La Cgil conosce così bene i lavoratori che pretende di rappresentare che con le recenti trovate anticaldo rischia di portarne una buona parte alla fame. È il caso dei rider, inseriti da quest’anno nelle misure di protezione dalle alte temperature su sollecitazione della sigla di Landini – che pare averne fatto la battaglia del secolo – e applicate dalle Regioni con ordinanze territoriali, ancor prima di diventare decreto nazionale.
Per chi consegna i pasti su ordinazione, infatti, l’applicazione dello stop nelle ore più calde della giornata è tutt’altro che positivo, dato che l’interruzione dell’attività comporta l’assenza totale di guadagni nelle fasce orarie potenzialmente più redditizie (quella del pranzo in particolare). E così tra i ciclofattorini serpeggia un malumore che potrebbe costar caro a Landini e compagnia.
A contestare gli effetti del provvedimento sono soprattutto i lavoratori autonomi, impiegati dalle piattaforme con partita Iva e dunque pagati a cottimo. «Per non farci morire di caldo, ci faranno morire di fame» è la considerazione che va per la maggiore tra chi subisce lo stop come un danno. Ma per la Confederazione non è questo il punto: l’importante è poter affermare di aver portato a casa un risultato per una categoria particolarmente appetibile per chi è a caccia di iscritti. Poco importa se non era richiesto e nemmeno gradito. E che questo effimero successo basti e avanzi ai «paladini dei diritti dei lavoratori» è dimostrato dal fatto che, dopo aver fatto pressione sui presidenti di Regione per applicare gli stop, ora sono i sindacati di base (e non più la Cgil) a doversi occupare degli effetti nefasti – in termini economici – che questi hanno provocato.
In Lombardia Usb ha organizzato diverse giornate di protesta sotto lo slogan «morire di caldo o morire di fame» mentre in Veneto Michael Davanzo segretario regionale dell’associazione sindacale Lavoratori Liberi ha scritto alla Regione, chiedendo di affrontare il problema e sottolineando come il danno potrebbe essere davvero grave per le famiglie che campano sulle consegne a domicilio, visto che l’ordinanza resterà in vigore fino al 31 agosto e che «non sono previste misure economiche compensative».
Le ordinanze regionali, coperte economicamente dai 35 milioni di euro stanziati dal Consiglio dei ministri per le eventuali richieste di integrazione salariale, dispongono infatti lo stop delle attività considerate rischiose per la salute tra le 12.30 e le 16 nei giorni più caldi, indicati dal portale sperimentale Worklimate, utilizzato come riferimento per valutare i livelli di rischio elevato in presenza di stress termico ambientale.
Per stare nel sicuro, inoltre, alcune piattaforme, come per esempio Deliveroo (che impiega molti rider a partita Iva) hanno scelto di ampliare le fasce orarie protette interrompendo il servizio già dalle 12, anche quando l’allerta viene classificata come moderata.
Manuel Giovanati, segretario generale di Felsa Cisl Lombardia, ha confermato il problema sottolineando come, a fronte delle restrizioni di orario, la risposta dei rider sia quasi sempre «non posso lavorare nella fascia in cui si guadagna di più». Per il sindacalista «il diritto alla salute va tutelato, ma va coniugato con il diritto a continuare a lavorare», attraverso la contrattazione.
«È inevitabile che (nel caso dei rider) si crei un conflitto tra la salute e la necessità di un reddito», ha ammesso anche Rossana Careddu, coordinatrice di Nidil Veneto, ponendo l’accento su un punto che, a quanto pare, dai loro uffici climatizzati, i confederali, non avevano considerato.
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