Iran, Libano e Accordi di Abramo: erano questi i principali temi in programma per l’atteso incontro di ieri, alla Casa Bianca, tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Era del resto da febbraio, poco prima dell’attacco alla Repubblica islamica, che i due leader non si vedevano di persona.
L’incontro, durato una novantina di minuti, è stato definito dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, come «positivo e produttivo». Di faccia a faccia «molto positivo» ha inoltre parlato, secondo i24News, una fonte israeliana di alto livello.
Più articolato si è invece mostrato un funzionario dello Stato ebraico, sentito da Channel 12. «Il presidente Trump prenderà presto una decisione sulla direzione da intraprendere. Non lo stiamo pressando, ma nemmeno facciamo finta di niente. Netanyahu ha presentato la prospettiva israeliana», ha detto, riferendosi al dossier iraniano e aggiungendo che il premier israeliano avrebbe esortato il presidente statunitense a colpire «impianti nucleari, capacità ricostruite e siti non precedentemente colpiti» appartenenti alla Repubblica islamica, che «minerebbero la stabilità regionale». Una richiesta, quella di Netanyahu, che sembra cozzare con il rilancio della diplomazia, auspicato negli ultimi giorni da Trump.
Del resto, il faccia a faccia di ieri non era iniziato sotto i migliori auspici. Innanzitutto, l’incontro era rimasto in sospeso per giorni, visto che Trump non era convinto di ricevere Netanyahu sia a causa della sua impopolarità tra vari strati della base Maga sia in ragione delle loro divergenze sulla crisi iraniana. Inoltre, ieri, poche ore prima del meeting, il presidente americano, parlando con Fox News, aveva mostrato irritazione per l’indiscrezione secondo cui il premier israeliano avrebbe avuto intenzione di sottoporgli prove d’intelligence sulla ricostituzione del programma nucleare di Teheran. «Non ho bisogno che me lo dica Bibi. Bibi me lo dice perché vuole che io rimanga coinvolto», aveva tagliato corto Trump, per poi aggiungere: «Abbiamo distrutto i loro siti nucleari e dovremo eliminare anche quello di Pickaxe Mountain, se non raggiungono un accordo». Non solo. A intervenire poco prima del faccia a faccia era stato anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Desideriamo fortemente colpire gli obiettivi energetici dell’Iran, ma al momento gli Usa non lo approvano», aveva dichiarato.
Del resto, i punti di attrito tra Trump e il governo israeliano sono molteplici. In primis, Netanyahu non ha mai digerito il processo diplomatico tra Washington e la Repubblica islamica. Oltre a sentirsi marginalizzato, il premier israeliano punta o a un regime change in piena regola a Teheran oppure a «spezzettare» l’Iran attraverso la carta curda. Trump, di contro, è storicamente più favorevole a una soluzione di tipo venezuelano e punta a chiudere il più in fretta possibile la partita iraniana per cercare di far abbassare rapidamente il costo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Un altro fronte problematico riguarda Ankara. Netanyahu teme la sponda sempre più stretta tra Trump e Recep Tayyip Erdogan. In particolare, vede come il fumo negli occhi il sostegno che la Casa Bianca sta fornendo al regime filoturco di Damasco.
Un terzo nodo è poi quello relativo al recente accordo tra Washington e Riad, finalizzato a far sì che l’Arabia Saudita possa avviare un programma nucleare a scopo civile. Netanyahu, qui, nutre due preoccupazioni. La prima è che l’intesa non prevedrebbe adeguate garanzie per impedire a Mohammad bin Salman di dotarsi, prima o poi, dell’ordigno atomico. La seconda è che non è ancora chiaro se l’accordo preveda o meno l’adesione di Riad ai Patti di Abramo: Trump sostiene di sì, ma il governo saudita appare di parere opposto. Infine, per quanto riguarda il Libano e Gaza, gli Stati Uniti, secondo il Times of Israel, vorrebbero un ritiro delle truppe israeliane: una richiesta che Netanyahu non è tuttavia disposto ad accettare. Con le elezioni per la Knesset che si terranno a ottobre, il premier israeliano è sotto pressione non solo da parte dell’opposizione ma anche dell’ala destra del suo stesso esecutivo, affinché mantenga la linea dura contro Hezbollah sul territorio libanese.
Inoltre, al di là dei singoli dossier mediorientali, Trump deve fare i conti con una parte della base Maga che non ha in simpatia né Netanyahu né il conflitto in Iran. Questa spaccatura si riflette del resto nella stessa amministrazione americana. Se il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e il segretario di Stato, Marco Rubio, tendono ad avere una linea morbida nei confronti di Gerusalemme, il vicepresidente, JD Vance, ha spesso criticato il governo israeliano, accusandolo di aver orchestrato una campagna volta a far deragliare il memorandum d’intesa che Washington aveva raggiunto con Teheran a giugno.
Insomma, i fronti di attrito tra Trump e Netanyahu non sono pochi. Dall’altra parte, i principali collanti della loro alleanza restano l’opposizione al nucleare iraniano e la linea dura nei confronti della Corte penale internazionale, oltre al tentativo di rilanciare i Patti di Abramo. Tuttavia la solidità dell’alleanza dipenderà molto da quello che deciderà di fare Trump con l’Iran. Se inizialmente si era detto propenso a sferrare un «attacco massiccio», negli ultimi giorni aveva fatto capire di voler rilanciare la diplomazia. Ieri, Netanyahu ha provato a fargli cambiare idea, spingendolo a riprendere i bombardamenti. Che cosa accadrà nei prossimi giorni?
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