Donald Trump con la mappa dello Stretto di Hormuz definito nuovo territorio Usa
US President Donald Trump hosts lifeguard Ryder Williams in the Oval Office of the White House in Washington, DC, US, on Monday, Aug. 17, 2026. Ryder Williams, a 16-year-old lifeguard, saved the life of 10-year-old Nathaniel Rai at Seabright Beach in Santa Cruz, California, on July 25. Photographer: Samuel Corum/Sipa/Bloomberg

Il presidente americano pubblica una mappa dello Stretto su Truth. L’Iran accusa Israele di essere il principale ostacolo all’accordo con Washington e minaccia di reagire al blocco navale. Erdogan invita Trump a proseguire i negoziati.

La guerra tra Stati Uniti e Iran torna ad avere nello Stretto di Hormuz uno dei suoi principali punti di tensione. Mentre la tregua di 60 giorni tra Washington e Teheran è scaduta e i negoziati restano in una fase delicata, Donald Trump ha rilanciato lo scontro con una provocazione destinata a far discutere: il presidente americano ha pubblicato su Truth una mappa dello Stretto con la scritta «New Us Territory», ovvero «Nuovo territorio degli Stati Uniti».

La risposta iraniana è arrivata poco dopo. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha rilanciato sui social l’immagine pubblicata da Trump e ha scritto che le «illusioni» del presidente americano su Hormuz «saranno presto corrette, o saremo noi a correggere le illusioni di questo illuso».

Il botta e risposta arriva mentre la situazione nello Stretto si fa ancora più delicata. Una nave commerciale in transito verso l’uscita da Hormuz ha riferito di essere stata colpita da un proiettile non identificato. Secondo l’Ukmto, l’agenzia britannica che monitora la sicurezza della navigazione commerciale, l’impatto ha danneggiato la sala macchine e provocato la morte di un membro dell’equipaggio. I superstiti sono stati assistiti dalla Guardia costiera dell’Oman. Le autorità stanno indagando sull’accaduto.

L’Iran: «Israele è l’ostacolo all’accordo»

Sul fronte diplomatico, Teheran prova intanto a spostare il centro dello scontro su Israele. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato il governo israeliano di aver ostacolato sistematicamente i tentativi di raggiungere un’intesa con gli Stati Uniti.

«Il regime sionista è stato e rimane il principale oppositore e ostacolo all’attuazione del memorandum d’intesa», ha dichiarato Araghchi, secondo quanto riportato dall’agenzia iraniana Irna. Il ministro ha sostenuto che Israele avrebbe fatto «tutto il possibile» per impedire prima il raggiungimento dell’accordo e poi la sua attuazione.

Araghchi ha inoltre rivendicato la posizione assunta da Teheran durante i negoziati, sottolineando che l’Iran non avrebbe accettato la richiesta americana di una «resa incondizionata». Secondo il ministro, è stato invece raggiunto un cessate il fuoco dopo che Washington ha accettato di trattare alle condizioni poste da Teheran.

Dall’interno del ministero degli Esteri iraniano arriva comunque una valutazione meno definitiva sulla possibilità di riprendere il dialogo. Abbas Baqerpour, direttore generale per gli Affari legali, ha definito l’intesa tra Iran e Stati Uniti non morta, ma «in coma», lasciando intendere che esista ancora uno spazio per rilanciare il negoziato.

Hormuz, Teheran minaccia di rompere il blocco

La questione dello Stretto rimane però il principale nodo sul terreno. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore di Teheran, Mohammad Ghalibaf, ha ribadito che Hormuz non sarà riaperto finché gli Stati Uniti non avranno rispettato le condizioni poste dall’Iran.

Tra le richieste figurano la revoca del blocco navale, lo sblocco degli asset iraniani congelati, la fine dell’embargo petrolifero e delle operazioni militari sui diversi fronti, oltre al rispetto degli altri punti del memorandum d’intesa.

Secondo quanto riferito da Reuters, un funzionario iraniano ha inoltre affermato che Teheran è pronta a intraprendere azioni militari per rompere il blocco americano dello Stretto qualora la diplomazia fallisse. I negoziati tra Washington e Teheran, secondo la stessa fonte, sarebbero al momento bloccati sulla questione della proroga del cessate il fuoco.

Il genero e inviato di Trump, Jared Kushner, ha però sostenuto che i contatti non si sono interrotti. «I colloqui tra il governo statunitense e varie componenti del governo iraniano a tutti i livelli sono probabilmente più intensi ora che mai», ha dichiarato, senza fornire dettagli sui canali utilizzati.

Erdogan chiama Trump: «Continuare con la diplomazia»

A cercare di tenere aperto uno spiraglio è anche la Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha avuto un colloquio telefonico con Trump e lo ha esortato a proseguire il dialogo con Teheran.

Secondo la presidenza turca, Erdogan ha sottolineato l’importanza di sfruttare la diplomazia per ridurre le tensioni e ha offerto il sostegno di Ankara agli sforzi per raggiungere una soluzione. Nel colloquio si è parlato anche di Gaza: il presidente turco ha accusato Israele di continuare ad attaccare i palestinesi mentre dovrebbe essere in corso la seconda fase del piano di pace.

Ankara considera inoltre l’accordo di difesa raggiunto questo mese con Pakistan e Arabia Saudita un elemento utile per rafforzare la stabilità regionale.

Trump minaccia l’Oman

Nel frattempo, il presidente americano ha rivolto parole dure anche all’Oman, accusandolo di non essersi comportato correttamente nella gestione della crisi. «Non si è comportato molto bene, se si mette in mezzo lo bombarderemo pesantemente», ha dichiarato Trump.

L’Oman ha avuto un ruolo importante nei tentativi di mediazione tra Washington e Teheran e rappresenta uno dei canali attraverso cui continuano i contatti indiretti tra le due parti.

Il Qatar, a sua volta, ha fatto sapere di attendere un’intesa tra Iran e Oman sul transito nello Stretto prima di rilanciare i colloqui più ampi tra Stati Uniti e Iran.

Israele continua a colpire in Libano

Mentre la diplomazia cerca una via d’uscita, la tensione militare continua anche sugli altri fronti della regione. Nel Sud del Libano, secondo l’agenzia nazionale di stampa libanese, le forze israeliane hanno bombardato con l’artiglieria la periferia di Majdal Zoun. Un attacco aereo avrebbe inoltre colpito la vicina al-Mansouri, mentre sono stati segnalati bombardamenti con mitragliatrici nell’area di Haddatha e Baraachit.

In Siria, invece, l’inviato speciale americano Tom Barrack ha definito una «escalation non necessaria» i presunti raid israeliani contro l’aeroporto militare di Abu Duhur, nel Nord-Ovest del Paese. Washington, ha spiegato, è «profondamente preoccupata» e sta invitando le parti a privilegiare il dialogo.

La situazione resta tesa anche in Cisgiordania, dove sono stati segnalati nuovi episodi di violenza tra coloni israeliani e palestinesi. A Qabatiya, secondo quanto confermato dall’esercito israeliano, alcuni soldati hanno scritto dei numeri sulla fronte di un gruppo di palestinesi fermati durante un’operazione. L’Idf ha riferito che i militari responsabili sono stati successivamente rimproverati dai loro comandanti.

Il quadro complessivo resta dunque quello di una crisi senza un vero punto di svolta: i canali diplomatici non sono completamente chiusi, ma sul terreno continuano gli attacchi e Hormuz rischia di diventare ancora una volta il principale teatro dello scontro tra Washington e Teheran.

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