La Banca centrale europea «deve trovare un equilibrio»: né ignorare lo choc energetico, né vincolarsi ad aumenti automatici dei tassi, a un «percorso predeterminato» che ignori le differenze tra il 2026 e il 2022, l’anno in cui scoppiò la guerra in Ucraina. Fabio Panetta, governatore di Bankitalia, ieri ha mandato un messaggio molto chiaro all’istituto di Francoforte, nel suo intervento al Network ChaMP (Challenges for monetary policy transmission in a changing world), a Roma.
«La politica monetaria», ha sottolineato il numero uno di Palazzo Koch, «non può impedire che l’aumento dei prezzi dell’energia si ripercuota sull’economia». Fu proprio questo l’errore che, inaugurando una stagione di politiche restrittive, quattro anni fa commise Christine Lagarde: credere che una bomba geopolitica potesse essere disinnescata alzando il costo del denaro. Certo, ha aggiunto Panetta, il compito di una banca centrale è di «impedire» che il «processo» della spirale inflazionistica «si radichi nelle aspettative e nelle decisioni delle imprese e dei lavoratori». Guai a sottovalutare uno scompenso, «considerandolo temporaneo». C’è però una «seconda risposta fuorviante» che la Bce deve evitare: convincersi «che l’episodio attuale sia una replica del drammatico picco dei prezzi dell’energia del 2022» e che essa «debba, quindi, reagire con decisione, come fece allora, per impedire che l’inflazione si radichi». Ma oggi la situazione è diversa: «La domanda è più debole. I tassi di interesse reali sono più elevati. Lo choc ha inciso maggiormente sui prezzi del petrolio rispetto a quelli del gas», l’area euro ha aumentato «la sua capacità di importare gas naturale liquefatto, consentendo una maggiore diversificazione dei fornitori; la quota delle energie rinnovabili nella produzione di energia elettrica è cresciuta».
Che da via Nazionale sia partita un’esortazione tanto vigorosa, forse, è spia di un disaccordo all’interno del Comitato esecutivo della Bce, di cui lo stesso Panetta ha fatto parte e nel quale ora siede Piero Cipollone, ex vicedirettore generale della Banca d’Italia. È una fase interlocutoria, in cui Roma ha voluto fornire un’indicazione. A inizio giugno, Francoforte ha alzato i tassi di un quarto di punto, portandoli al 2,25%. Lo ha fatto con un tempismo non fortunatissimo: a ridosso della tregua, sia pur fragile, tra Stati Uniti e Iran. Era il primo aumento da settembre 2023, che Lagarde ha difeso evocando «condizioni ideali» per intervenire. L’inflazione al consumo nell’eurozona, a giugno, si è attestata al 2,8%, un po’ al di sotto del 3% previsto e in netto calo rispetto al 3,2% di maggio. Ciò significa che la pressione sul board, in vista della prossima riunione del 23 luglio, si è ridotta. E infatti la presidente ha iniziato a tirare il freno: «I rischi sono più bilanciati», ha dichiarato la settimana scorsa. Ed è qui che si inserisce un altro elemento interessante del ragionamento di Panetta. «La politica monetaria», ha rimarcato lui, «deve adattarsi a un’economia in evoluzione». Gli choc dal lato dell’offerta si vanno moltiplicando e «le banche centrali devono continuare a migliorare il modo» in cui li interpretano, «ne valutano la trasmissione e prendono decisioni in condizioni di incertezza. Ciò richiede», ha continuato Panetta, «investimenti in nuove forme di conoscenza», un dialogo con «l’informatica, le scienze politiche, le scienze climatiche e l’economia dell’energia». Palazzo Koch immagina una Bce sempre meno rinchiusa in un grattacielo decostruttivista, non più prigioniera di puri tecnicismi economici, sempre più disposta a lasciarsi provocare dalla realtà. Ossia, dalla politica. È questo il nodo della questione.
Per mesi, le picconate di Donald Trump all’ex capo della Fed, Jerome Powell, insieme al suo endorsement per quello che ne è diventato il successore, Kevin Warsh, hanno scandalizzato i custodi dell’ortodossia: le banche centrali sono indipendenti, non sono uno strumento in mano ai governi. È il pregiudizio neoliberale, certo non infondato, ma poi cristallizzato in un dogma: politicizzare le decisioni sui tassi significa portare l’inflazione fuori controllo, perché una maggioranza al potere userà il denaro per comprare consenso.
Ieri, però, Panetta ha riconosciuto che le banche centrali «dovrebbero analizzare le conseguenze delle loro scelte di policy in tema di prezzi dell’energia, catene di fornitura, produttività e condizioni e aspettative finanziarie». Soffermiamoci sulle prime parole: le banche centrali dovrebbero analizzare le conseguenze delle loro scelte. La sensazione è che i tecnocrati (in particolare, uno in corsa per la successione alla francese che medita di correre alle presidenziali) comincino a mettere in una forma più raffinata, scientifica, quel che Trump proclama con i soliti modi brutali.
Per carità, Panetta non ha detto che un presidente debba dare ordini al governatore della banca centrale. Eppure, «analizzare le conseguenze delle scelte», in sostanza, significa abituarsi ad agire non soltanto in base alle ristrette «condizioni ideali» menzionate dalla Lagarde, ma anche tenendo in considerazione obiettivi più generali. E valutarli è un atto politico. La gerarchia di quei fini non può prescindere da un confronto con il momento politico specifico: cosa pensa una comunità, quali orientamenti emergono da urne e organi rappresentativi, in che direzione va una società. È il modello di una banca centrale che non applica semplicemente un manualetto di regole e che si apre alla realtà. L’alternativa è restare nella torre d’avorio. Sapendo che potrebbe essere la spregiudicatezza dei boiardi, piuttosto che l’intemperanza di Trump, a sfatare il mito dell’indipendenza dei banchieri: Warsh, in fondo, non si candiderà alla Casa Bianca; ma la Lagarde, sull’Eliseo, sta facendo più di un pensierino…
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