raid usa iran
I missili iraniani Zolfaghar sono esposti sopra uno striscione raffigurante il presidente degli Stati Uniti Trump in Piazza Azadi a Teheran (Ansa)

E rappresaglia fu. Centcom ha reso noto di aver «colpito decine di obiettivi del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche in Iran, tra cui centri di comando militari, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e infrastrutture marittime».

I raid di Washington sono avvenuti come ritorsione all’attacco che era stato sferrato dai pasdaran contro le forze statunitensi in Giordania: pasdaran che, ieri, oltre a prendere di mira la base di Ali al-Salem in Kuwait, hanno annunciato di aver perso tre dei loro membri durante gli ultimi bombardamenti americani. Tra l’altro, secondo il governo kuwaitiano, gli iraniani avrebbero anche colpito un edificio appartenente a un’azienda cinese, causando la morte di un operaio.

La settimana scorsa, Donald Trump aveva sospeso le offensive contro il regime khomeinista, auspicando una ripresa del processo diplomatico. Un processo che le Guardie della rivoluzione sono tuttavia tornate a boicottare con il loro attacco alla Giordania. Contrariamente al presidente iraniano Masoud Pezeshkian (che vorrebbe una ripresa dei negoziati), i pasdaran sono decisi a mantenere la linea dura nei confronti di Washington. Bisognerà capire se Trump si accontenterà dell’ultima rappresaglia oppure se avrà intenzione di avviare un attacco su vasta scala, come suggeritogli martedì da Benjamin Netanyahu. È in questo quadro complessivo che Pechino ha smentito una rivelazione di Reuters, secondo cui il governo cinese sarebbe stato pronto a fornire 400 lanciamissili antiaerei all’Iran.

Il caso del drone nel porto egiziano di Damietta

A rendere più cupo il quadro, lo scenario di un ulteriore allargamento del conflitto, dopo che, l’altro ieri, un drone ha causato un’esplosione nel porto egiziano di Damietta, provocando un incendio su due navi, di cui una statunitense, adibite allo stoccaggio di gas naturale. «Dopo che l’incendio che ha interessato due imbarcazioni nel porto di Damietta è stato domato, le indagini preliminari delle autorità competenti hanno stabilito che l’incidente è stato causato da un drone», ha confermato, ieri, il governo del Cairo. Secondo il New York Times, due fonti iraniane hanno riferito che «l’esplosione è stata un attacco con droni, progettato per dimostrare che il trasporto marittimo globale e le forniture energetiche potrebbero subire interruzioni più gravi se l’Iran decidesse di intensificare le ostilità».

Le due fonti «non hanno specificato se l’attacco fosse stato lanciato dall’Iran o da una milizia alleata dell’Iran, né da dove fosse partito». A seguito di quanto riportato dalla testata, sia il ministero degli Esteri di Teheran sia gli Huthi hanno precisato di non essere i responsabili del lancio del drone: lancio che è intanto stato condannato dalla Lega Araba, che lo ha bollato come un «tentativo codardo di estendere la portata del conflitto nella regione». Insomma, nonostante le smentite, il rischio è che nella guerra iraniana, dopo quello saudita, possa aprirsi anche un fronte egiziano. Tra l’altro, proprio ieri, il capo di stato maggiore del Kuwait, Khaled al-Shuraian, ha incontrato funzionari della difesa di Riad, per discutere della libertà di navigazione a Bab el-Mandeb.

Diplomazia in stallo tra Trump e Teheran

Nel mentre, i mediatori, che cercano di rilanciare il memorandum d’intesa, stanno correndo contro il tempo. «I negoziati tra le parti sono in corso, in particolare sullo Stretto di Hormuz e per allentare la tensione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri pakistano, Tahir Andrabi. «Stiamo facendo tutto il possibile per riportare tutte le parti al memorandum d’intesa di Islamabad», ha aggiunto. In tutto questo, il ministero degli Esteri iraniano ha comunicato di essere ancora in trattative con l’Oman sulla questione della futura gestione dello Stretto di Hormuz.

La situazione complessiva resta non poco ingarbugliata. Da una parte, il regime khomeinista è spaccato tra Pezeshkian e i pasdaran; dall’altra, anche l’amministrazione statunitense è attraversata da una serrata dialettica interna. Nbc News ha riferito di un Trump esasperato per l’assenza di una strategia unitaria. «Dopo tutto questo tempo, non c’è unità», ha dichiarato un funzionario americano alla testata. Se la Casa Bianca ha seccamente smentito queste indiscrezioni, non è tuttavia un mistero come JD Vance, notorio critico del governo israeliano, auspichi una soluzione diplomatica con la Repubblica islamica. Di contro, Pete Hegseth appare più vicino alle posizioni di Netanyahu.

Nel frattempo, sembrerebbero registrarsi dei passi avanti su Gaza. Secondo Ynet, dei funzionari israeliani hanno riferito che Hamas sarebbe in procinto di accettare un disarmo completo. Al contempo, sempre stando alla testata, «fonti palestinesi hanno riportato progressi sugli armamenti del gruppo terroristico, sulla futura amministrazione di Gaza e su un eventuale ritiro israeliano». Il Times of Israel, dal canto suo, ha riportato che Hamas non avrebbe invece ancora acconsentito a un disarmo totale: il che ha portato un funzionario di Gerusalemme ha specificare che lo Stato ebraico non si ritirerà senza una piena smilitarizzazione della Striscia.

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