Quelli che vedono Mussolini ovunque ora ridono di chi evoca il comunismo
(Getty Images)

C’è un inconsapevole nucleo di verità nell’affermazione di Donald Trump che gli Stati Uniti sono attaccati da un minaccioso comunismo e marxismo di ritorno. La boutade è come sempre una trumpata grossolana e risponde a rozzi motivi di propaganda politica. Il comunismo è stato per cinquant’anni uno spauracchio formidabile nell’America del dopoguerra, fino alla caduta dell’Urss.

E Trump (come fece da noi Berlusconi col Libro nero del comunismo) cerca di riesumare il cadavere di Marx per usarlo contro il Partito democratico in vista delle prossime elezioni. Una rispolverata al maccartismo per proteggersi dal Mostro già fallito nella storia. Ma involontariamente scopre una verità e tocca un punto cruciale benché poco conosciuto, su cui personalmente insisto da tempo: il marxismo fallito a Est serpeggia a Ovest. Finito male a Mosca, riparte dal suo epicentro, New York, e dagli Stati Uniti. Dai campus, dai circoli radical chic di New York, dai flussi migratori, dal femminismo e dagli Lgbtq+. Un marxismo diverso da quello conosciuto nel Novecento, un marxismo separato dal comunismo e dall’operaismo, sostengo a differenza di Trump, sposato allo spirito radical, in prevalenza neoborghese, incentrato sul conflitto tra progresso e tradizione, demonizzata come reazione, fascismo di ritorno, oscurantismo. Un marxismo che riprende in altro modo e in altro contesto, più globale, il tema della lotta di classe, non più in chiave di anticapitalismo ma di diritti umani e diritti civili trasformando la lotta di liberazione dei popoli oppressi in lotta di liberazione degli individui repressi. Il riequilibrio sociale è affidato al sistema fiscale, alle tasse-Robin Hood (Robin-Tax); sul piano etico-politico risale un marxismo politicamente corretto, magari deviato dall’ideologia woke della sinistra radicale americana. Woke contro Wasp, ovvero nero, migrante, femmina, omo-trans contro il maschio, etero, bianco e cristiano. Con tutto il carico di intolleranza, censura, cancel culture, razzismo a rovescio che comporta questa contrapposizione manichea.

Ci sono buone ragioni per ritenere che Marx, fuggito da Mosca, sopravviva oggi a New York sotto falso nome. Il marxismo a New York appare nella sede appropriata in cui Marx si aspettava che avvenisse la sua rivoluzione. Come è noto, Marx sosteneva che il comunismo sarebbe nato laddove il capitalismo è più sviluppato, perché è il capitalismo – a suo dire – che crea le condizioni, le premesse per lo sviluppo del comunismo, dopo aver dissolto la società tradizionale. Si aspettava che il marxismo sarebbe nato a Occidente: nella sua Germania, luogo nativo, e nella sua Inghilterra, luogo adottivo, nel Nord Europa. Ma in modo particolare negli Stati Uniti, da cui Marx era fortemente attratto, e in cui sognava di emigrare, anche perché era il mondo nuovo, il Paese più proteso verso l’avvenire, il paese meno carico di storia, legami sociali e tradizioni antiche, che si era liberato da regni e dinastie ed era una repubblica di uomini che si erano fatti da soli (self-made-man). Marx detestava la Russia, la considerava paese arcaico e oscurantista, fermo al Medioevo contadino e al dispotismo asiatico e non avrebbe mai auspicato di vedere il marxismo-comunismo finire in altri paesi premoderni e pre-industriali come la Cina, il sud-est asiatico o Cuba.

Ho già ricordato in alcuni miei libri che Marx per anni ha campato con i soldi americani, scrivendo per il New York Tribune, che lo retribuiva decentemente. Scrisse un mezzo migliaio di articoli nell’arco di alcuni anni. Scriveva con gli occhi di un marxista atlantico, filoamericano, antirusso (molti suoi articoli americani furono pubblicati mezzo secolo fa dalle edizioni de Il Borghese in un libro dal titolo Contro la Russia). Nella guerra di secessione americana, Marx si schierò dalla parte dei nordisti contro i sudisti, spingendo l’Impero britannico a fare altrettanto; e dalla parte dei progressisti democratici contro i reazionari agrari. Peraltro, ricordava Lucio Caracciolo su la Repubblica di domenica scorsa, alcuni comunisti tedeschi andarono a combattere negli Stati Uniti dalla parte dei nordisti e in particolare di Abramo Lincoln, a cui si ispirava il giornale su cui scriveva Marx. E lo stesso Marx mandò tempestivamente a nome dell’Internazionale le felicitazioni a Lincoln quando fu rieletto nel 1864. Lincoln gli rispose cordialmente. È curioso notare che molti europei andarono a combattere in America cercando una rivincita delle loro sconfitte europee: alcuni borbonici del meridione d’Italia andarono a combattere coi sudisti nel nome del sud colonizzato, nella guerra di secessione americana, così come alcuni rivoluzionari, che avevano fatto e perduto il «Quarantotto», andarono a cercare la loro rivincita coi nordisti americani contro lo schiavismo, i privilegi di classe e la società patriarcale degli Stati del Sud.

Quali sarebbero oggi i bastioni del marxismo negli Stati Uniti e in Occidente? Con gli occhi di Trump direi questi: i flussi migratori, le aperture della Chiesa al Terzo Mondo e all’accoglienza, la promessa di nuove tasse per i ricchi nel nome del pauperismo; il progressismo tra i dem, il movimento transgender, femminista e l’ideologia woke. Il sindaco di New York, l’islamico radical Mamdami è il testimonial principale di questo nuovo marxismo e, per Trump, di questo comunismo tornante; ma per Trump anche il suo connazionale Prevost, papa Leone XIV, sarebbe una specie di traditore dell’America e dell’Occidente e dunque un alleato di quel nuovo comunismo antipatriottico sorto negli Stati Uniti. È inutile aggiungere che Trump indica con l’infamante etichetta di comunismo l’antitrumpismo.

Insomma, l’idea che una specie di comunismo, che meglio sarebbe chiamare solo marxismo, si riaffacci negli Stati Uniti, e in Europa, sotto le vesti dei radical americani, degli immigrati e dei loro diritti, del femminismo contro la società patriarcale, dei cattocomunisti e dei seguaci dell’ideologia woke, non è poi peregrina. Certo, viene usata in modo grossolano da Trump per evidenti calcoli politici. Ma rispolverare il comunismo a babbo morto non è molto diverso dal continuare a denunciare il fascismo a più di ottant’anni dalla sua morte, da parte degli antifa occidentali. Trump oggi, come Berlusconi ieri, stanno semplicemente restituendo ai loro nemici la patata bollente del passato, che per gli uni è il fascismo e per gli altri il comunismo. Chi evoca i fantasmi per vincere nel presente non può poi disprezzare chi, animato dalle stesse finalità di dominio, rivolge la loro caccia ai fantasmi in altra direzione. Se nelle loro sedute spiritiche loro evocano Hitler e Mussolini, non possono poi protestare se Trump nelle sue sedute evochi Stalin e Lenin. Occhio per occhio, defunto per defunto.

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