Gentiloni bombarda il campo largo per salire al Quirinale: «Via gli anti Kiev»
Paolo Gentiloni (Imagoeconomica)

È l’uomo buono per tutte le stagioni. Il politico stereotipo dell’establishment che sta bene dappertutto. Essendo le sinistre in affanno e a corto di candidati credibili, non fa fatica a uscire di nuovo dal cilindro. È il conte Paolo Gentiloni Silveri, parcheggiato in Europa dopo la sua esperienza da premier, in evidente crisi di astinenza da potere, che ritira fuori il capino per far capire ai suoi che è pronto, anche a 71 anni, a ricoprire qualsiasi ruolo, purché sia di spessore.

Elly Schlein, né Giuseppe Conte hanno in mano il campo largo. E il terzo incomodo Gentiloni sceglie La Stampa per mostrare i muscoli e rifilare un sonoro schiaffone alla sinistra. Perché se l’appello ad allontanare i pro Vladimir Putin è rivolto a entrambi gli schieramenti, è la tirata d’orecchie all’opposizione che desta scalpore. Nemmeno tanto, però, se pensiamo al suo disegno politico e alle sue mai sopite ambizioni. Per uno abituato a confabulare con Sergio Mattarella, a stringere la mano al Papa (Francesco) e a sedere accanto ai grandi della Terra, l’ufficino da commissario europeo gli stava parecchio stretto. Terminato l’incarico nel 2024, ha ricominciato a tessere le sue trame in vista della fine della legislatura e soprattutto del termine del secondo settennato di Mattarella.

Gentiloni, in cuor suo, vorrebbe far fuori la Schlein, o meglio spererebbe si autoeliminasse, perché non disdegnerebbe un altro giro di giostra a Palazzo Chigi, anche se la sua mira è da sempre il Quirinale.

E se fosse proprio Gentiloni quel famoso «provvidenziale scossone» per far fuori Giorgia Meloni, invocato mesi fa dal consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani? I presupposti ci sono, il physique du rôle ce l’ha e anche il coraggio non gli mancherebbe. Fosse solo come rivincita contro Conte, che non ha mai digerito.

Il Quirinale poi le sta pensando di tutte pur di evitare che un politico di destra salga al Colle. Come pure non disprezzerebbe un altro bel governuccio tecnico con burocrati e professori al proprio interno, in caso di pareggio alle Politiche del prossimo anno. E Gentiloni sarebbe l’uomo perfetto per un’alleanza che tifa al pareggio e agli scossoni. Una maggioranza inciuciona con Gentiloni al Colle (o a Palazzo Chigi) supportato da Bruxelles. Il sogno di Mattarella.

Gentiloni, sulla Stampa, si rivolge a Meloni definendo «un peccato» il fatto che il premier non partecipi in prima persona al vertice dei volenterosi a Parigi: «Dispiace che l’Italia si confermi la più svogliata, mandando il ministro degli Esteri. Meloni non si può permettere di stare completamente fuori, ma nemmeno vuole farne parte a pieno titolo». Poi la stilettata a Schlein, affinché resista alle pressioni di quello che definisce «uno schieramento trasversale» di scettici sul sostegno all’Ucraina e sulla difesa europea. L’uomo che nel 2017, da premier, sedeva sorridente accanto a Putin, oggi è suo acerrimo nemico e invita tutti a dargli addosso per il bene comune dell’Europa, gettando sale a palate sulle ferite del campo largo. Le ultime giravolte pacifiste di Conte sul palco di Napoli, dove ha arringato la folla sostenendo che la minaccia russa in Europa sia solo un’invenzione geopolitica creata ad arte per giustificare il riarmo dell’Occidente, hanno di fatto disciolto il campo largo e fatto infuriare la sinistra.

La vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, fresca d’addio al Nazareno, va in scia a Gentiloni, e affonda: «Dal campo largo si è progressivamente scivolati verso un “campo Lavrov”. Mi sarei aspettata una reazione da parte della segretaria del Pd, che invece, come al solito, si finge morta».

«Sostenere l’Ucraina ma opporsi agli aiuti militari significa invitarla alla resa. Ed è in contraddizione con la realtà», attacca Gentiloni rivolgendosi a Conte. «La mia impressione è che si stia delineando uno schieramento trasversale tra estrema destra e un pezzo delle opposizioni accomunato dalle posizioni su Ucraina e difesa europea. Il che non è un inedito: abbiamo già avuto connubi singolari, che hanno anche governato». Gentiloni si riferisce al governo gialloverde Lega-M5s del 2018, che portò Conte a Palazzo Chigi, togliendogli il posto. «Questo schieramento trasversale», dice Gentiloni, «può avere un ascendente su entrambi i campi: mi auguro che non influenzi troppo Meloni e Schlein».

Azzardandosi a dire che il campo largo ha un problema con i putiniani, Gentiloni sfascia il centrosinistra. Si rivolge a entrambi i poli ma è chiaro che sgancia una bomba sul campo largo, dando il via a un movimento in grado di ragionare anche con Forza Italia, con i buoni e gli antiputiniani, vicini, vicini in un potenziale governo tecnico, tagliando così fuori dai giochi Matteo Salvini e Conte, ovvero i cattivoni contro Kiev. Il quadro che emerge è devastante per la coalizione progressista. Mentre Schlein insegue il miraggio di un’unione «testardamente» anti Meloni, Conte detta la linea di politica estera esigendo lo stop agli aiuti militari all’Ucraina e la revisione degli impegni Nato. Tra smentite di facciata, silenzi imbarazzati e schiaffi in piena faccia, la coalizione naufraga sulle macerie dell’atlantismo.

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