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Abdul Ballout, il killer di Berlino (Ansa)

Lo Stato tedesco sapeva praticamente tutto di Abdul Ballout. Sapeva che aveva tentato di raggiungere lo Stato islamico per addestrarsi all’uso delle armi, lo aveva arrestato, processato e condannato per preparazione di una grave azione violenta contro la sicurezza dello Stato. Lo aveva classificato come «potenzialmente molto pericoloso» (Gefährder), affidato a un programma di deradicalizzazione, monitorato attraverso i servizi di sicurezza e inserito nei circuiti dell’antiterrorismo. Eppure, tutto questo non è bastato a impedirgli di noleggiare un furgone e di trasformare il gay pride di Berlino in un massacro. Più passano le ore e più, in Germania, il dibattito si concentra sulle falle di un sistema che avrebbe dovuto impedirgli di colpire. Basti pensare che anche il secondo sospettato della strage è stato rilasciato poche ore dopo per insufficienza di elementi.

Ad ogni modo, la vicenda giudiziaria di Ballout è davvero curiosa, per non dire agghiacciante. Il 12 maggio scorso, infatti, il tribunale di Tiergarten lo aveva condannato a un anno e dieci mesi di reclusione per preparazione di una grave azione violenta contro la sicurezza dello Stato e per violazione della legge sulle associazioni. La Procura generale di Berlino aveva chiesto una pena più severa e, soprattutto, il mantenimento della custodia cautelare, ritenendo ancora elevato il rischio rappresentato dall’imputato. I giudici, invece, optarono per la cosiddetta Vorbewährung, un istituto del diritto penale minorile tedesco che rinvia per alcuni mesi la decisione sull’eventuale sospensione della pena, consentendo nel frattempo al condannato di dimostrare di poter essere recuperato. Dopo la sentenza, la Procura presentò immediatamente appello, contestando quella valutazione.

Le motivazioni della sentenza, pubblicate da Focus, spiegano il ragionamento del collegio giudicante. Pur riconoscendo che Ballout intendeva raggiungere la Siria per unirsi allo Stato islamico, i magistrati hanno ritenuto che non rappresentasse ancora un concreto pericolo, valorizzando i nove mesi trascorsi in custodia cautelare, il suo presunto distacco dall’Isis e quella che hanno definito come una «pianificazione dilettantesca» del suo progetto terroristico. Nella sentenza, inoltre, viene descritto come «una persona ancora in fase di sviluppo», con «ritardi di maturazione e di sviluppo recuperabili», motivo per cui è stato giudicato secondo il diritto penale minorile nonostante i suoi 19 anni.

Ma in base a che cosa i giudici lo hanno ritenuto «ancora recuperabile»? In buona sostanza, appunto perché durante il processo Ballout aveva preso le distanze dall’Isis e da ogni forma di violenza. Una valutazione che, però, contrasta con quella della Procura, secondo cui pochi mesi prima il ventunenne aveva tentato di raggiungere la Siria, passando per il Libano, per addestrarsi all’uso delle armi e combattere nelle milizie dello Stato islamico. Il suo passato, infatti, raccontava una storia ben diversa. Già noto alle forze dell’ordine per precedenti di criminalità comune, nella seconda metà del 2025 si era radicalizzato fino a tentare di raggiungere l’Isis. Arrestato e detenuto per tre mesi dalle autorità libanesi, al rientro in Germania era stato immediatamente fermato e classificato come Gefährder. Dopo la scarcerazione non scomparve affatto dai radar dello Stato. Il suo caso venne esaminato più volte dal Centro congiunto antiterrorismo (Gtaz), fu sottoposto alla valutazione del sistema Radar-iTE (il software sviluppato dopo la strage del mercatino di Natale di Berlino del 2016 per misurare il rischio rappresentato dagli estremisti islamici), il suo telefono risultava monitorato e, per alcuni periodi, fu anche sottoposto a osservazione diretta. Nelle settimane precedenti all’attentato, la polizia aveva persino perquisito la sua abitazione dopo che sui suoi social era comparsa la fotografia di una pistola: gli accertamenti stabilirono che si trattava di un’arma giocattolo e l’episodio fu archiviato senza conseguenze.

Tra i soggetti incaricati di seguirlo figurava anche Violence prevention network (Vpn), l’Ong fondata nel 2004 per il recupero dei giovani vicini all’estremismo di destra e successivamente impegnata anche nella deradicalizzazione degli islamisti. L’associazione opera in collaborazione con le autorità federali e dei Länder e, secondo il suo ultimo bilancio, gestisce oltre 11 milioni di euro l’anno, provenienti in larga parte da finanziamenti pubblici. Ballout, tuttavia, aveva partecipato soltanto a due colloqui preliminari: il suo percorso era ancora in fase di valutazione. Gli operatori lo descrivevano come «educato», «estremamente controllato» e «impenetrabile», senza ritenere necessario lanciare particolari segnali d’allarme. Insomma, quasi tutti hanno sottovalutato il pericolo: Ballout non era un terrorista sconosciuto sfuggito ai radar dello Stato, ma un soggetto che magistratura, polizia, intelligence e operatori della deradicalizzazione conoscevano da mesi. Nonostante questo, è riuscito a organizzare l’attacco che ha sconvolto Berlino, certificando il fallimento di un intero sistema di prevenzione del terrorismo.

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