golfo iran raid
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La guerra fra Stati Uniti e Iran starebbe snervando il presidente americano Donald Trump. E non cambia molto l’equazione, l’asserzione, da parte del Wall street journal, della partecipazione segreta delle aviazioni di Bahrein e Kuwait, per la prima volta, a incursioni americane avvenute «all’inizio del mese», centrando «depositi di droni e missili nell’interno dell’Iran, obiettivi indicati dall’intelligence degli Emirati Arabi Uniti».

Sempre il Wall street journal, che ha sentito «fonti interne all’amministrazione Usa», ha scritto che la Casa Bianca ha risuonato di «urla e imprecazioni» contro i capi di Teheran, definiti da Trump «feccia e pazzi». Il presidente «sta perdendo la pazienza ed è entrato in modalità vendetta», incaponendosi nel mandare aerei e missili sulla Persia. Lui stesso ha ieri messo in guardia Russia e Cina dal sostenere l’Iran con armi e informazioni: «A mio parere, russi e cinesi non partecipano alla guerra. Se lo facessero, sarebbe molto brutto per loro. Certo non è nel loro interesse». Frasi originate dal sospetto, rilanciato nei giorni scorsi, che precisi attacchi di droni iraniani su stazioni della Cia in Medio Oriente potessero essere possibili solo grazie a «soffiate» dei servizi segreti russi.

Aleggia l’incubo del Vietnam, che resistette e infine sconfisse gli Usa grazie agli aiuti russi e cinesi. C’è più di un’analogia, fra l’impegolarsi di Trump nel conflitto iranico e gli inutili sforzi con cui Richard Nixon, con le disperate offensive aeree del 1972 sul Vietnam del Nord, cercò di piegare il nemico. Con la differenza che il repubblicano Nixon, almeno, il pantano vietnamita l’aveva ereditato dai predecessori democratici John Kennedy e Lyndon Johnson e non ci si era ficcato di sua volontà.

L’attuale presidente cerca di spaventare Teheran minacciando di usarne i fondi congelati in America per ripianare danni alla navigazione nello Stretto di Hormuz, con annunci senza base giuridica: «Qualsiasi danno arrecato a navi, carichi o beni a essi correlati sarà risarcito utilizzando fondi iraniani in possesso e sotto il controllo degli Stati Uniti». Al che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha illustrato la portata dell’arbitrio, considerando che, per esempio, nemmeno i fondi russi congelati in Occidente per la guerra in Ucraina sono mai stati, finora, toccati: «Confiscare i beni di un’altra nazione è un precedente incendiario. Una volta che i governi normalizzano la confisca, i beni di nessuno sono al sicuro».

Nonostante i bombardamenti, l’Iran è in grado di reagire e di riparare gran parte dei danni. Lo ha confermato il Wall street journal riportando analisi di esperti israeliani ed euro-americani sulla base di immagini satellitari Planet labs, da cui si nota, ad esempio, che la base missilistica sotterranea iraniana di Kangavar, di cui erano stati centrati tunnel e vie d’accesso, è stata ripristinata. E così anche ponti e altre infrastrutture, tanto da far scrivere il Wsj: «È preoccupante la continua resilienza dell’Iran, nonostante una campagna aerea con 20.000 attacchi al culmine della guerra». Ieri gli americani hanno condotto nuovi raid con aerei e missili colpendo, secondo il comando Usa Centcom «centri di comando, depositi di droni, reti di comunicazione, siti di sorveglianza costiera, al fine di ridurre la minaccia iraniana per navi commerciali nello Stretto di Hormuz». Sono state bersagliate le basi navali dei pasdaran sull’isola di Qeshm, situata nello stretto, dove albergano navi posamine e droni, ma anche una base aerea nella provincia di Isfahan. Alla periferia di Ahvaz, si sono registrati quattro morti, mentre sono state colpite anche il porto di Bandar Abbas e perfino il quartier generale settentrionale della Marina pasdaran a Gilan, sul Mar Caspio. Gli iraniani hanno risposto colpendo hangar e arsenali americani in Giordania, nelle basi di Muwaffaq Salti e Azraq, e in Bahrein nella base di Sheikh Isa. Anche le basi di Al Salem, Camp Buehring, Camp Doha e Arifjan, in Kuwait, sono state assalite. Più volte nel corso della giornata l’antiaerea del Bahrein è entrata in azione, mentre la Giordania afferma di aver abbattuto sette missili e sei droni iraniani. Perfino la base americana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata bersagliata, ma cinque droni sono stati intercettati.

Secondo «funzionari iraniani» citati da New York Times e Times of Israel, l’Iran potrebbe colpire Tel Aviv come rappresaglia all’estensione dei raid. Al centro delle preoccupazioni resta lo stretto di Hormuz e il blocco delle petroliere, tanto che Axios anticipa che Usa e Gran Bretagna intendono convocare settimana prossima a Londra un vertice internazionale per discutere con gli alleati europei e arabi di una possibile missione navale di sicurezza per lo stretto. Trump, tuttavia, non si fida troppo dei sauditi, se, come riporta la Cnn, s’è infuriato per non essere stato informato sulla tempistica dell’accordo di collaborazione nucleare civile fra Usa e Arabia Saudita, criticando il segretario all’Energia Chris Wright. Politicamente non è il momento adatto, che gli americani collaborino a centrali nucleari saudite, mentre il programma nucleare del vicino Iran viene preso fra i pretesti di questa guerra. E senza contare che l’Arabia Saudita è sospettata di poter, eventualmente, «svegliare» un suo programma atomico militare dormiente, avendo finanziato a suo tempo l’arsenale nucleare del Pakistan, a cui forse compartecipa, e disponendo di decine di missili balistici forniti dalla Cina.

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