Il Medio Oriente continua a ribollire e la Siria è sconvolta dalle proteste per l’aumento del costo della benzina e per l’estrema povertà della popolazione. Si tratta delle manifestazioni più violente dalla caduta di Assad, nel dicembre del 2024, ed è la prima volta che il nuovo governo di Ahmed al Shara si trova a fronteggiare una situazione del genere.
L’aumento dei prezzi del carburante
Nell’arco degli ultimi mesi il prezzo del carburante è continuamente cresciuto, portando nelle piazze prima i trasportatori e poi tutti i cittadini. A Damasco è difficile trovare da mangiare e circa il 90% della popolazione vive in uno stato di povertà. Anche per chi lavora resta complicato arrivare a fine mese e nei mercati delle grandi città manca davvero tutto.
Il ministro dell’Energia ha promesso che gli aumenti saranno soltanto temporanei ed ha spiegato che sono una diretta conseguenza delle difficoltà di approvvigionamento dovute alle guerre nella regione, ma resta il principale bersaglio delle proteste.
I manifestanti vogliono la sua immediata rimozione dal governo, accusandolo di incapacità nell’affrontare la situazione, che ha visto in soli cinque mesi crescere il prezzo del carburante dell’86%. Molte delle principali città sono invase dalla gente e sono stati allestiti blocchi sulle principali autostrade, isolando la capitale.
La Siria avrebbe un discreto potenziale petrolifero, soprattutto nelle aree settentrionali e orientali, ma ormai da molti anni dipende totalmente dalle importazioni. Per un lungo periodo, queste aree sono state infatti controllate dallo Stato islamico, che ha esportato clandestinamente il petrolio siriano. Adesso alcune raffinerie sono state riattivate, ma sono senza manutenzione da anni e non riescono a produrre nemmeno un terzo del fabbisogno nazionale.
La fine dell’autosufficienza energetica di Damasco è cominciata con l’inizio della guerra civile nel 2011 ed è peggiorata di anno in anno. Il regime di Assad aveva trovato un accordo con la Russia, che riforniva a prezzi concordati il paese medio orientale, ma oggi i rapporti con Mosca si sono molto raffreddati.
La Russia ha perso la sua influenza sulla Siria
I russi mantengono due basi nel paese arabo, ma la loro influenza sulla Siria è quasi azzerata. il nuovo presidente al Shara ha scelto la Turchia come alleato principale, ma allo stesso tempo ha iniziato un riavvicinamento con gli Stati Uniti che hanno già rimosso buona parte delle sanzioni che strangolavano l’economia siriana.
L’amicizia ritrovata con Washington ha permesso un nuovo governo di chiedere prestiti al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale, ma i soldi non sono ancora arrivati e la disoccupazione è quasi al 30%.
L’estrema precarietà dell’esecutivo in carica potrebbe far piombare ancora una volta la nazione nella violenza, data anche la sua natura di mosaico complesso e articolato, che vede religioni ed etnie differenti convivere da secoli. Intanto il presidente del Libano Joseph Aoun è il re di Giordania Abdullah II sono volati a Parigi ospiti del presidente francese Emmanuel Macron per un incontro insieme ai vertici militari dei rispettivi paesi per elaborare un piano per rafforzare le forze armate libanesi prima della scadenza della missione Onu Unifil.
La delicata situazione mediorientale
I caschi blu, composti da 10.000 uomini provenienti soprattutto da Italia e Francia, se ne andranno alla fine del 2026 ed è necessario accelerare l’addestramento e la riorganizzazione dell’esercito libanese che dovrebbe sostituirli. Il presidente Aoun ha promesso di disarmare tutte le milizie, a cominciare naturalmente da Hezbollah, sostenendo che il monopolio della forza spetti all’esercito nazionale, per anni mantenuto debole, così che non fosse di intralcio alle milizie dei partiti politici.
Purtroppo anni di estreme difficoltà finanziarie hanno divorato gli stipendi dei soldati, ridotti in certi mesi a poche decine di dollari, e lasciato le caserme senza nemmeno i mezzi con cui spostarsi. La Francia all’inizio del secolo scorso ha avuto un mandato sul Libano ed ha sempre mantenuto rapporti molto profondi con Beirut, ed oggi si candida come nazione capofila per la raccolta di fondi per modernizzare il piccolo esercito medio orientale ed aumentare il suo peso geopolitico nell’area.
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