Le alleanze di Trump vacillano

Mentre la tregua tra Stati Uniti e Iran è scaduta, Donald Trump ha fatto sapere che, al momento, non sarebbero in corso dei colloqui con Teheran.

Spaccature interne al regime khomeinista

È quindi in questa situazione sospesa che è lecito chiedersi quali saranno le prossime mosse della Casa Bianca. Le difficoltà del presidente americano sono di duplice natura. In primis, deve affrontare le spaccature interne al regime khomeinista: se il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, vorrebbe un accordo per alleviare la disastrosa situazione economica in cui versa la Repubblica islamica, i pasdaran premono per mantenere la linea dura e infliggere il massimo danno possibile a Washington attraverso la chiusura di Hormuz e Bab el-Mandeb.

Le complesse alleanze con Israele e Turchia

In secondo luogo, la Casa Bianca deve gestire complicate alleanze regionali, a partire da quelle con Israele e Turchia. Se lo Stato ebraico auspica che Washington riprenda a bombardare intensamente la Repubblica islamica, Ankara, spalleggiata da Islamabad, preme invece per rilanciare la via diplomatica. E qui arriviamo al nodo principale.

Per Trump, è sempre più complicato mantenere contemporaneamente saldi legami con Israele e con la Turchia. Gli apparati di difesa di Gerusalemme vedono progressivamente in Ankara uno dei propri principali rivali a livello regionale. Non a caso, Benjamin Netanyahu non ha affatto gradito la sponda che è venuta a costituirsi tra Trump e Recep Tayyip Erdogan sia in seno alla Nato che sul dossier siriano. In particolare, il premier israeliano ha sempre mostrato irritazione per il sostegno che il presidente americano ha fornito al regime filoturco di Damasco.

L’accordo sulla Siria e le tensioni a Idlib

Trump ha cercato di correre ai ripari, tentando di favorire una distensione tra Siria e Israele. In particolare, alcuni giorni fa, ha mediato un accordo in virtù di cui l’Aiea ritirerà del materiale nucleare stoccato in un sito siriano, con l’obiettivo di tranquillizzare Gerusalemme.

Eppure, martedì, lo Stato ebraico ha bombardato una base nella provincia di Idlib, sostenendo che Damasco avesse acconsentito alle truppe turche di schierarsi in loco. Il raid è stato criticato da Ankara.

E lo stesso ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack, ha espresso preoccupazione, dicendo ieri al Jerusalem Post che l’episodio avrebbe potuto portare a un «confronto militare diretto» tra Ankara e Gerusalemme. Ma non è tutto. Israele non ha neanche gradito il recente patto di sicurezza a cui la Turchia ha aderito insieme ad Arabia Saudita e Pakistan (il quale possiede armi atomiche).

Le divergenze interne e la posizione dell’amministrazione USA

Insomma, le divergenze strategiche tra israeliani e turchi stanno rendendo complicata la situazione per Trump. Tuttavia anche il presidente turco deve fare i conti con le spaccature in seno al regime khomeinista.

Erdogan non è contento della linea dura dei pasdaran e, nello scontro tra Riad e gli Huthi, si è schierato con i sauditi, infliggendo così politicamente una stoccata alle Guardie della rivoluzione. Non è del resto un mistero che la Turchia tema gli effetti economici delle tensioni in atto nel Mar Rosso. Inoltre, nell’eventuale rilancio della diplomazia tra Washington e Teheran, il sultano vede un modo per arginare l’influenza regionale di Israele.

Divisioni sul dossier iraniano si registrano d’altronde anche all’interno della stessa amministrazione statunitense: se il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è tendenzialmente a favore della posizione israeliana, JD Vance sostiene la soluzione diplomatica e ha, in passato, accusato Gerusalemme di averla boicottata.

La strategia della pressione economica di Trump

Al momento, Trump sembra propenso a un disimpegno militare e, secondo la Cnn, punterebbe a far leva sulla pressione economica nei confronti della Repubblica islamica attraverso sanzioni e blocco navale.

Per la Casa Bianca, questo è innanzitutto un modo per prendere tempo. In secondo luogo, si tratta di una strategia con cui Trump punta ad aggravare la già catastrofica situazione economica della Repubblica islamica, per tentare di indebolire politicamente i pasdaran e rafforzare così l’ala del regime più aperta ai negoziati. È anche per cercare di mettere gli stessi pasdaran con le spalle al muro che l’inquilino della Casa Bianca ha esplicitamente dichiarato che non sono attualmente in corso colloqui con Teheran.

Non è tra l’altro escluso che il presidente americano voglia rispolverare la vecchia idea di mettere l’esercito regolare iraniano (l’Artesh) contro le Guardie della rivoluzione. Resta però tutto da dimostrare che la sola pressione economica, per quanto significativa, basti a conseguire obiettivi tanto ambiziosi.

Senza poi ignorare il fattore tempo. La guerra in Iran è impopolare agli occhi degli elettori statunitensi. Al contempo, secondo il Wall Street Journal, i pasdaran si starebbero preparando a una nuova escalation militare.

I rischi per i repubblicani e gli scenari futuri

Una ripresa delle ostilità potrebbe spingere Netanyahu a esortare nuovamente Trump alla linea dura sul piano bellico e potrebbe, al contempo, avere delle ripercussioni negative sul Partito repubblicano statunitense in vista delle Midterm di novembre.

Dall’altra parte, però, le Guardie della rivoluzione rischierebbero di irritare ulteriormente Turchia e Pakistan, vedendo così ridotte le proprie sponde a livello internazionale. Il rebus, insomma, è assai complicato. I pasdaran possono creare enormi danni ai repubblicani (e quindi a Trump) alle elezioni di novembre.

Va però ricordato che, durante la Grande guerra, fu il blocco navale britannico che contribuì a mettere indirettamente in crisi le strategie dello Stato maggiore tedesco, che ormai funzionava come uno Stato nello Stato.

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