L’America Latina sta entrando in una nuova fase politica. Il baricentro del continente si è progressivamente spostato verso destra. Argentina, Cile, Colombia, Perù e Bolivia hanno visto affermarsi governi conservatori o coalizioni di centrodestra, mentre il ciclo progressista che aveva segnato gli ultimi 20 anni appare in difficoltà.
Le principali eccezioni restano Brasile e Messico, le due maggiori economie latinoamericane, dove la sinistra continua a governare. A questo quadro si aggiungono Cuba e Nicaragua, realtà che non possono essere interpretate con le stesse categorie del resto del continente. Quanto al Venezuela, dopo lo spaventoso terremoto, il collasso economico, sociale e istituzionale rende il caso difficilmente comparabile con quello degli altri Paesi.
Non siamo ancora definitivamente di fronte a una nuova egemonia conservatrice. La destra è arrivata al governo sfruttando il malcontento prodotto dalla stagnazione economica, dall’aumento della violenza, dalla crisi della rappresentanza politica e dalla crescente sfiducia verso le istituzioni. Una volta al potere, però, si trova ad affrontare gli stessi problemi che avevano logorato i governi progressisti. La sfida è dimostrare di saper governare meglio di chi ha sconfitto.
La domanda centrale non è perché vinca la destra, ma perché il ciclo progressista, dominante buona parte dell’America Latina dall’inizio degli anni Duemila, abbia perso la capacità di rappresentare le aspettative della popolazione.
Le ragioni sono molteplici. La fine del superciclo delle materie prime ha ridotto le risorse che avevano consentito di finanziare i programmi di inclusione sociale. La pandemia ha aggravato il debito pubblico e ampliato le disuguaglianze. Parallelamente, il narcotraffico e la criminalità organizzata si sono estesi oltre i tradizionali epicentri di Colombia e Messico, facendo della sicurezza la principale preoccupazione di milioni di cittadini. A ciò si è aggiunta una diffusa crisi di fiducia nelle istituzioni, alimentata dalla corruzione, dall’inefficienza amministrativa e dall’incapacità dello Stato di garantire servizi essenziali.
Se negli anni Duemila la parola chiave era disuguaglianza, oggi la parola che domina il dibattito politico è sicurezza. Dall’Ecuador al Cile, dal Perù alla Colombia, fino al Brasile, la crescita della criminalità organizzata, della violenza urbana e dell’influenza dei cartelli ha modificato le priorità dell’elettorato. È su questo terreno che le destre hanno costruito gran parte del proprio consenso, proponendo politiche di «mano dura» e guardando con interesse al modello di Nayib Bukele in El Salvador. La destra ha convinto perché ha saputo intercettare una domanda di ordine, sicurezza e capacità decisionale. La Colombia rappresenta uno degli esempi più significativi di questa inversione . Gustavo Petro aveva cercato di costruire un modello fondato su riforme sociali, sulla transizione energetica e sul rilancio del processo di pace. Tuttavia, una parte consistente dell’elettorato ha giudicato insufficienti quei risultati di fronte al peggioramento della sicurezza e alla debolezza economica. La vittoria di Abelardo De La Espriella segna il ritorno della destra attraverso il messaggio di ristabilire ordine, autorità e controllo dello Stato.
Anche il Cile racconta molto di questa nuova stagione politica. Dopo essere stato il laboratorio della nuova sinistra latinoamericana con Gabriel Boric, il Paese ha visto crescere il consenso delle forze conservatrici, fino alla vittoria di José Antonio Kast, leader di una destra radicale che rivendica parte dell’eredità politica del pinochettismo. Si riaffaccia una cultura politica che sembrava appartenere al passato.
La Bolivia offre invece il volto più fragile di questa fase. Dopo quasi 20 anni di predominio del Mas guidato da Evo Morales, la vittoria di Rodrigo Paz ha inaugurato una stagione nuova. Ma il governo si è trovato alle prese con proteste, crisi economica, tensioni sociali e una maggioranza politica non solida. È la dimostrazione che conquistare il potere grazie al logoramento della sinistra è una cosa, costruire una stabilità duratura è tutt’altra.
È questo il paradosso della nuova America Latina. Le destre crescono promettendo sicurezza e ordine, ma governano società attraversate da problemi strutturali. Vincere le elezioni è stato difficile, ma consolidare il consenso potrebbe esserlo di più.
In questo scenario il Brasile occupa una posizione unica. Insieme al Messico rappresenta la principale roccaforte della sinistra democratica nel continente. Ma, a differenza del governo messicano, Lula governa sotto un assedio permanente. Deve confrontarsi con un Congresso largamente conservatore, con il peso determinante del «centrão», con un bolsonarismo ancora radicato nella società e con una destra che continua a crescere. L’assedio al Brasile è anche culturale, economico e istituzionale. Le chiese evangeliche, l’agrobusiness, parte delle forze di sicurezza e una consistente fetta dell’opinione pubblica continuano a rappresentare la base sociale del bolsonarismo. Allo stesso tempo, il modello Bukele esercita una crescente attrazione anche sulla destra brasiliana. Per questo il Brasile rappresenta il principale banco di prova delcontinente e indicherà se questa transizione si completerà a favore della destra.
In questo processo peseranno i condizionamenti esterni degli Stati Uniti di Donald Trump. L’azione americana si esprime in tre direzioni: il rafforzamento dell’asse economico-commerciale, l’approfondimento della sintonia con i governi conservatori e costruzione di un contesto anticinese. Una America Latina spostata verso destra offre tutte le condizioni favorevoli al perseguimento di questi obiettivi.
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