Era sorto, nel 2015, come una rivolta dei «dimenticati» contro le élite. E oggi, dopo più di dieci anni, il trumpismo (nella carica politicamente esplosiva che lo ha contraddistinto) è riuscito a penetrare fin dentro quelle stesse élite, provocando una significativa spaccatura al loro interno.
A esemplificare questa situazione sta la recente intervista che Elon Musk ha rilasciato alla direttrice dell’Economist, Zanny Minton Beddoes. Il colloquio ha toccato numerosi temi, a partire da quello del futuro dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, è sui passaggi politici che emerge forse la maggiore distanza tra queste due figure: entrambe appartenenti all’«establishment», ma, al contempo, assai lontane l’una dall’altra.
Non a caso, la frizione principale è emersa sui movimenti della cosiddetta «estrema destra». «Lei sostiene non solo la destra populista, ma anche l’estrema destra», ha detto la Minton Beddoes, rivolgendosi a Musk. «No, io sostengo la gente normale», ha replicato il ceo di SpaceX. «Ciò che lei chiama “estrema destra” falsamente», ha aggiunto. «Lei può tornare indietro di dieci o quindici anni e queste politiche erano completamente normali», ha continuato Musk. «Uno degli scherzi che trovo più divertenti è prendere un discorso di Obama o Hillary e portarlo a qualcuno che sostiene quella che io chiamo l’estrema sinistra folle e dirgli: “Che cosa ne pensi di questo discorso di Trump?” Diranno: “Oh cavolo, è la persona peggiore di sempre”. In realtà quello era un discorso di Obama o di Hillary», ha aggiunto.
«Le mie posizioni politiche sono molto centriste. Non sono di estrema destra. Francamente, definirle di estrema destra è un insulto alla storia e a molte persone. È una menzogna oltraggiosa. È completamente assurdo. Ho letteralmente espresso la mia posizione, e sono stato molto chiaro al riguardo: è necessario che i confini siano sicuri», ha anche detto, per poi proseguire: «Se c’è un afflusso di immigrati, questi devono essere persone che condividono gli ideali e i valori occidentali. Se si verifica una crescita a lungo termine di persone che non condividono, o in alcuni casi si oppongono fermamente, ai valori occidentali, si rischia di scatenare una guerra civile. È ovvio. Lo capirebbe anche un bambino, ma questa non è una posizione di destra. Sto semplicemente affermando la realtà». Musk, che ha rivendicato la sua attività a capo del Doge l’anno scorso, non ha poi rinunciato a una stoccata nei confronti dei media. «Penso che il problema siano i media. La gente vi odia molto più di quanto odi me, e non sembrate rendervene conto», ha detto.
Immaginatevi se, dieci anni fa, sarebbe stato pensabile che uno dei leader del settore ipertecnologico statunitense potesse parlare in questo modo. Nel 2015, la maggioranza della Silicon Valley, per non parlare dell’establishment mediatico americano ed europeo, erano graniticamente schierati contro il trumpismo. Lo stesso Musk non ha mai fatto mistero di aver votato Obama nel 2012, Hillary Clinton nel 2016 e Joe Biden nel 2020. Poi, qualcosa è cambiato. Durante i quattro anni dell’amministrazione Biden, alcuni mondi, un tempo ostili al trumpismo, hanno cominciato ad avvicinarglisi. Sotto questo aspetto, Musk, che nel 2028 sarebbe intenzionato a sostenere JD Vance, fu una sorta di precursore. Lo spartiacque è stato, se vogliamo, la crisi afgana di agosto 2021. Gli apparati della Difesa americana iniziarono a mostrare irritazione per come Biden aveva gestito il dossier. E hanno quindi cominciato a remargli contro. Poco dopo Musk, che tramite SpaceX è uno storico appaltatore del Pentagono, ha acquistato Twitter, ribattezzandolo X: da qui, si è sempre più ritagliato il ruolo di contropotere mediatico, avvicinandosi anche progressivamente al Partito repubblicano, fino all’endorsement dato a Trump nel 2024.
E qui veniamo alle cause profonde di questo cambiamento. L’amministrazione Biden ha fallito su vari fronti. Le sue ricette ideologiche in materia di immigrazione, woke e green hanno allontanato dal Partito democratico pezzi del suo storico elettorato, dai colletti blu agli ispanici. Dinamiche simili hanno riguardato il progressismo europeo: basti pensare alle difficoltà di Emmanuel Macron in Francia e alla recente caduta di Keir Starmer nel Regno Unito. Il fallimento delle élite progressiste, che hanno provato a trincerarsi dietro la demonizzazione degli avversari, ha quindi aperto un dibattito in seno allo stesso establishment internazionale, che si è man mano spaccato: se una parte è rimasta arroccata sulle sue vecchie posizioni e rendite di potere, un’altra si è mostrata aperta a capire i movimenti che, in questi anni, sono sorti in reazione alle ricette economico-politiche del vecchio paradigma, tendenzialmente legate alla globalizzazione di marca clintoniana. Ecco: dall’intervista di Musk all’Economist emerge proprio questa dicotomia.
Certo, una componente opportunistica ci sarà indubbiamente. Ma ridurre tutto a questo sarebbe semplicistico. Il punto è che il trumpismo ha iniziato a portare avanti una lotta per l’egemonia culturale e, al contempo, l’estremismo progressista ha cozzato con la realtà. Sotto questo aspetto, le elezioni americane del 2024 hanno segnato uno spartiacque storico. Il vecchio establishment è sempre più sulla difensiva: non ha perso solo la presa sulla «maggioranza silenziosa» ma anche su pezzi di apparato, nonché su grandi fette di quel mondo produttivo che un tempo erano di orientamento liberal. Fa, inoltre, sempre più fatica a mantenere il controllo della narrazione mediatica, come testimoniato dall’intervista del ceo di X all’Economist. Il trumpismo, oggi, non è più quindi una ribellione dei «dimenticati» contro le élite, ma un tentativo di riamalgamare la «maggioranza silenziosa» con quei settori di quelle stesse élite che hanno compreso la necessità di un cambio di paradigma. Non fu del resto il marchese di La Fayette che, ai fatidici Stati Generali del 1789, si schierò con il Terzo Stato, anziché appoggiare quell’aristocrazia, ormai declinante, di cui pur faceva parte?
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