Vedi Napoli e poi muori: dopo la figuraccia clamorosa della manifestazione partenopea, finita a fischi e pernacchie, i quattro cavalieri del voto perduto, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, faranno slittare la seconda tappa del loro tour estivo, quella in programma il 15 luglio a Padova.
Il rinvio non è ancora ufficiale, ma c’è già la scusa: nelle stesse ore in Parlamento si vota la legge elettorale e quindi la data del comizio va cambiata.
Detto ciò, quello che è accaduto a Napoli dimostra che i vertici nazionali di Pd, M5s e Avs non hanno voluto ascoltare chi suggeriva loro di non organizzare una iniziativa politicamente così importante a Napoli, città dove le tensioni sociali sono endemiche e i teatrini della politica politicante non appassionano nessuno. «Lo avevamo detto in tutti i modi», dice alla Verità un big partenopeo del centrosinistra, «che si rischiava un flop clamoroso, ma non siamo stati ascoltati dai vertici nazionali. Il M5s in particolare ha insistito per Napoli, che considera una roccaforte con il presidente della Regione Roberto Fico, mentre a Bari o Palermo praticamente non esistono. E invece è finita come tutti abbiamo visto: paradossalmente, la contestazione di Potere al popolo, ampiamente prevista, ha oscurato il fatto che in piazza non ci fosse nessuno».
Ma come è possibile, se poi alle elezioni il centrosinistra a Napoli e in Campania stravince, per non parlare del referendum? «Il consenso elettorale» aggiunge il nostro interlocutore, «non coincide con il consenso sociale. Qui c’è gente che prende decine di migliaia di voti ma per strada non li riconosce nessuno, e i leader nazionali li soffrono: ovviamente questi esponenti, soprattutto dem, in piazza non hanno portato una sola persona, o addirittura non si sono neanche fatti vedere. Quelli che invece stanno sempre in prima linea nelle segreterie e in primo piano nei selfie coi leader, quelli che hanno i posti blindati nei listini, non hanno un solo voto, figuriamoci se riescono a portare gente in piazza. Risultato: nel deserto, 10 contestatori organizzati fanno quello che vogliono, arrivano fin sotto al palco e dominano la scena. Tra l’altro, i disoccupati organizzati, che giustamente protestano per il mancato avvio dei progetti che li riguardano, hanno manifestato prima del comizio, sono stati ricevuti e lì è finita, mentre Potere al popolo ha fatto un’azione tutta propagandistica».
Altro giro, altro esponente di peso del centrosinistra napoletano, che quasi se la ride: «Perché la piazza era vuota? Semplice», ci spiega, «perché nessuno si è impegnato per riempirla. Ogni responsabile locale di partito ha pensato: tanto ci pensa quell’altro, e alla fine non ci ha pensato nessuno. Pura sciatteria, ma non ne farei un dramma: le elezioni non si vincono nelle piazze, ma nelle urne». Potere al popolo, che a Napoli ha una roccaforte, non è un soggetto politico sconosciuto. Si è presentato più volte alle elezioni politiche, riuscendo a raccogliere le firme, e ha un legame storico con l’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che si candiderà alle amministrative sfidando Gaetano Manfredi e il centrodestra.
Pap, che raccoglie consensi tra centri sociali e sinistra radicale, potrebbe rappresentare un problema per il centrosinistra, se si candidasse ancora in solitaria. Stesso discorso per Alessandro Di Battista: l’ex grillino, con il suo movimento Schierarsi, potrebbe essere in campo alle politiche, sottraendo voti a Giuseppe Conte e al centrosinistra. Una sorta di «vannacciani» di sinistra, potremmo definirli la «feccia rossa» (il generale ha definito «feccia», con spiccato senso di autoironia, le sue truppe politiche) che potrebbero erodere consensi al centrosinistra. A meno che, ovviamente, lo stesso centrosinistra non tenti un dialogo con questi movimenti, così come il centrodestra sta facendo con Futuro nazionale. Possibile? «Si interrogasse il centrosinistra», dice De Magistris al nostro podcast Dimmi La Verità, «su dove finora ha sbagliato e continua a sbagliare. Hanno incoraggiato Vannacci, pensando: ci è utile, toglie i voti alla destra. Ma dove! Vannacci prende dei voti dei delusi di destra-destra che non sono contenti della Meloni, ma alla fine a destra andranno, quei voti. Questo è ciò che manca nei capipartito del centrosinistra: questa capacità di non avere paura di tutte quelle voci libere, autonome, indipendenti, individuali e collettive che vengono dai territori. Che vogliono costruire un Paese in cui la Costituzione non sia un libro ma sia il battito cardiaco della democrazia. È questo», aggiunge De Magistris, «secondo me l’errore politico, che credo sia anche voluto, perché temono che ci possano essere convergenze con persone, gruppi, associazioni che però hanno una loro libertà di pensiero. La libertà fa paura».
Il discorso di Giggino non fa una piega, ma resterà inascoltato: i sedicenti riformisti dem (che non hanno mai fatto una riforma) già considerano la Schlein troppo di sinistra e Conte un pericoloso filoputiniano, figuriamoci se accetteranno mai di allearsi con Potere al popolo e con Di Battista. Per non parlare delle fantomatiche «quarte gambe moderate» del campo largo: abbiamo perso il conto delle sigle e dei sedicenti federatori che si contendono questa isola che non c’è della politica italiana, presidiata da Matteo Renzi, che con il suo 2% di consensi domina la scena (figuratevi gli altri). In sintesi: a Napoli i leader del centrosinistra hanno scoperto di essere totalmente impantanati: cosa che tra l’altro era nota a tutti, tranne ai leader del centrosinistra.
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