La corsa mondiale alle materie prime indispensabili alla transizione energetica non si gioca più soltanto sul possesso dei giacimenti. Il vero potere è sempre più nelle mani di chi controlla raffinazione, trasformazione e trasporto. La Cina lo ha compreso da tempo e ha costruito una posizione dominante nelle filiere dei minerali critici, creando una dipendenza che oggi rappresenta un problema strategico per Stati Uniti ed Europa. Il caso più evidente è quello del cobalto.
La Repubblica Democratica del Congo produce circa l’80% del totale mondiale, ma una quota enorme di questa ricchezza finisce sotto il controllo industriale cinese. Le imprese statali di Pechino controllano circa l’80% della produzione congolese e la Cina gestisce, a seconda delle lavorazioni considerate, tra il 60 e il 90% della raffinazione globale. Dietro questa partita commerciale se ne nasconde però una molto più delicata. Nel sottosuolo della Copperbelt congolese cobalto e uranio possono trovarsi negli stessi corpi minerari. Il legame riporta direttamente alla storia atomica del Novecento: dalla miniera di Shinkolobwe provenne l’uranio utilizzato per il Progetto Manhattan. Ottant’anni dopo, quella stessa geografia torna al centro degli equilibri mondiali, questa volta attraverso le materie prime necessarie alla rivoluzione elettrica.
Il problema nasce durante la lavorazione. Il minerale estratto viene frantumato e trattato con acido solforico attraverso la lisciviazione, un processo che permette di portare i metalli in soluzione. Uranio e cobalto si dissolvono a livelli di acidità molto simili, di conseguenza, una parte dell’uranio può seguire il cobalto durante le prime fasi della trasformazione e diventare un sottoprodotto della filiera. In altre parole, materiale uranifero può muoversi insieme a una materia prima ufficialmente destinata alle batterie e all’industria. Le conseguenze sono innanzitutto ambientali. Secondo i dati di uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications dai ricercatori Ryan A. Manzuk e Sébastien Philippe, ogni anno tra 1.000 e 4.000 tonnellate di uranio vengono disperse nei residui minerari.
Ancora più sensibile è ciò che accade al materiale che lascia il Congo. La Repubblica Democratica del Congo ha dichiarato ufficialmente per decenni una produzione di uranio pari a zero. Eppure l’uranio associato al cobalto avrebbe continuato a percorrere la catena commerciale: meno del 10% sarebbe stato dichiarato, mentre la parte restante sarebbe rimasta fuori dai normali meccanismi di controllo. È questa zona grigia a trasformare una questione mineraria in un problema di sicurezza internazionale. Il cobalto può infatti diventare un vettore attraverso il quale un materiale dual-use attraversa le frontiere senza essere trattato come una normale esportazione di uranio. E la destinazione principale della filiera rende la questione ancora più importante: la maggior parte della raffinazione mondiale del cobalto avviene in Cina. Pechino si trova quindi nella posizione ideale per ricevere il minerale congolese, trasformarlo e gestire anche gli elementi recuperati come sottoprodotti. A rendere il quadro ancora più rilevante è il controllo delle vie di trasporto. La Cina non ha infatti concentrato la propria strategia soltanto sulle miniere e sugli impianti industriali. Pechino ha annunciato un investimento di circa un miliardo di dollari per modernizzare la ferrovia Tazara, collegamento fondamentale tra le aree minerarie dell’Africa centrale e il porto di Dar es Salaam. Attualmente gran parte del cobalto raffinato viene trasportata tramite corridoi stradali terrestri attraverso lo Zambia fino ai porti della Tanzania, una rotta soggetta a frequenti congestioni e blocchi doganali che paralizzano le esportazioni per settimane. Governare una simile arteria significa presidiare anche il trasferimento delle materie prime verso i mercati internazionali. Miniere, raffinazione e logistica diventano così parti dello stesso sistema: una rete attraverso la quale Pechino può consolidare il proprio vantaggio sulle risorse strategiche africane. La presenza cinese affonda le radici nell’accordo Sicomines del 2008. L’intesa, inizialmente valutata 6 miliardi di dollari, venne conclusa quando il Pil della Repubblica Democratica del Congo era di appena 19,79 miliardi.
La sproporzione mostra quanto fosse forte il peso finanziario cinese. La rinegoziazione del 2023 ha portato a 7 miliardi gli investimenti infrastrutturali previsti, senza però risolvere le questioni della trasparenza sui volumi effettivamente estratti e della partecipazione congolese alla proprietà delle attività minerarie. È in questo scenario che acquista particolare significato la quantità complessiva di uranio: circa 5.000 tonnellate di uranio naturale accumulate. Una riserva di queste dimensioni avrebbe un valore strategico enorme. Dopo i complessi processi necessari a ottenere materiale fissile, la quantità teorica potrebbe corrispondere al fabbisogno per un numero compreso fra 600 e 1.500 testate nucleari.
Questo dato non significa che 5.000 tonnellate di uranio naturale equivalgano direttamente a centinaia di bombe. Per arrivare a materiale utilizzabile militarmente servono conversione, arricchimento, tecnologie, infrastrutture e capacità industriali sofisticate. La stima serve però a mostrare la dimensione potenziale della materia prima e il motivo per cui un simile flusso non può essere considerato un semplice effetto collaterale dell’industria del cobalto.
Occorre inoltre intervenire sulle regole. I protocolli internazionali dovrebbero comprendere esplicitamente anche i sottoprodotti minerari, evitando che materiali sensibili possano rimanere in una zona grigia soltanto perché non vengono estratti intenzionalmente come prodotto principale. La distinzione diventa sempre meno sostenibile in filiere globali nelle quali minerali differenti viaggiano insieme attraverso diversi continenti. Infine c’è il confronto economico con Pechino. Stati Uniti ed Europa possono ridurre la dipendenza cinese soltanto offrendo ai Paesi africani investimenti competitivi, infrastrutture e condizioni capaci di rafforzarne la sovranità mineraria. Denunciare il predominio cinese serve a poco se Pechino rimane il partner in grado di finanziare miniere, ferrovie, porti e impianti.
Il Congo torna così al centro di una storia iniziata nell’era della bomba atomica. Ieri il suo uranio contribuì al Progetto Manhattan; oggi il suo cobalto alimenta la rivoluzione delle batterie. Ma le due vicende, apparentemente lontane, continuano a incrociarsi nel sottosuolo della stessa regione. La lezione è chiara: energia pulita, materie prime e sicurezza nucleare non possono più essere considerate dossier separati. Chi governa estrazione, raffinazione e logistica dispone di una leva geopolitica enorme. La Cina ha costruito questa posizione con anni di anticipo. Mentre l’Occidente cerca il cobalto necessario alle tecnologie del futuro, Pechino controlla già molti dei passaggi decisivi della filiera. E insieme al metallo delle batterie può viaggiare una risorsa molto più sensibile: quell’uranio che, ottant’anni dopo Hiroshima, continua a fare del Congo uno dei territori strategicamente più importanti del mondo.
Giovanni Brussato: «È una sfida ai trattati di non proliferazione. Le emissioni ai confini vanno monitorate»

Giovanni Brussato, ingegnere minerario e saggista, perché il controllo della raffinazione del cobalto è considerato più strategico del semplice possesso dei giacimenti?
«I Paesi che possiedono i giacimenti nel sottosuolo, come la Repubblica Democratica del Congo (Rdc), spesso non dispongono della tecnologia, delle infrastrutture energetiche o delle capacità chimiche necessarie per raffinare il minerale in metallo puro o in composti ad alta purezza per batterie. Sono quindi costretti a esportare intermedi chimici grezzi, in questo caso l’idrossido di cobalto, assumendosi l’intero impatto ambientale e sanitario locale. La Cina acquista questi prodotti intermedi a prezzi da materia prima grezza e cattura l’intero valore aggiunto lungo la filiera, fino alla produzione dei prodotti finiti, come nel caso delle celle per batterie. I complessi processi idrometallurgici e di estrazione con solvente delle raffinerie che consentono di separare e isolare ogni singolo elemento presente nella matrice mineraria originaria (tra cui rame, nichel, terre rare e uranio) oggi sono quasi esclusivamente controllati da Pechino. Il valore aggiunto contenuto in quello che per i Paesi produttori o per le aziende occidentali rappresenta un semplice “scarto” per chi controlla la raffinazione si trasforma in una risorsa strategica nazionale o in una fonte di ricavo aggiuntiva, ottenuta a un costo di produzione marginale estremamente basso rispetto all’estrazione primaria. Il controllo delle catene di approvvigionamento non si gioca sulla quantità di roccia estratta, ma sulla capacità industriale di purificare e rendere industrialmente utilizzabili tali materiali. Il controllo della raffinazione crea una dipendenza tecnologica unilaterale che di fatto subordina i Paesi possessori delle miniere a chi detiene il monopolio della trasformazione chimica».
Quali interventi propone il testo per migliorare la trasparenza e la sicurezza della filiera mineraria?
«Innanzi tutto, direi un audit esteso e approfondito sulle esportazioni e sulle attività estrattive nella Rdc. Ma quello che serve realmente è lavorare sulla tracciabilità nucleare e sui controlli doganali, introdurre l’obbligo di effettuare analisi radiometriche e saggi di laboratorio sistematici sulle spedizioni di idrossido di cobalto prima dell’esportazione, al fine di quantificare con precisione l’uranio presente. Installare portali di monitoraggio e rilevatori di radiazioni lungo i confini e le principali rotte di trasporto per scansionare i camion carichi di minerale diretti verso lo Zambia. Più a lungo termine sarebbe necessario spingere gli operatori a raffinare il cobalto direttamente all’interno della Rdc. Questo intervento impedirebbe l’esportazione involontaria di uranio, poiché la produzione di metallo puro esclude selettivamente le impurità, lasciando l’uranio confinato nelle discariche minerarie del Paese. Ma questo significherebbe anche uno scontro con Pechino che, ricordiamolo, detiene una parte significativa del debito sovrano congolese oltre a controllare attraverso le sue aziende statali direttamente l’attività estrattiva. Si dovrebbero introdurre regolamenti vincolanti per le compagnie minerarie che impongano la separazione chimica dell’uranio prima dell’esportazione, ad esempio tramite precipitazione con acido fosforico o sistemi a scambio ionico, e la sua gestione controllata in conformità con le norme internazionali di sicurezza. Oggi solo il 10% delle miniere congolesi purifica costantemente il cobalto dall’uranio. È necessario imporre alle compagnie minerarie di garantire la sicurezza sanitaria e radioprotezione locale attraverso valutazioni sanitarie e indagini epidemiologiche indipendenti sulle popolazioni locali e sui minatori artigianali. Implementare protocolli di monitoraggio della radioprotezione per i minatori per misurare e limitare l’inalazione di polveri contaminate e gas radon all’interno dei siti estrattivi. Obbligare le compagnie minerarie a rendere pubblici i dati storici sul monitoraggio di aria e acqua, garantendone la consultazione alle comunità locali. Irrigidire le responsabilità della catena di approvvigionamento, la due diligence può non essere sufficiente: è necessario che le aziende esercitino la propria influenza contrattuale per esigere standard trasparenti verificabili sul campo, superando la logica dei semplici audit cartacei».
In che modo l’uranio non dichiarato proveniente dalla Rdc potrebbe compromettere il sistema internazionale di non proliferazione nucleare?
«L’uranio “off-the-books” dalla Rdc verso la Cina rappresenta una delle più grandi sfide contemporanee per il regime globale di non proliferazione nu
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >