«Le nostre nazioni condividono molti valori, una vocazione verso la creatività e l’innovazione pur rimanendo ancorate alla loro tradizione, e dal mio punto di vista condividono un potenziale – nonostante i nostri rapporti bilaterali siano estremamente solidi – inespresso straordinario che siamo ovviamente qui per esplorare e portare avanti». Così Giorgia Meloni in apertura dell’incontro bilaterale con il presidente coreano Lee Jae-Myung. Nelle dichiarazioni congiunte nella Blue House di Seul al termine del bilaterale, il premier ha spiegato che «Rafforzare il nostro partenariato economico è una delle tre priorità» di cui si è discusso, insieme a quella di puntare su «catene del valore più forti e sicure» e a dare «maggiore sistematicità al coordinamento politico».
Convocato al prospetto di Donald Trump a Mar a Lago, ha ricevuto l’investitura di ambasciatore speciale per l’Italia. Il suo nome è Paolo Zampolli, imprenditore milanese trasferitosi negli Usa una trentina di anni fa e grande amico di The Donald e di Melania. È stato lui infatti a presentare l’allora modella al tycoon.
Il momento lo racconta lo stesso Zampolli in una lunga intervista a Vanity Fair nel 2017. «Quando lo conobbi (Trump, ndr) si era appena separato dalla sua seconda moglie, usciva tanto e ci frequentavamo spesso. La sera del 1998 in cui gli presentai Melania, amica della mia fidanzata Edith, lui era ospite d’onore a una cena durante la settimana della moda», spiega l’imprenditore italiano, aggiungendo: «Lo lasciai al loro tavolo e andai a occuparmi degli altri 300 ospiti. Due settimane dopo, a cena a casa mia si presentò con Melania e fui molto sorpreso: lei non aveva detto nulla nemmeno a Edith, quindi doveva essere il loro primo date. Sono stato io a scattare la foto sul mio divano. Da quel giorno stanno ancora insieme, il mio amico è diventato presidente degli Stati Uniti e la mia amica la First lady».
Era appunto il 2017; al primo mandato. I rapporti in questi anni non solo sono rimasti buoni ma sono lievitati a tal punto da includere Zampolli nel novero dei quattro inviati speciali che rappresentano la diplomazia parallela della Casa Bianca. Con l’obiettivo di creare una filiera indipendente da quella permanente che risponde per definizione a Marco Rubio.
Così Zampolli si aggiunge alla lista che già vede l’immobiliarista Steve Charles Witkoff inviato speciale per Gaza e il Medio Oriente, Keith Kellogg responsabile per l’Ucraina e Richard Grenell, ex ambasciatore in Germania e già responsabile dei servizi di intelligence ai tempi del Trump I, inviato speciale per le aree di crisi come il Venezuela.
La prima domanda che sorge spontanea è: che c’entra l’imprenditore milanese con gli altri inviati speciali? La prima risposta è che un minimo di diplomazia la mastica avendo già ricoperto un ruolo all’Onu per Dominica, un’isola dei Caraibi. Ma la seconda domanda, ancor più importante è: che c’entra l’Italia con aree calde come il Venezuela, Gaza o l’Ucraina? Qui la risposta è più complessa e sfaccettata. Il messaggio che evidentemente vuole mandare Trump all’Europa è che da domani l’Italia potrà accedere a un canale privilegiato per mantenere costanti rapporti con Mar a Lago. Prima ancora che con Washington. Zampolli, nella cui cerchia di amici c’è anche Giuseppe Cipriani, imprenditore dell’ospitalità grazie alla catena di lusso Casa Cipriani, probabilmente si muoverà con grossa autonomia su diversi ambiti nel business e nel settore della Difesa. Una buona notizia per Fincantieri e per Leonardo, impegnate a rafforzare i rapporti negli Usa e a lanciare il programma di velivoli di sesta generazione, il Gcap, in partnership con Gran Bretagna e Giappone con un’importante finestra per l’Arabia Saudita. In molti ritengono che i tagli al Pentagono recentemente annunciati da Pete Hegseth possano intaccare i progetti di Lockheed Martin e spingere gli Usa a un inserimento nel Gcap. Fantapolitica? Potrebbe essere, ma la Casa Bianca oggi è pronta a stupire tutti e al contrario non dovrebbe stupire la volontà di spingere un Paese come l’Italia a rafforzare i rapporti con il regno dell’Arabia Saudita. Senza dimenticare che in questa nuova fase potrebbero aprirsi collaborazioni con Israele chiudendo il cerchio del progetto Nuovo Medio Oriente.
È chiaro che Zampolli dovrà coordinarsi con l’ambasciatore designato in Italia, Tilman Fertitta. Equilibri già sperimentati ai tempi di Barack Obama, seppur con numerose difficoltà. Per quanto riguarda il nostro Paese l’inserimento di due figure dovrebbe invece essere più semplice. Zampolli e Fertitta si conoscono da tempo. Il secondo ha visto crescere il suo nome e il patrimonio personale in parallelo con la crescita di un impero immobiliare nel mondo dell’intrattenimento e della ristorazione. Nato a Galveston in Texas, da padre di origini siciliane, ha mano mano scalato le classifiche di Forbes. Insomma, si tratta di figure che frequentano più il mondo del business che quello della diplomazia e ciò rispecchia esattamente la postura di Trump.
Per l’Italia l’accoppiata Zampolli-Fertitta è una buona notizia? Beh, di questi tempi fuori da ogni protocollo probabilmente sì. La prossima settimana il nuovo inviato speciale per il Belpaese sarà a Roma. Obiettivo incontrare Giorgia Meloni, sebbene la riunione non sia ancora in agenda. Non sappiamo quanto avrà intenzione di fare la spola, ma quello che è certo è che la cerchia degli amici «italiani» di Trump (tra i quali va sicuramente aggiunto George Guido Lombardi, più volte avvistato a Roma prima delle elezioni) prende una forma di ufficialità. Terrà rapporti diretti con il governo e, se il background non mente, bypasserà le lungaggini e le formalità della diplomazia tradizionale.
Resta da capire, oltre a Palazzo Chigi, chi saranno i diretti interlocutori dell’inviato speciale in Italia. Da lì si capiranno molte cose. Ciò che è già chiaro adesso è che questa diplomazia alternativa volerà direttamente sopra la testa di Bruxelles.
Melonia Trump, Melon Musk, Milonga Milei, Georgia on my mind. Fa benissimo Giorgia Meloni a proporsi come interlocutrice privilegiata di Donald Trump e diventare di fatto il ponte tra l’Europa e gli Stati Uniti, tra il Mediterraneo e l’Atlantico. È un’occasione da cogliere al volo, e lo diremmo anche se fossimo contrari al governo Meloni, come hanno ben colto i (pochi) che a sinistra ragionano col cervello e non con i succhi gastrici e la bile. Per l’Italia è un vantaggio.
Il quadro che ci è stato presentato in questa settimana del trumpismo nascente è allarmante quanto surreale. Sembra che fino a ieri vivevamo in un mondo pacificato, con un’Europa unita e gagliarda, senza censure e minacce alle libertà, con i magnati che stavano a cuccia, senza contatti col potere... Poi è arrivato Trump e tutto viene sconvolto.
No, non è così. Al contrario, veniamo da un periodo tempestoso di guerre che hanno dilaniato il mondo e hanno messo a rischio la pace mondiale. Viviamo lo spettacolo di un’Europa incapace di esprimere una linea unitaria, al rimorchio degli Stati Uniti, imbambolata e impotente davanti a tutti i grandi eventi dei nostri giorni. Siamo sotto un regime di sorveglianza ideologica, chiamato woke che non vuol dire risveglio ma proprio sorvegliato; censura nei social, colossi del web al servizio dell’ideologia progressista e woke. Se ora gli stessi big attaccano l’asino dove vuole il nuovo padrone, mentre fino a ieri lo attaccavano dove voleva il padrone dem, non vuol dire che stia nascendo un pericoloso regime; vuol dire semplicemente che si sono accordati oggi come ieri con il vincitore. I primi nemici dell’Europa sono gli europei. Certo, inquietano alcuni aspetti caratteriali, alcune lobbies e supporti tecno-capitalistici, alcune drastiche decisioni; ma con Trump è possibile che la situazione generale migliori (Breve inciso: chi ironizza sulla lucidità di Trump per via dell’età offende Sergio Mattarella e dimentica che fino a ieri c’era Joe Biden, più vecchio di lui e visibilmente meno lucido).
In questo quadro, trovo naturale che la Meloni, oltre a questioni di opportunità politica e strategica, si adegui pure lei al nuovo corso, dopo il feeling con Biden. Trump per giunta è affine sul piano politico e su molte idee.
Qual è, viceversa, il punto critico da affrontare, dove possono sorgere inevitabili differenze e alcune divergenze? Il primo, inevitabile, è che gli interessi americani non coincidono con gli interessi europei, mediterranei e italiani. E questo valeva ieri con Biden e vale oggi con Trump. Il fatto che in Trump ci sia un’ulteriore sterzata verso gli interessi nazionali americani, per noi vuol dire due cose di contrastante effetto: in negativo vuol dire che accentuerà gli interessi degli Usa a nostro discapito; in positivo che si occuperà dell’America e avrà meno pretese di condizionare, dirigere, orientare i partner sulla base di quella missione umanitaria (anche a suon di guerra e di bombe) che caratterizza da sempre le amministrazioni dem negli Stati Uniti. E che in tanti guai ci ha trascinato. Si dovrà dunque trattare: Trump è il contrario di Biden, annuncia guerre e apre negoziati. Finora i dem annunciavano la pace e praticavano le guerre.
Noi dovremo negoziare ruoli, patti, dazi. Sapendo che abbiamo una comune preoccupazione: frenare la Cina, l’espansione commerciale e tecnologica asiatica. Di conseguenza anche per noi è tempo di bilanciare la globalizzazione delle merci e della tecnica, perché non va più a vantaggio dell’Occidente, con alcune norme a protezione della nostra economia.
Sul piano culturale - in senso lato, s’intende - le convergenze sul piano conservatore, nazional-patriottico e famigliare tra l’America di Trump e l’Italia di Meloni sono evidenti ma non sono da trascurare nemmeno le differenze. Il tessuto cristiano a cui Trump si riferisce è di tipo protestante, biblico-millenarista; e il modello sociale che ne deriva non ha le correzioni sociali e popolari della nostra tradizione politica, del nostro umanesimo, del cattolicesimo sociale, del nazionalismo sociale (non fate i cretini, è l’esatto opposto del nazionalsocialismo, detto nazismo). Il tecno-capitalismo non si sposa agevolmente con la nostra tradizione sociale e comunitaria, a partire dalla dottrina sociale della Chiesa. C’è poi da loro un impianto liberista e fordista, mercantile e «privatista». (Tanto più lontano è l’anarco-liberismo di Milei). Nella stessa tradizione repubblicana statunitense, il massimo d’apertura è il conservatorismo «compassionevole», che non somiglia alla nostra «destra sociale» o al nostro popolarismo d’ispirazione cristiana.
Bisogna tenere a mente queste differenze e saperle soppesare nelle sedi e nei momenti opportuni, insieme alle inevitabili differenze geopolitiche di chi abita nel cuore dell’antica Europa e dell’antico Mediterraneo, e chi vive nel Nuovo Mondo, al di là dell’Oceano Atlantico. La Meloni non dev’essere l’americana de noantri; si ricordi di rappresentare l’Europa e il Mediterraneo, e i loro interessi.
Poste queste basi, torniamo a un’osservazione di ordine generale. Siamo entrati nell’epoca delle leadership solitarie, a occidente tramite il voto libero, democratico e popolare, altrove invece con un’inclinazione autocratica e una ferrea struttura militare. La solitudine del leader è oggi il tratto preponderante del mondo e va compreso senza euforie e senza tragedie, come un dato di fatto con cui misurarsi.
Nel caso italiano, la Meloni vive una situazione eccezionale: è sola. Ha due oppositori, più frattaglie, di poco spessore e di poca presa; ha due alleati che non sono in grado di insidiare la sua leadership.
Neanche Silvio Berlusconi ebbe questo privilegio, e questa totale solitudine, ma molti contrasti; e Matteo Renzi fu un miraggio, una parabola veloce, quasi un disco volante. E la Meloni è sola, purtroppo, anche nel suo partito, con una classe dirigente mediamente scarsa, non vorremmo ripeterlo per l’ennesima volta; nessun vice, nessun alter ego, nessun gruppo di prim’ordine. Si trova, dunque, in un deserto, salvo alcuni palazzi istituzionali (a partire dal Quirinale) e qualche Dignitario Atlantico (genere Mario Draghi). Non ha rivali, in questo momento, non ha competitori né interni né esterni, anche se brulicano le manovre dietro le quinte. Detto in termini agonistici e sportivi: Una a zero. Meloni-Resto del mondo. Partita esaltante, che finora ha ben condotto, ma piena di insidie. Deve giocarla senza debolezze e senza presunzione, tra audacia e prudenza, riuscendo a capire quando è il momento dell’una e quando dell’altra. Una partita da giocare, è il caso di dire, con destrezza.
Geopolitica economica. Le analisi che connettono la crisi contingente della Germania combinata con la debolezza della coalizione di governo e la sua futura perdita di potenza sono sbagliate: i segnali concreti mostrano il persistere di una volontà di potenza sovrana e primaria nell’Ue e un - pur ancora tentennante - adattamento attivo alle nuove condizioni del sistema globale. Nelle elezioni politiche del 2025 è alta la probabilità che la Cdu-Csu riprenda il ruolo di forza cardine nel nuovo governo e che spingerà verso una strategia di (ripristino di una) «Germania globale». Questa ipotesi di scenario porta a una riflessione strategica sulla possibile relazione tra Germania globale e Italia globale (mio libro, novembre 2023, Rubbettino). Che relazione si prospetta? Sia di cooperazione tra le due nazioni europee leader sul piano dell’export manifatturiero, e dipendenti dal mantenimento espansivo di tale modello, sia di competizione geoconomica e conseguentemente geopolitica.
Segnali correnti. La Germania è riuscita ad attrarre la gigantesca azienda taiwanese che produce chip evoluti, con posizione primaria nel mondo, insediando sul suo territorio una filiale dal valore di investimento di 10 miliardi di euro, circa la metà in forma di aiuto di Stato diretto e indiretto. Qualora l’americana Intel, altro gigante nel settore dei chip, uscisse da una crisi contingente, probabilmente confermerebbe l’investimento (anch’esso incentivato) di una sede in Germania dopo aver valutato, e rifiutato, un insediamento in Italia.
Per non annoiare, bastano questi due segnali per far capire che la Germania non sta reagendo alle sue difficoltà contingenti in modi passivi, ma attivi. Poi c’è, da tempo, il macro-segnale del progetto di riarmo finanziato con 100 miliardi di euro: armi tecnologiche con una rilevante ricaduta sull’industria civile. Poi c’è un recente segnale rilevantissimo sul piano geopolitico: una nave militare e una di appoggio della marina tedesca sono transitate nello stretto di Taiwan che Pechino considera una zona marina interna, motivo di irritazione forte. Amplificata dalla motivazione che è parsa ai cinesi-comunisti una presa in giro: un’altra rotta mostrava pericoli meteorologici e le navi hanno dovuto prendere la via di quello stretto. In realtà la marina militare tedesca, dopo più di due decenni, è tornata in quel mare accettando la staffetta del naviglio dell’alleanza occidentale che simboleggia la tutela della libera navigazione di quella rotta, negata da Pechino. Per la Germania, incastrata dalla necessità di avere buone relazioni con la Cina comunista perché molto dipendente dal quel mercato, sta virando verso l’alleanza anticinese nonostante i richiami di quella parte dell’industria tedesca che teme un disaccoppiamento con la Cina rossa.
A fine giugno ho avuto l’occasione di parlare con un ammiraglio tedesco per esplorare il dare e avere collaborativo tra le industrie militari di Italia e Germania nel settore: esiste la possibilità di un buon bilanciamento, e una volontà di convergenza bilaterale, ma a lato della conversazione ho colto un disegno strategico globale ambizioso. Tanti altri segnali confermano la volontà di rinnovata potenza della Germania come partner privilegiato dell’America (e del Regno Unito).
L’Ue? Per le élite tedesche appare solo un moltiplicatore della potenza nazionale (come nel vero pensiero strategico francese). E la diarchia con la Francia? Solo nominale, tendenzialmente.
Roma ha iniziato da tempo - con più evidenza, ma meno soldi - una strategia globale per compensare con nuovi accessi di mercato la difficoltà di mantenerli con Russia e Cina (nonostante il recente tentativo di migliorare le relazioni). La nostra marina militare ha compiuto notevoli esercitazioni (gruppo navale arricchito da una portaerei) con alleati del Pacifico. La nostra aeronautica ha portato una presenza massiva in Giappone come precursore politico della collaborazione italo-nipponica-britannica per la costruzione di un cacciabombardiere di sesta generazione (il Gcap, piattaforma aerea che gestisce decine di droni). L’Italia ha un vantaggio tecnologico nella robotica (lato meccatronica), ma un gap sui cybercervelli. Inoltre ha un vantaggio nelle tecnologie esospaziali. Per colmare il gap e sfruttare di più i potenziali avrebbe un maggior vantaggio in una relazione bilaterale più forte con l’America.
Ma se Washington vedrà un’apertura tedesca - anche qualora vincesse Donald Trump che fece della Germania un bersaglio per depotenziarla - tenderà a preferire Berlino su Roma, pur mantenendo buone relazioni con la seconda. E da anni la Cdu tedesca, via Manfred Weber capogruppo nel Parlamento europeo, invoca un trattato economico tra Ue e Stati Uniti. Su questo piano c’è un potenziale di competizione tra Italia e Germania, secondo me reso più evidente dal recente partenariato strategico tra Berlino e Londra, annotando che anche l’Italia ne ha siglato uno. Penso che il tema verrà discusso o per lo meno adombrato lunedì nell’incontro a Roma tra Georgia Meloni e Keir Starmer: non mi aspetto problemi, ma la preferenza britannica per una relazione forte con la Germania mi sembra già abbastanza evidente.
Il punto? Non vedo una prospettiva di competizione conflittuale tra Italia e Germania, ma il ruolo primario della seconda nell’Ue potrebbe togliere all’Italia stessa, se in divergenza di interessi, la leva moltiplicatrice di forza per la proiezione verso l’Africa ed altre aree rilevanti del globo. Pertanto mi permetto di segnalare alla nostra ottima politica estera di mettere già ora in priorità un dialogo italo-tedesco capace di minimizzare le occasioni di competizione e massimizzare sia le convergenze sia l’individuazione di progetti di collaborazione complementare.
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Una visita a sorpresa, ma senza sorpresa finale. Il viaggio lampo di Viktor Orbán a Kiev si è concluso con un nulla di fatto, almeno per quanto riguarda il fronte diplomatico in merito alla risoluzione del conflitto ucraino. Un tema, quello della guerra, che è stato liquidato con un botta e risposta tra il premier ungherese, al primo viaggio in terra ucraina da quando Vladimir Putin decise di muovere i carri armati oltre confine il 24 febbraio 2022, e il padrone di casa, Volodymyr Zelensky.
«Serve un cessate il fuoco immediato per accelerare i negoziati di pace», ha chiesto Orbán. «Il nostro Paese è massacrato dalla guerra e ha bisogno di una pace giusta», la risposta secca del leader ucraino. Quasi a voler dire all’omologo ungherese, il primo rappresentante europeo ad avanzare una richiesta del genere, per di più a casa di Zelensky, che la richiesta di un cessate il fuoco andrebbe fatta a Mosca. Dichiarazioni fredde rilasciate a margine di un incontro che è sembrato più un atto dovuto che voluto tra due presidenti che non sono mai stati in buoni rapporti, soprattutto a causa delle posizioni assunte da Orbán sulle sanzioni alla Russia e i veti imposti a lungo sugli aiuti militari da destinare a Kiev.
Per percepire il clima di gelo nel quale si è svolto il bilaterale è sufficiente guardare le immagini dell’arrivo di Orbàn a Kiev e confrontarle con quelle delle visite di altri leader, Giorgia Meloni in testa, accolta con abbracci vigorosi e sorrisi a 32 denti. Il cerimoniale non cambia, è sempre lo stesso: l’auto arriva di fronte all’ingresso di palazzo Mariinsky, la residenza in stile barocco dove il presidente ucraino accoglie i capi di Stato, Zelensky apre il portone, i due si incontrano a metà tappeto rosso e si stringono la mano giusto il tempo delle foto di rito. Volti tirati, sorrisi pochi e di circostanza. Poi dentro le stanze del palazzo con il confronto al tavolo e la classica conferenza stampa con ognuno sul proprio podio, a circa due metri di distanza. Una distanza minima ma soltanto fisica se rapportata a quella realmente esistente tra le linee e le idee dei due.
Il primo ministro ungherese, bollato come il leader europeo più vicino al Cremlino, per non dire filoputiniano, ha appena assunto la presidenza di turno dell’Ue: «L’obiettivo della presidenza ungherese è contribuire a risolvere le sfide che attendono l’Unione europea. Ecco perché il mio primo viaggio è stato a Kiev», ha spiegato Orbán in un post su Facebook. Lo stesso governo ungherese in una nota diffusa prima della visita aveva precisato che l’argomento più importante di discussione nel colloquio tra i due sarebbe stato quello di individuare una possibilità di costruire la pace. Invece Zelensky, che ha deciso di affidare le proprie conclusioni a un post freddo su X, non ha accennato minimamente alla questione della guerra: «Sono stati colloqui sulle questioni fondamentali delle nostre relazioni di vicinato: commercio, cooperazione transfrontaliera, infrastrutture, energia e sfera umanitaria», si legge, «Il contenuto del nostro dialogo odierno su tutti questi temi può costituire la base per un nuovo documento bilaterale tra i nostri Paesi che regolerà tutte le nostre relazioni, si baserà su un approccio reciproco alle relazioni bilaterali tra Ucraina e Ungheria e consentirà ai nostri popoli di godere tutti i vantaggi dell’unità dell’Europa». Piuttosto, l’ex comico, ha esortato Budapest a unirsi alla lotta che l’Ucraina sta portando avanti per il raggiungimento di quella pace da lui definita «giusta» e si è augurato che la nuova Europa non cambi nulla sotto il punto di vista degli aiuti militari da inviare a Kiev: «Ho parlato di ciò che abbiamo già realizzato con i nostri partner e ho invitato l’Ungheria e il primo ministro Orbán a unirsi agli sforzi compiuti in vista dell’organizzazione di un nuovo vertice di pace da parte dell’Ucraina», ha affermato Zelensky. «È molto importante che il sostegno al nostro Paese rimanga a un livello sufficiente, anche per quanto riguarda la nostra difesa dal terrore russo».
Da sottolineare, invece, la reazione di Mosca in merito al vertice svoltosi ieri a Kiev. «La Russia non ha alcuna aspettativa», è stato il commento del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «È chiaro che l’Ungheria, che ha assunto la presidenza dell’Ue, deve svolgere le sue funzioni», specificando che Orbán non ha avuto colloqui con la Russia prima del suo viaggio in Ucraina. Ad averli è stato però il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijarto, che proprio durante il bilaterale di Kiev ha telefonato al suo omologo Sergej Lavrov. Stando a quanto comunicato dal ministero degli Esteri russo, i due hanno discusso della situazione del conflitto in Ucraina e del fatto che Kiev debba assicurare incondizionatamente i diritti della minoranza ungherese che vive al confine tra i due Paesi. Altro argomento che ha contribuito in questi due anni ad alimentare la tensione tra Budapest e Kiev.







