Xi Jinping, presidente della Cina
Xi Jinping (Ansa)

L’enorme avanzo commerciale della Cina corre verso un nuovo primato proprio mentre Donald Trump si prepara a ricevere Xi Jinping alla Casa Bianca giovedì prossimo, e dopo che Washington ha scelto di farne una questione politica di primo piano.

Nei primi otto mesi del 2026 le esportazioni cinesi hanno superato le importazioni per 806 miliardi di dollari, più che nello stesso periodo del 2025, anno chiuso con il record di 1.200 miliardi.

Ad agosto le vendite cinesi all’estero sono cresciute del 25% su base annua e quelle dirette negli Stati Uniti di oltre il 34%, malgrado un dazio effettivo sui prodotti cinesi stimato in media attorno al 23%, più del triplo di quello applicato agli altri grandi partner commerciali degli Usa.

Una parte dell’aumento dipende dai prezzi, poiché i semiconduttori sono saliti del 130% in valore e scesi dell’8% in volume. L’ultimo surplus mensile di Pechino verso gli Stati Uniti è il più ampio da quando Trump è tornato alla presidenza.

Lo scontro al G20 sul surplus di Pechino

Gli Usa intendono reagire e il primo atto della nuova offensiva americana è andato in scena ad Asheville, in Carolina del Nord, dove a cavallo tra agosto e settembre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha presieduto la riunione dei ministri finanziari del G20. La bozza di comunicato finale chiedeva ai Paesi con avanzi esterni «eccessivi e persistenti» di rimuovere le distorsioni che comprimono i consumi interni e producono una dipendenza eccessiva dalle esportazioni. Impegnava inoltre i governi a eliminare le politiche «non di mercato» che aggravano gli squilibri.

La Cina non veniva nominata, ma Pechino si è opposta al documento, sola contro 19, tra i quali anche India e Russia. Il testo è stato così declassato a dichiarazione della presidenza e Bessent ha dovuto ammettere il mancato consenso, mentre un alto funzionario americano liquidava la faccenda dicendo alla stampa che i cinesi sono «i peggiori trasgressori». Pechino ha replicato per bocca del ministero del Commercio, che vede nelle accuse un pretesto per giustificare il protezionismo, e del governatore della banca centrale Pan Gongsheng, secondo cui la Cina non ha mai perseguito un avanzo commerciale né deprezzato la propria moneta per guadagnare competitività.

Sarà. Ma dietro la disputa diplomatica c’è quello che negli Stati Uniti viene ormai chiamato secondo choc cinese. Il primo, seguito all’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, riguardava beni come mobili, abbigliamento ed elettrodomestici e provocò la distruzione di interi distretti manifatturieri del Midwest e del Sud degli Stati Uniti, con effetti politici che arrivano fino al voto per Trump.

Il secondo, che l’economista Brad Setser del Council on Foreign Relations fa cominciare con il crollo immobiliare cinese del 2021, tocca invece i settori avanzati. Per compensare la caduta dell’edilizia in patria, Xi ha orientato il credito delle banche pubbliche verso la manifattura, a partire dai comparti in cui la Cina dipendeva dall’estero. In cinque anni le esportazioni di automobili sono passate da meno di 1 milione a circa 10 milioni di unità, mentre le importazioni cinesi hanno smesso di crescere. La domanda interna resta debole, il Pil nel secondo trimestre di quest’anno ha rallentato al 4,3% e le esportazioni nette sono tornate a essere il principale motore di crescita economica.

Lo yuan, il nuovo fronte della guerra commerciale

L’affermazione cinese per cui Pechino non ha mai deprezzato lo yuan è piuttosto fragile. Le stime più recenti parlano di una sottovalutazione della moneta cinese tra il 20% e il 35%. Il cambio nominale con il dollaro è rimasto abbastanza stabile per un decennio, ma dopo la pandemia i prezzi dei beni sono scesi in Cina e saliti altrove, sicché il cambio reale è crollato e con esso il prezzo relativo delle merci cinesi.

Sempre secondo Setser, le banche cinesi di Stato acquistano valuta estera per circa 50 miliardi di dollari al mese, il che configurerebbe una manipolazione palese. Qualche commentatore si spinge a chiedere un nuovo accordo del Plaza, l’intesa con cui nel 1985 le maggiori economie intervennero insieme sui mercati per far apprezzare yen e marco su un dollaro troppo forte. Questa volta però si tratta di far salire lo yuan, con la minaccia dei dazi.

Ma non tutti gli economisti concordano su questa soluzione. La posizione contraria, sostenuta tra gli altri dal capo economista del Fmi Pierre-Olivier Gourinchas e da Gita Gopinath di Harvard, ritiene la rivalutazione poco utile senza riforme che riducano l’eccesso di risparmio delle famiglie cinesi, figlio di un welfare esile e di un fisco che grava sui consumi, e avverte che chiedere a Pechino un aggiustamento del cambio equivale a cercare lo scontro.

Xi, ovviamente, non mostra alcuna disponibilità a un accordo Plaza 2. A giugno il Global Times, voce del Partito comunista, ha scritto che la Cina non accetterà che i tassi di cambio siano usati come pretesto per l’oppressione né tornerà all’epoca in cui le grandi potenze coordinavano il destino di pochi Paesi. Lo squilibrio macroeconomico, insomma, viene rivendicato come un riscatto storico.

Il punto è che il presidente cinese considera il sostegno ai consumi interni una forma di assistenzialismo e ritiene che esportare molto e importare poco renda il mondo più dipendente dalla Cina e la Cina meno dipendente dal mondo. Qualche voce isolata a favore di una rivalutazione dello yuan, comunque, si leva anche in patria, dove l’economista Liu Feng ha sostenuto che le condizioni per lasciar salire il cambio sono mature, con riserve valutarie superiori a 3.400 miliardi di dollari e più di metà dei regolamenti con l’estero ormai denominati in yuan. Cioè, secondo Liu la Cina non ne soffrirebbe più di tanto.

Trump e Xi trattano sul filo della tregua

Un Plaza 2 troverebbe ostacoli anche a Washington. Trump predilige i dazi e finora non ha mostrato interesse per la questione valutaria, né per la riduzione del disavanzo federale che allora accompagnò quell’intesa, stretta peraltro con alleati come Germania Ovest e Giappone e non con rivali sistemici come la Cina.

Il Tesoro americano si indebita per quasi 2.000 miliardi di dollari l’anno e quell’eccesso di spesa è l’altra faccia dell’avanzo cinese. Soprattutto, uno yuan più forte vorrebbe dire merci cinesi più care e consumatori cinesi più attivi sui mercati mondiali, dunque più inflazione, mentre una Cina con meno dollari da reinvestire comprerebbe meno titoli del Tesoro americano, facendone salire i rendimenti.

Nel fine settimana Bessent e il rappresentante per il commercio Jamieson Greer hanno visto il vicepremier He Lifeng per l’ultimo giro di colloqui prima del vertice. La tregua commerciale siglata a Busan nell’ottobre scorso scade a novembre e Pechino vorrebbe estenderla all’intero mandato di Trump, mentre gli americani offrono sei mesi, convinti che la Cina non rispetti fino in fondo gli impegni sulle terre rare. Con le elezioni di metà mandato alle porte, a Trump serve un successo da esibire in fretta, mentre a Xi serve soprattutto tempo. E in una trattativa, di solito, chi ha fretta finisce per pagare di più.

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