esistono ancora e che c’è molto da fare. Meglio però affrontare i problemi partendo da una posizione di testa anziché rincorrere. Lo dobbiamo a tutti i nostri cittadini e a tutto il personale che ogni giorno lavora per garantire il funzionamento della sanità marchigiana. L’autonomia deve essere letta come un’opportunità di sviluppo e come uno stimolo a costruire un’organizzazione sempre più efficace. Può aiutarci a garantire servizi migliori e il giusto sostegno alle imprese e alle comunità. Non deve diventare una bandiera ideologica, ma essere uno strumento capace di liberare nuove possibilità e migliorare la qualità delle risposte offerte ai cittadini».

Lei ha affrontato meno di un anno fa le elezioni per la sua riconferma. Il centrodestra è ancora unito come allora? Le imboscate sulla legge elettorale sono sintomo di un disagio nella coalizione?

«Il centrodestra è unito e coeso. Lo dimostrano i risultati ottenuti nelle elezioni amministrative e regionali: da anni rappresenta un’alternativa alle sinistre e costituisce ormai un patrimonio politico importante per il Paese. Quanto accaduto sulla legge elettorale appartiene più alle dinamiche parlamentari che a quelle politiche. Non ha nulla a che vedere con le segreterie dei partiti né con la compattezza della coalizione di centrodestra».



Il generale Vannacci è un problema o una risorsa? E comunque dove si colloca e dove lei lo collocherebbe?

«Finora ho visto soltanto voti espressi insieme alla sinistra. Per questo il tema non è dove lo collocherei io, ma dove si sia collocato da solo. In questi anni, nonostante le difficoltà, che non sono certo imputabili direttamente a noi, il presidente Meloni e il governo hanno saputo farsi rispettare in tutti i contesti internazionali, accreditando l’Italia come un Paese stabile, serio e affidabile. Non credo che chi sceglie di votare insieme a Schlein, Fratoianni e Conte possa rappresentare un contributo positivo per la coalizione di centrodestra».

Tra un anno si vota. Pensa che reggerà l’intesa di centrodestra? E vede il voto a scadenza naturale o anticipato?

«L’intesa reggerà, perché il centrodestra è forte sia come coalizione sia nel Paese. Abbiamo la fortuna di essere guidati da una leader autorevole, riconosciuta a livello nazionale e internazionale per i risultati conseguiti, la credibilità costruita e la serietà dimostrata. Giorgia Meloni ha saputo coniugare pragmatismo e visione, indicando una direzione chiara e coerente. Sono convinto che il governo proseguirà il proprio lavoro e che si arriverà al voto alla naturale scadenza della legislatura».

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