Un membro delle Hashed al-Shaabi a Baghdad nel gennaio 2024
Un membro delle Forze di mobilitazione popolare (Hashed al-Shaabi) a Baghdad (Getty Images)

Dopo dodici anni, l’operazione internazionale Inherent Resolve, nata nel 2014 su richiesta del governo iracheno per sostenere le forze di sicurezza nella lotta contro lo Stato Islamico, ha concluso la propria missione militare in Iraq. Il ritiro è stato graduale e senza troppo clamore, con una partenza definita «ordinata» dal portavoce del Pentagono Sean Parnell. L’ultimo contingente della coalizione ha lasciato la base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, il 30 settembre.

«Abbiamo raggiunto il grande traguardo di sconfiggere lo Stato Islamico in Iraq e in tutta la regione», ha dichiarato Parnell, spiegando che l’operazione è riuscita a trasformarsi «da coalizione in tempo di guerra a iniziativa di sicurezza guidata dall’Iraq e sostenuta da un rapporto bilaterale di fiducia reciproca». La missione militare della coalizione in Iraq è dunque terminata, mentre la struttura di Inherent Resolve continua a operare dalla Giordania nell’ambito delle attività contro l’Isis in Siria.

La fine della presenza americana cambia gli equilibri

Anche l’Italia ha completato il ritiro delle proprie forze dall’Iraq. Roma aveva già richiamato la maggior parte del personale entro marzo e il 29 settembre ha riportato a casa gli ultimi militari. Restano nel Paese due carabinieri, ma nell’ambito della missione civile EUAM Iraq dell’Unione europea, separata dalla coalizione anti-Isis.

La conclusione della presenza militare americana è stata accolta in maniera molto diversa dalle varie componenti della società irachena. Le milizie filo-iraniane hanno celebrato il ritiro come una vittoria, mentre soprattutto nel Kurdistan iracheno non sono mancate le preoccupazioni per la nuova situazione di sicurezza. La regione, infatti, ha subito numerosi attacchi con droni e missili durante il recente conflitto tra Stati Uniti e Iran.

A Baghdad, invece, gruppi legati al cosiddetto Asse della Resistenza hanno organizzato manifestazioni per celebrare l’uscita delle forze americane. Tra i protagonisti anche Kata’ib Hezbollah, Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Sayyid al-Shuhada. Il ritiro è stato presentato dalle formazioni filo-iraniane come l’inizio di una nuova fase di piena sovranità irachena.

Le milizie filo-iraniane sfidano Baghdad

Il problema per il governo del primo ministro Ali al-Zaidi è che la sovranità rivendicata da Baghdad deve ora confrontarsi con una realtà interna nella quale esistono ancora importanti centri di potere armato al di fuori del controllo diretto dello Stato.

Le milizie filo-iraniane hanno infatti accettato solo in parte il progetto del governo di riportare tutte le armi sotto l’autorità statale. Il termine inizialmente fissato per il processo di disarmo è stato rinviato al 2027 dopo la resistenza delle formazioni più potenti. Kata’ib Hezbollah, in particolare, ha fatto sapere che i negoziati sulla regolamentazione delle armi non hanno prodotto un accordo soddisfacente e ha avvertito il governo di non seguire piani imposti dagli Stati Uniti.

È una contraddizione destinata a pesare sui nuovi equilibri iracheni: da una parte Baghdad rivendica il pieno controllo della sicurezza nazionale dopo la partenza della coalizione; dall’altra, alcune delle forze armate più potenti del Paese continuano a mantenere una propria autonomia e rapporti stretti con Teheran.

Baghdad cerca una nuova sovranità

Fuad Hussein, ministro degli Esteri della Repubblica dell’Iraq e politico di lunga esperienza, legge la fine della missione americana come l’apertura di una nuova fase.

«Voglio salutare la fine della missione della coalizione anti-jihadista a guida statunitense come l’inizio di un nuovo capitolo per il nostro grande Paese», racconta Hussein a La Verità. «Sta iniziando una nuova fase, caratterizzata dalla totale sovranità dell’Iraq, dalla forza delle sue istituzioni, dalla prontezza delle sue forze, dall’unità decisionale e da partenariati equilibrati con i suoi amici».

Il governo di al-Zaidi, insediato a maggio, ha avuto difficoltà a trovare un accordo nazionale sul controllo delle forze armate e delle milizie. Per Hussein, però, la fine della missione internazionale rappresenta l’occasione per superare quella fase: «A nome del Premier prometto lealtà e rispetto degli accordi con gli Stati Uniti e con tutte le nazioni occidentali che ci hanno sostenuto nella lotta contro il terrorismo».

Il ministro riconosce tuttavia che il passaggio non sarà semplice. Le forze armate irachene hanno ancora bisogno di addestramento e Baghdad vuole evitare che il tentativo di imporre il monopolio statale della forza sfoci in uno scontro interno.

«Tutte le milizie armate hanno accettato di essere integrate nell’esercito nazionale iracheno», continua Hussein, «ma hanno chiesto più tempo e così il processo inizierà nella primavera del 2027. Le nostre truppe hanno ancora bisogno di addestramento, ma soprattutto non vogliamo usare la forza scatenando una guerra civile che potrebbe distruggerci».

Il nuovo spazio dell’Iran

È proprio qui che si apre la partita geopolitica più delicata. La fine della presenza militare americana non significa automaticamente che l’Iraq sia diventato più indipendente da Teheran. Al contrario, l’uscita di Washington elimina uno dei principali contrappesi alla rete di gruppi armati filo-iraniani che negli ultimi anni ha acquisito un peso rilevante nella politica e nella sicurezza del Paese.

Le minacce rivolte da Kata’ib Hezbollah e dalle altre formazioni al governo di al-Zaidi mostrano quanto sia difficile per Baghdad trasformare la sovranità dichiarata in un effettivo monopolio della forza. Una parte delle milizie considera infatti il ritiro americano una vittoria e non sembra disposta ad accettare automaticamente le condizioni fissate dal governo per la consegna delle armi.

Per l’Iran, dunque, la fine della missione americana rappresenta un risultato importante, ma non necessariamente l’ultimo capitolo. Il vero banco di prova sarà ora l’Iraq stesso: capire se al-Zaidi riuscirà a rafforzare le istituzioni statali senza provocare uno scontro con le milizie che, pur facendo formalmente parte del sistema politico e di sicurezza iracheno, conservano una significativa autonomia e legami con Teheran.

La nuova fase annunciata da Baghdad nasce così da un paradosso: gli Stati Uniti lasciano l’Iraq proprio mentre il governo iracheno prova a recuperare pienamente il controllo del Paese. Il vuoto lasciato dalla presenza americana non sarà necessariamente riempito dall’Iran, ma Teheran parte da una posizione favorevole, grazie alla rete di alleanze politiche e militari costruita negli anni. È su questo equilibrio che si giocherà una parte importante del futuro dell’Iraq e, più in generale, degli equilibri mediorientali.

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