cina tibet
Una protesta di tibetani a Berlino (Ansa)

Il 2 luglio, davanti al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, Lobga Rangzen ha compiuto il più estremo dei gesti di protesta. Cinquantadue anni, originario del Tibet orientale, da tempo residente negli Stati Uniti e già presidente del Tibetan National Congress di New York e New Jersey, si è dato fuoco tenendo con sé la bandiera tibetana. È morto poco dopo in ospedale.

Il giorno precedente era entrata in vigore in Cina la nuova Legge per la promozione dell’unità e del progresso etnico. Una coincidenza temporale alla quale le organizzazioni tibetane attribuiscono un significato preciso: Rangzen voleva richiamare l’attenzione internazionale sull’occupazione del Tibet e su una normativa considerata lo strumento definitivo per trasformare l’assimilazione culturale in un obbligo di legge.

Il suo gesto ha provocato manifestazioni in numerosi Paesi. Il 1° luglio comunità tibetane, associazioni per i diritti umani, uiguri, dissidenti cinesi e attivisti di Hong Kong sono scesi in piazza negli Stati Uniti, in India e in diverse città europee. In Italia, il 10 e l’11 luglio, si sono tenute iniziative davanti all’ambasciata cinese a Roma e a Milano, organizzate dalla Comunità tibetana in Italia e dall’Associazione delle donne tibetane.

Secondo la testimonianza pubblicata nel numero speciale della rivista Thais, alle manifestazioni italiane hanno partecipato famiglie tibetane appartenenti a più generazioni: anziani, adulti, adolescenti e bambini. Un’immagine che mostra come, dopo decenni di controllo cinese, la rivendicazione dell’identità tibetana non sia scomparsa. Si è trasferita anche nelle comunità dell’esilio.

L’«unità» secondo il Partito comunista

La legge è stata approvata il 12 marzo dall’Assemblea nazionale del popolo con 2.756 voti favorevoli, tre contrari e tre astensioni. È entrata in vigore il 1° luglio, anniversario della fondazione del Partito comunista cinese.

Pechino la presenta come una norma destinata a rafforzare la coesione nazionale, l’uguaglianza tra i 56 gruppi etnici riconosciuti dalla Repubblica popolare e la «prosperità comune». Nel linguaggio ufficiale, l’obiettivo è «forgiare un forte senso della comunità della nazione cinese» e integrare la gestione delle questioni etniche nel sistema giuridico dello Stato.

Dietro queste formule, tuttavia, le organizzazioni tibetane e numerosi osservatori internazionali vedono qualcosa di molto diverso: la trasformazione delle politiche di sinizzazione elaborate nell’era di Xi Jinping in un’architettura giuridica nazionale.

La norma subordina lingua, istruzione, religione, mobilità del lavoro e sviluppo economico alla costruzione di una sola identità politica cinese. Rafforza l’uso del mandarino nell’istruzione, nei servizi pubblici e nei mezzi di comunicazione. Chiede alle organizzazioni religiose, alle imprese, alle scuole, alle amministrazioni locali e persino alle organizzazioni sociali di contribuire alla formazione di una coscienza nazionale comune.

Per i tibetani il problema non è soltanto linguistico. Quando la lingua tradizionale viene progressivamente esclusa dall’istruzione, anche la memoria storica, la trasmissione religiosa e il rapporto tra le generazioni finiscono sotto il controllo dello Stato.

Il Parlamento europeo, in una risoluzione approvata il 30 aprile, ha denunciato proprio questo rischio. Secondo Strasburgo, la legge attribuisce priorità al mandarino e rafforza la repressione istituzionalizzata e l’assimilazione delle identità tibetana, uigura, hui, manciù e mongola. L’Eurocamera ne ha chiesto l’abrogazione, insieme al rispetto degli obblighi internazionali della Cina sulla tutela delle minoranze.

Un milione di bambini lontani dalle famiglie

La legge non nasce nel vuoto. In Tibet l’assimilazione passa già attraverso un sistema di scuole residenziali nel quale, secondo le stime citate dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni tibetane, è stato inserito circa un milione di bambini.

Molti vengono separati dalle famiglie fin dalla prima infanzia, educati prevalentemente in mandarino e sottoposti a programmi nei quali l’identità nazionale promossa dal Partito occupa una posizione centrale. La chiusura di scuole locali e private nelle zone rurali riduce le alternative per i genitori.

Il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già ministro degli Esteri e presidente della commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, ha definito quella perseguita da Pechino «l’unità distruttiva e omologante dell’assimilazione culturale imposta dal Partito comunista cinese».

Terzi ha richiamato proprio la separazione dei minori tibetani dalle famiglie e il progressivo arretramento della loro lingua. Per l’ex titolare della Farnesina, la legge rappresenta «un attacco orribile e diretto ai diritti umani fondamentali e alle minoranze etniche», aggravato dal silenzio di troppe istituzioni internazionali.

Anche Andrea Di Priamo, presidente dell’Intergruppo parlamentare Italia-Tibet, e la vicepresidente Ilenia Malavasi hanno denunciato il pericolo di cancellazione dell’identità linguistica, culturale e religiosa del Tibet.

La repressione senza frontiere

Il passaggio più inquietante della legge è però l’articolo 63. La disposizione stabilisce che le organizzazioni e le persone situate fuori dal territorio della Repubblica popolare possano essere chiamate a rispondere legalmente di attività dirette contro la Cina che «minano l’unità e il progresso etnico» o producono «divisione etnica».

La formulazione è sufficientemente vaga da comprendere manifestazioni, attività associative, studi accademici, campagne per i diritti umani e interventi parlamentari. Nella prospettiva di Pechino, anche un cittadino europeo che sostenga pubblicamente l’autonomia del Tibet potrebbe essere accusato di favorire il separatismo.

La Cina non può naturalmente applicare in modo automatico la propria legge sul territorio italiano. Ma l’articolo 63 può trasformarsi in una minaccia concreta per chi viaggia nella Repubblica popolare o nei territori sottoposti alla sua giurisdizione. Può inoltre giustificare pressioni sulle famiglie rimaste in Tibet, campagne di intimidazione digitale, sorveglianza delle comunità della diaspora e richieste di cooperazione giudiziaria.

È la stessa logica extraterritoriale già osservata con la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong: Pechino non si limita a vietare il dissenso entro i propri confini, ma pretende di decidere quali opinioni possano essere espresse anche nelle democrazie occidentali.

Il governo cinese respinge queste accuse. Sostiene che la normativa protegga i legittimi diritti di tutte le etnie, favorisca il lavoro e lo sviluppo economico e non autorizzi migrazioni o lavoro forzati. Le critiche occidentali sarebbero, secondo Pechino, un’interferenza negli affari interni della Repubblica popolare.

Ma proprio la pretesa extraterritoriale dell’articolo 63 rende insufficiente questa difesa. Se la legge riguardasse esclusivamente l’amministrazione interna delle minoranze, non avrebbe bisogno di minacciare persone e organizzazioni che operano fuori dalla Cina.

Il silenzio conveniente dell’Occidente

Il caso tibetano mette l’Europa davanti a una contraddizione. I governi occidentali approvano risoluzioni e comunicati sui diritti umani, ma spesso evitano conseguenze politiche per non compromettere rapporti commerciali e diplomatici con Pechino.

La Cina ha imparato a convivere con le condanne prive di costi. Una risoluzione parlamentare, da sola, non modifica il comportamento di un regime convinto che l’accesso al proprio mercato sia sufficiente a neutralizzare qualsiasi opposizione.

Le organizzazioni tibetane chiedono sanzioni mirate contro i funzionari responsabili dei programmi di assimilazione, accesso senza ostacoli al Tibet per gli osservatori internazionali, tutela delle comunità della diaspora e un coordinamento europeo contro la repressione transnazionale.

Anche l’Italia dovrebbe chiarire che nessuna disposizione cinese può limitare la libertà d’espressione, di associazione e di ricerca sul suo territorio. Roma dovrebbe inoltre sollevare sistematicamente il Tibet nei dialoghi bilaterali con Pechino, invece di relegarlo alle dichiarazioni commemorative.

La posta in gioco supera il destino di una singola minoranza. Se uno Stato autoritario può dichiarare illegale, persino all’estero, la difesa di una lingua, di una religione o di un’identità nazionale, allora non sta più amministrando soltanto il proprio territorio. Sta cercando di esportare la propria censura.

Le bandiere tibetane mostrate a Roma, Milano, Bruxelles, Washington e Dharamsala sono dunque anche bandiere europee. Difendono il principio secondo cui l’identità culturale non appartiene al Partito, la religione non è una concessione dello Stato e una dittatura non può imporre il silenzio oltre i propri confini.

Lobga Rangzen ha affidato questo messaggio a un gesto terribile e irreversibile. Alle democrazie spetta il compito di dimostrare che, per essere ascoltati, non dovrebbe essere necessario arrivare a tanto.

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