È tornata alle stelle la tensione tra Washington e Teheran, dopo che i pasdaran, nonostante gli Stati Uniti avessero sospeso da giorni i loro attacchi alla Repubblica islamica, hanno sferrato un’offensiva contro le forze americane in Giordania.
«Le forze del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche hanno lanciato diversi missili balistici dall’Iran nel tentativo di un attacco a sorpresa contro le forze statunitensi di stanza in Medio Oriente», ha reso noto Centcom, per poi precisare: «Tutti i missili iraniani sono stati intercettati con successo». L’ira di Donald Trump non ha tardato a manifestarsi. «Li colpiremo duramente. Li prenderemo a calci nel culo», ha tuonato il presidente americano, parlando con Fox News. Poco dopo, il dipartimento del Tesoro statunitense ha imposto nuove sanzioni a petroliere ed enti legati all’Iran, alcuni dei quali con sede in Cina.
L’attacco in Giordania certifica, una volta di più, la volontà dei pasdaran di far deragliare definitivamente il processo diplomatico tra Teheran e Washington. Tutto questo, in barba al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, che, pur di allentare la pressione economica statunitense sul regime khomeinista, auspicherebbe un accordo con gli Stati Uniti. Guarda caso, proprio ieri Pezeshkian, pur invocando la resistenza contro gli americani, ha aggiunto che «Dio non ci perdonerà se non riusciremo a migliorare le condizioni di vita e il tenore di vita del popolo». Non solo. L’attacco dei pasdaran rafforza paradossalmente anche la posizione di Benjamin Netanyahu, il quale, durante l’incontro alla Casa Bianca dell’altro ieri, aveva cercato di convincere Trump a riprendere i bombardamenti contro la Repubblica islamica, esortandolo a mettere nel mirino dei siti nucleari che, secondo il governo di Gerusalemme, minerebbero la stabilità regionale. Secondo Axios, il premier israeliano avrebbe, in particolare, discusso tre scenari: o un accordo tra Usa e Iran o il mantenimento del blocco navale americano o il riavvio (intensificato) degli attacchi contro la Repubblica islamica.
Se fino a martedì era più propenso alla diplomazia per scongiurare un ulteriore aumento del costo dell’energia, Trump, a seguito dell’attacco delle Guardie della rivoluzione in Giordania, è ora maggiormente incline a rispolverare la linea dura: il che ovviamente non dispiace affatto al premier israeliano. È in questo clima che, ieri, Netanyahu ha avuto un incontro a Washington con Pete Hegseth: non dimentichiamo che il capo del Pentagono è, nell’attuale amministrazione americana, una delle figure più vicine alle posizioni israeliane. L’esatto contrario di JD Vance che, pur avendo avuto un faccia a faccia con Netanyahu nella serata dell’altro ieri, resta la voce più critica, alla Casa Bianca, nei confronti del governo di Gerusalemme. Il punto è che, adesso, l’attacco iraniano contro la Giordania potrebbe mettere in crisi la linea negoziale, da sempre portata avanti dal vicepresidente statunitense. Insomma, il paradosso è che, alla fine dei conti, sia i pasdaran che Netanyahu vogliono la stessa cosa: far saltare la diplomazia e riprendere la guerra. Ovviamente gli obiettivi sono antitetici. Le Guardie della rivoluzione, che ieri hanno fermato tre petroliere a Hormuz, non vogliono accettare limitazioni al nucleare iraniano né rinunciare al proprio rilevante potere; il premier israeliano punta invece a qualcosa che vada oltre la soluzione venezuelana auspicata da Trump: il che vuol dire o un regime change in piena regola a Teheran o un Iran «spezzettato», ricorrendo magari alla carta curda.
La tensione resta intanto alta anche sul fronte saudita. Washington, in coordinamento con Riad, ha effettuato degli attacchi contro Hashed al-Shaabi: un raggruppamento di miliziani iracheni che, sostenuto dall’Iran, è stato accusato di aver lanciato droni contro gli impianti petroliferi sauditi. Secondo l’organizzazione islamista irachena, l’offensiva avrebbe portato ad almeno 20 vittime, tra cui cinque pasdaran.
Nel frattempo, gli Huthi, spalleggiati dai pasdaran, stanno valutando la possibilità di esigere dei pedaggi dalle navi che transitano nella parte meridionale del Mar Rosso. Ricordiamo che, la settimana scorsa, il gruppo islamista yemenita aveva annunciato un blocco navale ai danni dell’Arabia Saudita. In questo quadro, Pechino avrebbe avuto dei colloqui diretti con gli Huthi per consentire alle proprie navi di attraversare Bab el-Mandeb senza essere prese di mira. Che la tensione stia salendo è, inoltre, testimoniato dal fatto che le forze armate dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno avviato delle esercitazioni congiunte in Bahrain. Tutto questo, mentre ieri, stando a Reuters, un drone ha colpito una petroliera statunitense nel porto egiziano di Damietta. Il governo del Cairo ha reso noto che non ci sarebbero state vittime. Nel momento in cui La Verità andava in stampa, nessuno aveva rivendicato attacchi. Tuttavia, secondo Ynet, quel «porto sarebbe incluso nella “mappa degli obiettivi di rappresaglia” dell’Iran contro l’Ucraina». Il rischio, insomma, è che il conflitto possa ulteriormente allargarsi. Vedremo nei prossimi giorni quali saranno le mosse dei pasdaran e quale strategia Trump deciderà di seguire nei confronti della Repubblica islamica.
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