Ci sono riflessi condizionati innocenti e riflessi condizionati colpevoli e quando ci si rende conto che forse in quell’atto, in quella frase, in quella dichiarazione, in quella presa di posizione c’è qualcosa che non va, è spesso troppo tardi.
La critica automatica e preventiva alla presenza di un membro del governo italiano alla convention internazionale sul terrorismo di estrema sinistra organizzata dal segretario di Stato americano, Marco Rubio, nasconde molti più problemi di quanto la facile propaganda mostri. E il problema, in particolare in Italia, nasce dall’uso strumentale della distinzione semantica tra l’antifascismo del 1945, quello che fonda una Repubblica democratica e rinuncia alla guerra civile, e l’impiego globalista del termine «antifa» per come si è sviluppato negli ultimi vent’anni. È preciso interesse, infatti, del magma globalista «antifa» confondere deliberatamente questi due piani storici e concettuali al fine di creare un legame ideologico e morale fittizio, trasferendo sul presente il capitale simbolico della vittoria novecentesca sul fascismo. Non denunciare questa operazione di truffa semantica – che consiste nel far passare per continuità storica ciò che è, invece, un salto concettuale e un’estensione arbitraria del termine – significa esserne complici in quanto si contribuisce a mantenere l’equivoco che impedisce di distinguere tra confini dell’opposizione democratica e violenza politica. O si sostiene, infatti, che gli Stati Uniti, e i governi di tutto il mondo che partecipano al summit, stanno conducendo una caccia alle streghe ideologica contro organizzazioni lecite, non violente, di ispirazione democratica e perfettamente integrate nella vita civile, oppure si ammette l’esistenza di un problema concreto di violenza e di alto tasso di criminalità politica tra i soggetti che si riconoscono nella denominazione «antifa». La prima ipotesi sottintende il classico schema della repressione selettiva del dissenso ed è l’ipotesi sbrigativamente propagandistica che interessa chi contesta l’iniziativa: Donald Trump il cattivo utilizza un pretesto per marginalizzare un antifascismo istituzionale, pluralista e rispettoso delle regole. Sospetto legittimo ma va provato. Va provato che le sigle che nel mondo utilizzano la denominazione «antifa» siano in maggioranza gruppi con esplicita finalità terroristica, va provato che chi ha sparato a Trump si sia dichiarato «antifa» senza in realtà appartenere ad alcuna organizzazione di quel mondo.
Se l’iniziativa di Rubio va boicottata perché il governo Trump ha creato fittiziamente gruppi «antifa» per far ricadere sulla sinistra nel suo complesso la colpa del terrorismo – riproducendo così al contrario lo schema attribuito al Southern law poverty center per pagare di nascosto le iniziative del Ku klux klan – andrebbe detto esplicitamente prima di opporsi all’invio di un rappresentante del proprio governo. Ma se non ci si assume una tale responsabilità, nemmeno nella forma del «sospetto ipotetico», allora resta un grande problema politico di ambiguità nei confronti dell’uso della violenza per come si è strutturata negli ultimi anni.
Una presa di distanza che non viene mai esplicitata ma che conduce ad ammettere che l’idea di antifascismo, nel suo spettro più estremo, possa includere anche posizioni che giustificano, tollerano o coprono forme di terrorismo politico, un’idea che conduce a dare ragione, quarant’anni dopo, all’esperienza delle Brigate rosse. L’Italia affrontò un terrorismo di matrice marxista-leninista che si autodefiniva «antifascista e antimperialista» ma in quel caso il riflesso condizionato della sinistra istituzionale fu l’opposto di quello odierno: le Br furono immediatamente definite come «sedicenti». Allora la scelta del Pci di condannare la via rivoluzionaria alla presa del potere fu una decisione di campo che portò la sinistra stessa in una fase di scissione ideologica al proprio interno.
Assistere oggi alla noncuranza degli eredi del Pci di fronte alla presa di distanza da forme di terrorismo politico dice molto non tanto del calo generalizzato di centralità simbolica della politica nella vita delle persone, quanto di un altro elemento che questa vicenda del summit di Rubio ci consente di considerare: il Pci condannò la violenza rivoluzionaria perché era una forza che aspirava alla presa di potere democratica e considerava, giustamente, l’identificazione con il terrorismo un danno oggettivo per la propria espansione elettorale; oggi la sinistra globale può permettersi ogni ambiguità in quanto detiene già il potere e lo detiene in maniera talmente gramscianamente profonda da ritenere le iniziative della maggiore potenza mondiale e del proprio principale alleato una «parentesi della storia», arrivando al punto di potersi permettere di trascurare gli eventuali contraccolpi politici nei confronti di un pubblico ormai radicalmente estremizzato e polarizzato dal woke, un pubblico ormai assuefatto alla violenza quotidiana sia essa di origine politica o causata dalla criminalità diffusa.
E non vorremmo venire a scoprire che dietro la minimizzazione della violenza politica per contrastare la quale gli Stati Uniti convocano un summit mondiale, si nasconda l’idea che alla fine era questo «lo stile di vita che un giorno diventerà il nostro».
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