La sinistra spagnola inventa elettori: diritto di voto a 500.000 stranieri
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Come può riuscire un partito politico ad aumentare i consensi? Beh, ovviamente può mettersi a investire in campagne mediatiche, o cominciare a battere il territorio nazionale in cerca di nuovi elettori. Oppure può scegliere una via molto più semplice, ovvero può fare una legge che in un lampo aumenti la platea di votanti disponibili.

Quest’ultima è la strada che ha scelto l’esecutivo progressista spagnolo tramite la cosiddetta Ley de nietos (legge dei nipoti).

In una intervista concessa a El Pais, il ministro della Politica territoriale e della Memoria democratica Ángel Víctor Torres ha dichiarato che «più di 300.000 persone hanno già ottenuto il passaporto spagnolo e a quasi 600.000 è stato riconosciuto il diritto alla cittadinanza. L’esame di tutte le pratiche potrebbe richiedere anni, come accadde con la Legge sulla Memoria Storica. Nell’estate del 2027, quando termineranno i quattro anni della legislatura, potremo parlare di circa mezzo milione di nuovi elettori».

Secondo Torres ognuno di questi nuovi elettori «voterà chi preferisce. Non abbiamo accelerato nulla né fatto qualcosa che non fosse già stato fatto in passato. Felipe González modificò due volte la normativa in questo senso e anche durante il governo di José María Aznar furono ampliati i diritti per l’acquisizione della cittadinanza spagnola».

Già, ognuno voterà chi vuole, ma è facile immaginare che i nuovi elettori tenderanno a essere grati allo schieramento che ha concesso loro la cittadinanza.

Tra l’altro, il modo in cui le legge in questione è stata utilizzata ha suscitato non poche perplessità sui media spagnoli. «Se nel 2000 gli elettori residenti all’estero erano meno di un milione, tale cifra è destinata a salire fino a quasi cinque milioni di cittadini spagnoli aventi diritto al voto residenti fuori dai confini nazionali», ha scritto El Mundo pochi giorni fa.

«Per dare un’idea delle proporzioni: a fronte di un corpo elettorale interno di 35,7 milioni di cittadini, questo gruppo di elettori all’estero equivarrebbe, per dimensioni, all’intero elettorato registrato nella sola provincia di Madrid. Considerando che la percentuale di domande di cittadinanza respinte rimane inferiore al 2% e ipotizzando un tasso di affluenza del 10% – in linea con le ultime elezioni politiche – questi quasi cinque milioni di elettori si tradurrebbero in circa mezzo milione di voti provenienti dall’estero; un volume tale da poter risultare decisivo, in particolare nei collegi elettorali più piccoli. A questo gruppo potrebbero aggiungersi gli oltre 750.000 immigrati latinoamericani che hanno richiesto la regolarizzazione della propria posizione e che, nel giro di un paio d’anni, avrebbero i requisiti per ottenere a loro volta la cittadinanza spagnola. La combinazione di questi due processi è senza precedenti».

La legge sui nipoti nasceva, sulla carta, per dare dignità ai discendenti degli esuli e degli espatriati politici. Teoricamente, potrebbero beneficiare della norma gli eredi di coloro che hanno lasciato la Spagna tra il 18 luglio 1936 e il 28 dicembre 1978.

Ma, come spiega ancora El Mundo, questa legge «ha visto il proprio ambito di applicazione ampliato da una direttiva del ministero della Giustizia. Emanata pochi giorni dopo l’approvazione della legge, tale direttiva consente di ottenere la cittadinanza a chiunque abbia un genitore, un nonno, un bisnonno o persino un trisavolo spagnolo emigrato all’estero. In altre parole, la norma non riguarda solo coloro i cui antenati furono esiliati a causa della repressione politica, ma anche chi ha antenati emigrati per ragioni economiche, sia prima che dopo la Guerra Civile, o addirittura risalendo fino al XIX secolo».

In buona sostanza, la legge dei nipoti che doveva riguardare i discendenti degli esuli politici si è trasformata in uno strumento per dare la cittadinanza ai figli e nipoti degli emigranti. Alejandro Macarrón, studioso del centro Ceu-Cefas, ha spiegato ai media che «la popolazione in esilio era relativamente ridotta.

Le stime di vari studi suggeriscono che tra i 30.000 e i 50.000 esuli repubblicani spagnoli si stabilirono nelle Americhe dopo la Guerra Civile – con il Messico come principale Paese ospitante, che accolse tra le 20.000 e le 25.000 persone – e si calcola che una percentuale compresa tra il 30% e il 40% di tali esuli abbia poi fatto ritorno in Spagna. Com’è possibile, allora, che in Argentina vi siano un milione di domande e a Cuba oltre 350.000 persone in cerca della cittadinanza spagnola?».

Sensata anche la domanda posta dal politologo Manuel Mostaza: «Ha senso che facciano parte della comunità politica persone che non hanno mai vissuto qui, che non pagano le tasse e che non si assumono la stessa responsabilità legata al voto che hanno i residenti? Trovo singolare che l’ultimo seggio parlamentare possa essere deciso da qualcuno non nato in Spagna».

La riflessione risulta ancora più pregnante se si considera quale sia l’atteggiamento del governo spagnolo riguardo la cittadinanza. Come noto, l’esecutivo rosso guidato da Pedro Sánchez ha deciso di regolarizzare un numero impressionante di stranieri clandestini. Le domande presentate sono 1,2 milioni, di cui circa la metà (o forse più) potrebbero essere accolte.

Delle due l’una: o la cittadinanza dipende dal retaggio culturale e addirittura dal sangue (visione che giustificherebbe la scelta di rendere cittadini i discendenti degli emigranti) oppure prescinde da origini e cultura e si può concedere a chiunque (cosa che invece spiegherebbe le regolarizzazioni di massa).

Ebbene, il governo spagnolo sembra aver adottato entrambi i punti di vista, che si contraddicono ma che perseguono uno scopo comune. Cioè quello di aumentare il numero dei potenziali elettori, possibilmente garantendo una nuova base d’appoggio alla sinistra.

È difficile spiegare altrimenti tutta questa smania di importare nuovi cittadini. Dopo tutto, il meccanismo è quasi comprensibile: perse le masse lavoratrici europee, alla sinistra non resta che il tentativo di soppiantarle con una nuova classe creata ad arte. E statene certi: il giorno in cui i robot voteranno, i progressisti diventeranno tutti ingegneri.

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