Le fotografie, a volte, raccontano molto meno delle assenze. In quella scattata il 30 giugno a Milano ci sono cinque assessori regionali seduti allo stesso tavolo. Manca Roma. Manca Bruxelles. Ed è proprio questo il punto.
Perché la riunione non è stata l’ennesimo vertice tra amministrazioni confinanti. Attorno al tavolo sedevano gli assessori allo Sviluppo economico Vincenzo Colla per l’Emilia-Romagna, Alessio Piana per la Liguria, Guido Guidesi per la Lombardia, Andrea Tronzano per il Piemonte e Massimo Bitonci per il Veneto. Cinque amministrazioni di colore politico diverso, ma una convinzione ormai condivisa: se il motore industriale del Paese vuole continuare a correre, non può più limitarsi ad aspettare decisioni prese altrove.
I numeri spiegano il peso dell’iniziativa partita dalla Lombardia. Le cinque Regioni producono oltre metà del Pil italiano (circa 1.200 miliardi di euro) e rappresentano uno dei distretti manifatturieri più competitivi d’Europa. Ma, nei ragionamenti sviluppati durante il confronto milanese, il dato economico è quasi una premessa. Il vero obiettivo è costruire una massa critica capace di incidere prima che le decisioni vengano assunte, non quando sono già diventate norme.
Da qui la decisione di istituire una cabina di regia permanente, destinata a elaborare una visione comune al 2050 e a presentarsi al governo dell’Italia e alla Commissione europea con proposte condivise sulle politiche industriali, energetiche e della competitività.
Ma il retroscena è un altro. L’idea sta uscendo rapidamente dai palazzi della politica per contagiare il mondo delle imprese. Negli ambienti di Confindustria si ragiona già sulla possibilità di replicare lo schema istituzionale. Confindustria Piemonte starebbe lavorando a un incontro con le associazioni delle altre quattro Regioni, nella convinzione che una posizione comune di imprese e amministrazioni avrebbe un peso difficilmente ignorabile nei confronti di Roma e di Bruxelles.
È una saldatura che supera anche gli schieramenti. Attorno allo stesso tavolo siedono amministratori del centrodestra e un esponente del Partito democratico come Colla. Una circostanza che, letta nei corridoi della politica, viene interpretata come il segnale di una geografia diversa da quella raccontata quotidianamente dal confronto nazionale. Sul terreno dell’industria e della competitività, il Nord sembra voler parlare una lingua propria, che attraversa i partiti e privilegia gli interessi del territorio rispetto agli steccati ideologici.
A fare da collante è soprattutto il disagio che emerge dal mondo produttivo. Gli imprenditori chiedono una cosa prima ancora degli incentivi: prevedibilità. Per programmare investimenti da centinaia di milioni servono regole stabili. Invece, lamentano, da Bruxelles e da Roma arrivano spesso annunci di correzioni che poi non si traducono in modifiche sostanziali. È accaduto sulle politiche del Green deal, sul sistema Ets, sul Cbam, sul futuro dell’automotive. Il dibattito cambia di settimana in settimana, ma gli obblighi restano. E l’incertezza finisce per costare quasi quanto le norme.
Tra i dossier che alimentano le discussioni ce n’è poi uno che riguarda il credito. Il risiko bancario viene osservato con crescente attenzione dagli imprenditori del Nord. La prospettiva di un’ulteriore concentrazione del sistema, con il riassetto dell’universo Mps e il rafforzamento dei grandi gruppi, alimenta il timore di un progressivo allontanamento dei centri decisionali dai territori. È anche per questo che torna a essere guardato con interesse il sistema delle Banche di credito cooperativo, chiamato però a confrontarsi con un paradosso: dover rispettare gli stessi adempimenti regolatori e burocratici previsti per colossi come Intesa Sanpaolo, pur avendo dimensioni, struttura e costi completamente diversi. Un tema che il sistema produttivo considera decisivo se davvero si vuole preservare il rapporto tra credito e piccole e medie imprese.
Per ora è un fronte silenzioso. Ma nelle intenzioni dei protagonisti è destinato a trasformarsi in qualcosa di più di un coordinamento tra Regioni. Una voce unica, capace di trasformare il peso economico del Nord in peso politico. Perché il messaggio che è partito da Milano non è una richiesta di attenzione. È la volontà di sedersi al tavolo dove si prendono le decisioni. In fondo sono in ballo 1.200 miliardi…
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