È sorta la Nato sunnita? Ieri, Turchia, Pakistan e Arabia Saudita hanno sottoscritto un patto di sicurezza. In particolare, il documento è stato firmato alla Mecca dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, dal principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, e dal premier pakistano, Shehbaz Sharif.
Secondo un comunicato congiunto, «l’accordo mira a rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione e stabilisce che qualsiasi attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Stati debba essere considerato un attacco contro tutti e tre». «Prevede inoltre il potenziamento di tutti gli aspetti della cooperazione in materia di difesa tra i tre Stati», si legge ancora. I tre leader hanno anche fatto riferimento ai «duraturi vincoli di fratellanza e solidarietà islamica che li uniscono» e agli «interessi strategici condivisi».
L’intesa siglata ieri è significativa. Il Pakistan è al momento l’unico Paese musulmano a essere in possesso di armamenti atomici, mentre la Turchia dispone del secondo esercito più grande della Nato. L’Arabia Saudita, infine, riveste un peso decisivo sia in seno all’Opec che all’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo.
Va da sé come la nuova intesa a tre possa rimescolare gli equilibri del Medio Oriente. Per gli Stati Uniti, si tratta di una situazione in chiaroscuro. Sotto certi aspetti, questo patto argina l’influenza americana sulla regione, soprattutto in un momento in cui Washington sta facendo fatica a risolvere la crisi iraniana. Al contempo, è anche vero che una simile intesa potrebbe garantire agli Usa la possibilità di ridurre gli oneri nell’area, rendendo maggiormente responsabili i propri alleati. Donald Trump ha del resto notevolmente rafforzato i legami con il capo delle Forze pakistane, Asim Munir, e con lo stesso Erdogan.
Appare invece più complesso il suo rapporto con bin Salman. Washington sta spalleggiando Riad contro gli Huthi nello Yemen. Inoltre, le due capitali hanno recentemente firmato un’intesa per consentire all’Arabia Saudita di sviluppare il nucleare a scopo civile. Tuttavia, dall’altra parte, il presidente americano non è ancora riuscito a convincere il principe ad aderire ai Patti di Abramo.
Per quanto riguarda Israele, l’accordo a tre firmato ieri rappresenta invece una pessima notizia. Lo Stato ebraico teme l’ascesa della Turchia, con cui è sempre più ai ferri corti. In secondo luogo, negli scorsi mesi si sono anche deteriorati i rapporti tra Benjamin Netanyahu e bin Salman, soprattutto dopo che quest’ultimo ha subordinato l’adesione di Riad agli Accordi di Abramo all’istituzione di uno Stato palestinese.
Infine, il governo israeliano ha sempre vissuto con fastidio il ruolo di mediazione che Islamabad si è intestata nel processo diplomatico tra Washington e Teheran. Tutto questo, senza trascurare che, almeno potenzialmente, con questo nuovo patto Ankara e Riad potrebbero accedere all’ombrello nucleare pakistano. Il che potrebbe essere visto da Gerusalemme come una seria minaccia al monopolio atomico di cui de facto gode in Medio Oriente. Certo, il governo di Riad ha precisato che l’accordo «non è legato ad ambizioni nucleari». Bisognerà però vedere se si tratta o meno di una dichiarazione di facciata.
E l’Iran? A prima vista, sembrerebbe poter trarre vantaggio dal nuovo patto a tre, visti i rapporti solidi che intrattiene con Turchia e Pakistan. Tuttavia, Ankara si è schierata con Riad contro il blocco marittimo che gli Huthi, su input dei pasdaran, hanno decretato nei confronti dell’Arabia Saudita. Non solo. Irritazione verso il gruppo islamista sciita dello Yemen è arrivata anche da Islamabad. In tal senso, le crescenti tensioni tra gli Huthi e l’Arabia Saudita potrebbe presto rappresentare un primo test per il nuovo patto di sicurezza sunnita. Tutto questo, mentre anche un noto rivale del Pakistan, come l’India, sta guardando all’intesa di ieri con un certo nervosismo.
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