Resta complessa la situazione in Medio Oriente. L’Iran ha fatto sapere che non si sarebbero registrati attacchi statunitensi nella notte tra venerdì e sabato: il che sembrerebbe segnare una pausa delle ostilità dopo 13 giorni consecutivi di offensive reciproche. Si profila dunque un cessate il fuoco all’orizzonte? O si tratta della proverbiale calma prima della tempesta? D’altronde, Donald Trump non ha ancora preso una decisione definitiva sull’«attacco massiccio» con cui ha detto che potrebbe colpire prossimamente la Repubblica islamica. E comunque le fibrillazioni proseguono.
Ieri, le Guardie della rivoluzione hanno, per esempio, annunciato di aver fermato quattro navi nello Stretto di Hormuz. Inoltre, la tensione continua a crescere per quanto concerne il fronte saudita. La coalizione militare guidata da Riad ha condotto degli attacchi contro le postazioni belliche degli Huthi nello Yemen in risposta al blocco navale che questi ultimi avevano imposto lunedì ai danni del regno. Alcune ore più tardi, il gruppo islamista sciita, storicamente spalleggiato da Teheran, ha reso noto di aver condotto delle offensive contro gli impianti petroliferi di Aramco nelle città saudite di Jizan e Yanbu. Tuttavia, forse per smorzare la tensione, ieri sera Al Jazeera riportava che si sarebbe tenuto un incontro, in Oman, tra una delegazione di Riad e il portavoce dell’ufficio politico degli Huthi, Mohammed Abdulsalam.
«Riteniamo che non esista una soluzione militare alla questione dello Yemen, di Bab al-Mandeb e di altre questioni regionali», ha dichiarato, dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, per poi auspicare un «dialogo» tra le parti. Araghchi ha anche sostenuto che la crisi di Bab el-Mandeb «non può essere attribuita all’Iran». Eppure, nei giorni scorsi, Reuters aveva rivelato non solo che i pasdaran avevano esortato gli Huthi a chiudere lo Stretto ma che avevano anche fornito loro missili e droni per agire in tal senso. Le dichiarazioni di Araghchi vanno dunque lette come una sorta di depistaggio? Oppure lasciano trasparire lo scontro in atto, nel regime khomeinista, tra i pasdaran, che auspicano la linea dura con Washington, e chi, come lo stesso ministro degli Esteri iraniano, vorrebbe rilanciare la diplomazia per alleviare la pressione economica degli Stati Uniti sulla Repubblica islamica?
Per ora, l’ala delle Guardie della rivoluzione sta mantenendo il sopravvento a Teheran. La loro strategia è chiara: bloccare gli Stretti per far alzare il costo dell’energia e danneggiare politicamente Trump in vista delle Midterm di novembre. Il Partito repubblicano statunitense, del resto, rischia oggettivamente molto. Dall’altra parte, oltre a non risolvere la disastrosa situazione economica in cui versa l’Iran, la linea dei pasdaran, a causa delle sue vaste ripercussioni sui prezzi del petrolio, inizia a impensierire (e, forse, a irritare) anche quei Paesi che sono tutt’altro che ostili al regime khomeinista. Si pensi solo alla Turchia, che, sulla questione degli Huthi, si è schierata con l’Arabia Saudita. Per la Repubblica islamica potrebbe configurarsi un problema, soprattutto alla luce del fatto che, nel corso di questa crisi, gli iraniani hanno fatto affidamento su Ankara in funzione anti-israeliana (una settimana fa, Araghchi ha infatti lasciato intendere che sarebbe stato Recep Tayyip Erdogan a convincere Trump a non assecondare Benjamin Netanyahu nella sua idea di ricorrere alla carta curda contro il regime khomeinista).
Nel frattempo, il New York Times ha riferito che, secondo l’intelligence statunitense, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, sarebbe molto più propensa del padre alla possibilità di sviluppare armi nucleari. Inoltre, secondo il Wall Street Journal, Teheran starebbe potenziando il suo missile balistico Kheibar Shekan per eludere meglio le difese aeree. Ciononostante, l’altro ieri, Trump ha aperto alla diplomazia. «Stiamo parlando con loro. Credo che stiano diventando sempre più seri con il passare dei giorni, forse per ovvie ragioni, ma stiamo parlando con loro proprio ora», ha detto, aggiungendo che Teheran «sarebbe felice di raggiungere un accordo», per quanto «non sia pronta a farlo». Parole, quelle del presidente statunitense, che sono state tuttavia respinte dalla Repubblica islamica. «Chiediamo a Dio che le forze di terra dell’esercito americano aggressore si trovino in una posizione tale da poterle affrontare sul campo», ha affermato un alto funzionario militare iraniano. Come che sia, ieri sera Axios ha riferito che, al momento, il presidente americano sarebbe tornato favorevole ai colloqui e avrebbe ordinato di sospendere i raid.
È poi tornato sotto i riflettori il rapporto tra Trump e Netanyahu. Il presidente americano ha acconsentito a ricevere a Washington il premier israeliano martedì prossimo. Fortemente voluto da Neyanyahu, l’incontro è rimasto in forse per parecchi giorni. Il che lascia intendere che tra i due leader continuino a registrarsi delle tensioni. A tal proposito, non dimentichiamo le recenti critiche che il vicepresidente statunitense, JD Vance, ha mosso nei confronti del governo israeliano. Come sottolineato da Axios, appare quindi improbabile, anche se non impossibile, che Trump possa ordinare un eventuale attacco massiccio contro la Repubblica islamica prima del faccia a faccia con Netanyahu.
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