Per sostenere la crescita tricolore non bisogna cedere sulla sicurezza
Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)

Nelle interlocuzioni con chi valuta dall’estero la competitività del sistema Italia per allocarvi investimenti finanziari e industriali, osservo che da un paio d’anni è aumentato di molto il numero di giudizi positivi e conseguenti miglioramenti del voto di affidabilità finanziaria (rating) e decisioni di ingaggio ma anche che, da qualche mese, c’è un incremento di dubbi e conseguenti domande di analisi sulla continuazione dell’aumento della competitività del sistema Italia stesso nel prossimo futuro.

Sono emerse domande sull’ordine interno e sulla postura esterna capace di sostenere la concorrenza con altre nazioni che richiederebbero risposte politiche, motivo di questo articolo. Il criterio che seguo è che l’Italia deve aumentare sia il suo export, difendendo la posizione di quarto esportatore mondiale, sia l’attrazione di capitali dal globo, oltre che il trasferimento del risparmio interno su investimenti nel sistema produttivo nazionale. Sul piano delle alleanze, mi è stato facile smontare i dubbi degli osservatori su una divergenza con gli Stati Uniti dopo il diverbio TrumpMeloni e su una ipotesi di postura mercantilistica quasi neutralista dell’Italia che sta riducendo le relazioni con Pechino più di Germania, Francia e Spagna, collocandosi in uno schieramento anticinese. E tale schieramento si basa su rapporti di fiducia tra nazioni, precursori di relazioni tecniche ed economiche equilibrate, con un modello molto diverso da quello cinese che impone il proprio dominio ai suoi alleati.

Ovviamente ci sarà una superiorità di fatto statunitense sul piano tecnologico, ma attutita sia dalla competenza residente in molte democrazie alleate (Italia stessa, Giappone, Germania, ecc.) sia dalla convergenza via relazioni di fiducia. In sintesi, questa è una leva politica per investimenti esteri in Italia dove è chiaro che l’Italia persegue la duplice lealtà con America e Ue perseguendo obiettivi di relazione strategica con altre nazioni, ma compatibili con la convergenza euroamericana detta.

E se la sinistra vincesse le elezioni del 2027? Una sua parte centrista, minoritaria, mostra di continuare la postura estera detta ma il grosso è ambiguo mentre il centrodestra, pur con i suoi distingui interni, è più chiaro, netto e prevedibile dagli attori finanziari. Pertanto, resta negli analisti esteri un punto di domanda che potrebbe rallentare alcune decisioni di ingaggio finanziario in Italia.

Un altro punto di domanda, però espresso con preoccupazione maggiore dagli analisti, riguarda la preoccupazione degli investitori sull’ordine interno dell’Italia. I governi Conte hanno disastrato la finanza statale. Quasi un decennio di dominio delle sinistre ha reso l’Italia una nazione secondaria e sottocapitalizzata. Il governo Meloni sta riparando i danni, ma sta aumentando il contrasto anche violento alla sua azione. Gli investitori puntano il dito sugli scioperi, sulla violenza e sull’eccesso di polemica di parte dell’opposizione. Al netto del normale linguaggio conflittuale che è tipico in fase pre elettorale nelle democrazie, una parte rilevante della sinistra italiana fa paura agli investitori perché giustifica e sostiene la violenza. Da un lato, il governo e la maggioranza del Parlamento stanno dando più strumenti alle forze di polizia. Dall’altro, c’è troppa sinistra divergente dalle condizioni di ordine che è base per la competitività. Questo problema di fiducia sull’Italia secondo me andrebbe risolto dal centrodestra attraverso un programma – per lo meno macro – molto chiaro che costringa la sinistra a prendere impegni concorrenziali molto precisi sia sull’ordine interno – priorità – e la postura estera. Cioè va stanata la sinistra incompatibile con lo sviluppo economico, essendoci una moderata e propensa all’ordine interno con cui il dialogo è possibile e un’altra estrema incompatibile con il buon senso economico: il centrodestra le sfidi a mostrare la loro compatibilità per una gestione sviluppista e competitiva dell’Italia.

Un altro punto interrogativo riguarda la competizione interna tra nazioni europee. Sta aumentando, ma cresce anche la cooperazione tra euronazioni. I dati correnti mostrano un mix di situazioni concorrenziali in una molteplicità di settori economici come succede da decenni. Io ritengo che tale concorrenza intraeuropea sia stimolativa. Tuttavia, come osservato dagli analisti esteri, ci sono segnali di una parziale ricostruzione della diarchia franco-tedesca con effetto compressivo sugli interessi nazionali dell’Italia. Inoltre lo scenario mostra una tendenza crescente del consenso nazionalista. Potrà spaccare l’Ue? I miei ricercatori hanno rilevato due tipologie di destra: una pragmatica come in Italia, che definisco aperta, e una chiusa. Pertanto la probabilità che un successo elettorale nel 2027 delle destre in nazioni importanti porti alla rottura dell’Ue appare non elevata. Potrebbe portare a un’Europa che sarebbe meno di una confederazione, ma più di un’alleanza. Sarebbe utile se la destra italiana aperta chiarisse e influenzasse un nuovo ordine europeo (liberale) correlato a quello interno.

www.carlopelanda.com

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