Navi mercantili nello Stretto di Hormuz
Navi mercantili in transito a un’estremità dello Stretto di Hormuz, al centro del confronto tra Iran e Stati Uniti (Ansa)

Lo Stretto di Hormuz resterà chiuso fino a quando Washington non accetterà le condizioni indicate da Teheran. La posizione è stata ribadita dai Guardiani della rivoluzione iraniani, che affermano di avere assunto il pieno controllo del passaggio marittimo.

I pasdaran sostengono inoltre di avere raggiunto con l’Oman un’intesa sulla delimitazione delle rispettive acque e sulla distribuzione delle entrate generate dal transito delle navi.

Secondo le Guardie rivoluzionarie, i negoziati con Muscat sarebbero iniziati circa un mese fa. Teheran si dice pronta a consentire nuovamente il passaggio attraverso lo Stretto sulla base dell’accordo raggiunto, purché gli Stati Uniti interrompano quello che l’Iran definisce «ostruzionismo» e tornino al memorandum d’intesa.

Teheran: «Hormuz resterà chiuso»

«Washington deve accettare le nostre condizioni. In caso contrario, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto in nessuna circostanza», ha dichiarato il portavoce dei pasdaran, Hossein Mohebi, citato dall’agenzia Fars. Il rappresentante delle Guardie rivoluzionarie ha anche assicurato che nel Golfo Persico non sarebbero più presenti unità militari avversarie: «Lo Stretto è sotto il nostro controllo. Tutte le navi da guerra nemiche si sono ritirate ad almeno 400 chilometri di distanza».

L’eventuale conferma dell’intesa con Teheran potrebbe esporre l’Oman a nuove tensioni con gli Stati Uniti. Nei giorni scorsi, infatti, Donald Trump ha minacciato possibili attacchi contro Muscat, rendendo ancora più delicata la posizione del sultanato nel confronto tra Washington e la Repubblica islamica.

Pizzaballa: «Gaza è umanamente devastata»

Mentre resta alta la tensione attorno al Golfo Persico, anche nei territori palestinesi la situazione continua a peggiorare. Il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, denuncia «l’aumento delle tensioni» in Cisgiordania e le «continue aggressioni dei coloni israeliani» in diversi villaggi palestinesi, tra cui Taybeh, Birzeit, Aboud e Jenin.

«La popolazione palestinese è veramente molto stanca», ha avvertito il cardinale, richiamando l’attenzione sulle condizioni degli abitanti e sul progressivo deterioramento della situazione. Resta drammatico anche il quadro nella Striscia di Gaza, descritta dal patriarca come una realtà «umanamente molto devastata».

Pizzaballa ha ribadito che la soluzione fondata sulla nascita di due Stati rappresenta l’unica strada in grado di riconoscere sia agli israeliani sia ai palestinesi il diritto ad avere una casa nella propria terra. Per il cardinale, tuttavia, non bastano le dichiarazioni di principio: servono gesti concreti che possano ricostruire la fiducia tra due comunità segnate da anni di violenze, paura e ostilità.

Cisgiordania, cresce la tensione

Le parole di Pizzaballa restituiscono così il quadro di una crisi che non riguarda soltanto Gaza, ma coinvolge in modo sempre più evidente anche la Cisgiordania. Le aggressioni reciproche contribuiscono ad alimentare paura e sfiducia, allontanando ulteriormente una soluzione politica.

Secondo il patriarca, il riconoscimento dei diritti di entrambi i popoli deve essere accompagnato da iniziative immediate e visibili, capaci di interrompere la spirale delle violenze e di riaprire uno spazio concreto per il dialogo.

Nonostante la gravità della crisi, il patriarca continua a guardare con speranza alle nuove generazioni e alla loro capacità di immaginare un futuro diverso. Sullo sfondo restano il Giubileo del 2030 e l’auspicio di una futura visita del Papa in Terra Santa, considerata una possibile occasione di incontro, dialogo e riconciliazione.

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