L’intelligenza artificiale fa un salto di qualità. Non le basta più scrivere testi, generare immagini o rispondere alle domande degli studenti.
Adesso vuole entrare direttamente nella stanza dei bottoni. Lo fa con due scene che sembrano uscite dalla stessa sceneggiatura satirica. Da una parte Sam Altman che offre al governo degli Stati Uniti una fetta di OpenAI. Dall’altra Donald Trump che, grazie all’IA, si mette a conversare con Theodore Roosevelt, inquilino della Casa Bianca morto un secolo fa. Insomma la Silicon Valley distribuisce partecipazioni azionarie, la politica resuscita i presidenti. Manca soltanto George Washington con un account su ChatGPT.
Secondo il Financial Times, OpenAI avrebbe proposto a Washington di girare il 5% del capitale della società. Non proprio due spiccioli. Parliamo di una partecipazione che, ai valori stimati sfiora i 43 miliardi di dollari considerato che OpenAi viene stimata 852 miliardi. L’idea è ancora allo stadio embrionale. I colloqui coinvolgerebbero il segretario al Tesoro Scott Bessent e quello al Commercio, Howard Lutnick. Soprattutto non riguarderebbero soltanto OpenAI. Anche gli altri colossi dell’intelligenza artificiale – Anthropic, Google e Meta – potrebbero essere chiamati a conferire una quota analoga dentro un veicolo pubblico ispirato al fondo sovrano dell’Alaska: quello che distribuisce ai cittadini parte dei proventi del petrolio. Una volta per estrarre ricchezza si trivellava il suolo. Oggi si trivellano i data center. La motivazione ufficiale è nobile. Altman sostiene che sia il modo migliore per condividere con i cittadini i benefici economici dell’intelligenza artificiale. Una specie di dividendo tecnologico. Profitti con coscienza sociale incorporata. Poi però arriva la realtà, che come sempre è meno romantica. Nelle ultime settimane Washington ha cominciato a far sentire il proprio peso. Anthropic ha dovuto spegnere alcuni dei suoi modelli più avanzati. OpenAI è stata costretta a rallentare il rilascio del suo ultimo prodotto. Così mentre alla Casa Bianca iniziano a prendere forma le prime regole per i modelli di frontiera, Altman firma un editoriale nel quale invoca un grande forum internazionale sugli standard dell’IA. Come dire: prima che ci riempiate di regolamenti, sediamoci a parlare. Offrire il 5% allo Stato, allora, assomiglia meno a un atto di filantropia e un po’ di più a un gigantesco mazzo di fiori lasciato davanti alla porta del regolatore. Un gesto elegante e non casuale.
Nello stesso giorno, come se qualcuno avesse deciso di scrivere la sceneggiatura di una commedia Donald Trump inaugurava la Theodore Roosevelt Presidential Library nel North Dakota. Fin qui tutto normale. Ha ricordato la grandezza di Theodore Roosevelt (la cui fama è stata offuscata da quella del lontano cugino Franklin Delano Roosevelt) definendolo uno dei pochissimi uomini che abbia mai ammirato. Una dichiarazione già sorprendente di suo, considerata la proverbiale autostima del tycoon
Poi è arrivata la scena madre. Trump ha deciso di rivolgersi direttamente a una versione artificiale di Roosevelt, chiedendogli se considerasse il Canale di Panama la sua più grande realizzazione. Una domanda posta a un presidente morto nel 1919 ma gentilmente rimesso in servizio da un algoritmo.
La politica americana è entrata così in una dimensione nuova. Una volta si citavano i Padri fondatori. Adesso li si intervista.
Che dire? C’è stato un tempo in cui la Casa Bianca chiedeva consiglio agli economisti. Poi ai sondaggisti. Adesso direttamente ai fantasmi. Purché abbiano un algoritmo dietro. Se continua così, il prossimo dibattito in campagna elettorale sarà moderato da Abramo Lincoln collegato da remoto.
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