Il «leit motiv» costantemente ripetuto dai «volenterosi», all’unisono con il nunc et semper presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky, è quello che le armi e le altre forme di assistenza militare fornite a quest’ultimo e da lui utilizzate, negli ultimi tempi, anche per colpire la Russia in profondità nel suo territorio, debbono servire come «strumento di pressione» per far sì che la Russia finalmente acconsenta a porre fine alla guerra e ad accettare l’apertura di trattative.
Il che, come avrebbe detto Giovannino Guareschi, sarebbe «bello e istruttivo» se non fosse per il fatto che né Zelensky né alcuno dei «volenterosi» si è mai preso la briga di fare anche un benché minimo accenno a quale potrebbe essere, in concreto, sia pure in linea di massima, l’oggetto delle ipotetiche trattative, a fronte delle più volte esplicitate pretese di Mosca che sono, in sostanza, le seguenti: la cessione alla Russia dei territori ucraini di popolazione russofona, da essa già in buona parte occupati, e la rinuncia formale dell’Ucraina a chiedere l’adesione alla Nato.
La guerra continua, ma la «pressione» sulla Russia non porta al negoziato
Ora, per quanto è dato sapere dai mezzi d’informazione, non risulta che da parte di Zelensky e dei suoi sostenitori si sia mai mostrata alcuna disponibilità ad aprire quanto meno una discussione su questi temi o, in alternativa, a proporne degli altri.
Ci si è, infatti, limitati a ribadire la necessità di una non meglio precisata «pace giusta», salvo a porre come condizione irrinunciabile che risultassero comunque garantite la «libertà, sovranità e integrità territoriale» dell’Ucraina, come affermato, ad esempio, nella dichiarazione congiunta dei leader del G7 sulle questioni geopolitiche all’esito della riunione del 17 giugno 2026.
Ucraina e «volenterosi» puntano davvero alla pace o alla sconfitta di Mosca?
Il che, in sostanza, con riguardo all’ «integrità territoriale» equivale a escludere in partenza ogni possibilità di trattative sulla prima delle pretese avanzate dalla Russia e, con riguardo alla «libertà» e «sovranità», lascia chiaramente intendere un’analoga chiusura circa l’accoglibilità della seconda.
Stando così le cose, non si può non dedurne che, in realtà, la proclamata finalità di «fare pressione» sulla Russia perché scenda a trattative altro non è se non la formula ipocrita dietro la quale si nascondono altre finalità.
E queste possono essere, sostanzialmente, due: la pura e semplice sconfitta della Russia oppure la prosecuzione della guerra a tempo indeterminato, onde trarne vantaggi che, altrimenti, sarebbe difficile o impossibile conseguire.
La prima di tali ipotesi appare da escludere. È, infatti, difficile credere che tanto i «volenterosi» quanto Zelensky, pur non apparendo, in realtà, mostri di intelligenza, siano tuttavia tanto sprovveduti da poter veramente sperare che la Russia, una volta o l’altra, finisca per trovarsi talmente ridotta a mal partito da riconoscersi sconfitta dall’Ucraina, rinunciando a tutti gli obiettivi in vista dei quali aveva intrapreso l’«operazione militare speciale» e – quel che per essa sarebbe ancora peggio – accettando l’inevitabile, definitivo declassamento dallo «status» di «superpotenza» a quello di potenza soltanto regionale.
D’altra parte lo stesso Zelensky, in un raro momento di sincerità, ha ammesso, a suo tempo, che l’Ucraina non dispone delle forze che le sarebbero necessarie per recuperare la Crimea e gli altri territori orientali attualmente occupati dalla Russia e la cui popolazione, peraltro, in gran parte russofona, sarebbe presumibilmente tutt’altro che entusiasta di una tale eventualità.
Né ci si può ragionevolmente aspettare che possano bastare le vittime e i danni prodotti dai «raid» dei droni ucraini su impianti energetici e strutture commerciali anche molto all’interno del territorio russo – come avvenuto a partire da una cinquantina di giorni a questa parte – per indurre la dirigenza russa a quella che, ai suoi occhi e a quelli, nonostante tutto, di una tuttora larga parte della popolazione, apparirebbe una sostanziale dichiarazione di resa.
E ciò tanto più in quanto vittime e danni in misura ancora maggiore sono e resteranno presumibilmente quelli arrecati dai droni e dai missili russi all’Ucraina.
Armi, riarmo e guerra senza fine: gli interessi dietro il conflitto ucraino
Rimane quindi valida soltanto la seconda delle suddette ipotesi. La prosecuzione a tempo indeterminato della guerra costituisce infatti – unitamente allo spauracchio di un preteso pericolo di aggressione della Russia a uno o più dei Paesi della Nato, una volta che fosse risolta a suo favore la partita con l’Ucraina – la condizione per poter far apparire giustificata la forsennata corsa agli armamenti, promossa a spese dei cittadini dai «volenterosi» e dall’Unione europea e il cui unico scopo è, in realtà, solo quello di compensare, almeno in parte, con lo sviluppo abnorme delle industrie belliche, il danno prodotto all’industria automobilistica e a quelle ad essa collegate con le folli politiche «green» degli ultimi anni.
Zelensky senza elezioni e Mosca in vantaggio: perché la guerra si prolunga
Ed è anche, quella anzidetta, la condizione che consente a Zelensky di rimandare a tempo indeterminato il fastidioso adempimento costituito dall’indizione delle elezioni presidenziali dalle quali non è detto che uscirebbe vincitore, pur con l’immancabile sostegno che gli verrebbe dall’Unione europea.
Si potrebbe a tutto ciò obiettare che anche la Russia mostra di non aver interesse ad una cessazione negoziata delle ostilità, dal momento che neppure essa ha avanzato specifiche proposte in tal senso, essendosi limitata a ribadire quelli che definisce i suoi irrinunciabili obiettivi.
Il che è vero, ma trova spiegazione nel fatto che – nonostante la recente affermazione dell’immarcescibile baronessa Von der Leyen, secondo cui «il vento è cambiato» in favore dell’Ucraina – è la Russia a trovarsi tuttora in posizione di consolidato vantaggio sul campo e nella capacità offensiva.
E, da che al mondo esistono le guerre, chi è in vantaggio aspetta che sia l’altro a prendere l’iniziativa per trattative di pace. Ce lo insegna anche il Vangelo (Luca XIV, 31-34) laddove, facendo l’esempio di due re che muovono l’uno contro l’altro, il primo con un esercito di 10.000 uomini e il secondo con uno di 20.000, indica il primo come quello che, di norma, manderebbe i suoi ambasciatori a chiedere la pace.
Ma appare lecito dubitare che, in quel di Bruxelles e di Kiev, come pure nelle capitali dei «volenterosi», i lettori del Vangelo siano in molti.
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