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2026-01-06
La star di Hollywood vuota il sacco. «Celebrità di destra nella lista nera»
Rob Schneider (Getty Images)
Un maccartismo al contrario, subdolo e soft. Un outing in piena regola con profezia finale: «Tra cinque anni, molti importanti studi cinematografici di Los Angeles saranno solo proprietà immobiliari. E invece di appoggiarsi ai film per l’intrattenimento, il pubblico si rivolgerà sempre più alla visione di video sui social media». Che il cinema sia uno dei capisaldi della cultura di massa progressista e che Hollywood sia una fabbrica del consenso artisticamente targata sono due assunti scolpiti nella pietra. Ma è originale che dentro la Mecca del conformismo qualcuno si sia alzato una mattina con la voglia di gridare che il re è nudo. Ci vuole un certo coraggio, soprattutto se non sei una star che macina milioni di dollari.
Rob Schneider (62 anni) non lo è, un Oscar non lo vincerebbe mai e più volte si è guadagnato candidature al Razzie Award (il lampone d’oro) come peggior attore. È uno che «si becca ogni giorno in faccia un asciugamano fradicio» ma nel campo della comicità seriale ha una solida carriera. Ospite in più stagioni del Saturday Night Live, ha al suo attivo parecchi film commedia, parodie, non propriamente capolavori: Balle spaziali 2, Mamma ho riperso l’aereo, Una bionda esplosiva, Mister Dredd, Hubie Halloween. Più facile metterlo da parte per una frase non allineata al pensiero dominante. «Quando ho cominciato a parlare pubblicamente delle mie opinioni politiche di destra, le opportunità sono andate fuori dalla finestra».
Lo small circle non perdona. E il motivo è più sottile rispetto a ciò che potremmo pensare. La questione non è solo democratici-repubblicani, anche perché i produttori delle major che hanno come totem il dollaro vanno ben oltre queste noiose distinzioni. «Quello di dire la verità in un’epoca di bugie è un atto di coraggio», spiega l’attore di origini filippine. «Non sto dicendo che sono coraggioso perché quando penso al vero coraggio, penso ai cimiteri di persone che hanno dato il loro. Ciò che Abraham Lincoln descrive nel discorso di Gettysburg, “l’ultima misura piena della loro devozione per questa grande terra”. No, qui si tratta del fatto che lo show business non accetta opinioni dissonanti, non vuole controversie».
Ragazzo recita e al «cut» finale fatti una birra sul Sunset. Invece Schneider non si è morso lingua e un paio di mesi fa, durante un evento «Turning Point» all’Università di Berkeley, criticò in Tv i collettivi studenteschi del campus, responsabili di aver chiuso la bocca con la violenza e il gesto della pistola ad alcuni attivisti conservatori (ne sa qualcosa anche Emanuele Fiano). «Ho difeso la libertà di parola, ho avuto uno scambio teso ma civile con Robert De Niro. Questi studenti che impedivano alle persone di parlare e di entrare, si definivano antifascisti. Invece chi voleva un dibattito pacifico su Dio, la famiglia, il futuro del Paese, veniva chiamato fascista. Alla fine ho pagato io. Il primo emendamento difende la libertà di parola, ma oggi a Hollywood la libertà di parola non significa libertà dalle conseguenze».
Per dimostrare quanto sia soffocante la coltre di ipocrisia, Schneider ha ricordato il caso di Charlton Heston, «un attore leggendario e uno dei primi sostenitori del movimento per i diritti civili che è stato rifiutato dall’intellighenzia liberal perché era un conservatore». E non ha dimenticato un recente riferimento bipartisan: «Chiedete a Jimmy Kimmel quanto gli è costato»; si tratta del comico che sbeffeggiò la presunta strumentalizzazione trumpiana dell’omicidio di Charlie Kirk e si ritrovò lo show sospeso. Vicende che illuminano ancora di più la grandezza di Clint Eastwood, che riuscì a scandire «Questo non si può dire, questo non si può fare, siamo nel pieno della generazione pussy. Siamo tutti stanchi del politically correct» e «chiunque sarà migliore di Barack Obama». Nessuna conseguenza perché ha dalla sua parte il pubblico, i distributori e i proprietari dei cinema ai quali ha fatto guadagnare miliardi.
Schneider invece è nella lista nera. Non gli resta che l’anatema finale. «Questo è il marciume dell’anima di Hollywood che si sta autodistruggendo. Presto assisteremo al più grande spettacolo: la sua implosione».
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L’attore Rob Schneider denuncia il «marciume» del mondo dello spettacolo progressista: «Chi ha idee conservatrici viene boicottato. Quando ho detto come la pensavo è stata la fine della mia carriera».Small circle. Il circolino a Hollywood con vista su Rodeo Drive, faccenda antica. È piccolo nella definizione ma grande chilometri quadrati nell’espansione ipocrita, che parte dal socialismo liberal delle ville con piscina descritte da Sydney Pollack e Frank Perry nel geniale Un uomo a nudo (1968) e arriva al woke conclamato di questi anni, con il decalogo dei parametri inclusivi per concorrere all’Oscar. Fra i quali non dev’essere compreso il termine «conservatore», equiparato a una bestemmia perché sinonimo di suprematismo bianco. La più recente fotografia della realtà è stata scattata dal comico, attore e regista Rob Schneider, che due giorni fa in un podcast della Fox ha denunciato l’esistenza di «una lista nera delle celebrità conservatrici», ha specificato che «parlare pubblicamente delle convinzioni politiche di destra equivale a non lavorare» e ha concluso che tutto ciò definisce «il marciume dell’anima di Hollywood».Un maccartismo al contrario, subdolo e soft. Un outing in piena regola con profezia finale: «Tra cinque anni, molti importanti studi cinematografici di Los Angeles saranno solo proprietà immobiliari. E invece di appoggiarsi ai film per l’intrattenimento, il pubblico si rivolgerà sempre più alla visione di video sui social media». Che il cinema sia uno dei capisaldi della cultura di massa progressista e che Hollywood sia una fabbrica del consenso artisticamente targata sono due assunti scolpiti nella pietra. Ma è originale che dentro la Mecca del conformismo qualcuno si sia alzato una mattina con la voglia di gridare che il re è nudo. Ci vuole un certo coraggio, soprattutto se non sei una star che macina milioni di dollari.Rob Schneider (62 anni) non lo è, un Oscar non lo vincerebbe mai e più volte si è guadagnato candidature al Razzie Award (il lampone d’oro) come peggior attore. È uno che «si becca ogni giorno in faccia un asciugamano fradicio» ma nel campo della comicità seriale ha una solida carriera. Ospite in più stagioni del Saturday Night Live, ha al suo attivo parecchi film commedia, parodie, non propriamente capolavori: Balle spaziali 2, Mamma ho riperso l’aereo, Una bionda esplosiva, Mister Dredd, Hubie Halloween. Più facile metterlo da parte per una frase non allineata al pensiero dominante. «Quando ho cominciato a parlare pubblicamente delle mie opinioni politiche di destra, le opportunità sono andate fuori dalla finestra». Lo small circle non perdona. E il motivo è più sottile rispetto a ciò che potremmo pensare. La questione non è solo democratici-repubblicani, anche perché i produttori delle major che hanno come totem il dollaro vanno ben oltre queste noiose distinzioni. «Quello di dire la verità in un’epoca di bugie è un atto di coraggio», spiega l’attore di origini filippine. «Non sto dicendo che sono coraggioso perché quando penso al vero coraggio, penso ai cimiteri di persone che hanno dato il loro. Ciò che Abraham Lincoln descrive nel discorso di Gettysburg, “l’ultima misura piena della loro devozione per questa grande terra”. No, qui si tratta del fatto che lo show business non accetta opinioni dissonanti, non vuole controversie».Ragazzo recita e al «cut» finale fatti una birra sul Sunset. Invece Schneider non si è morso lingua e un paio di mesi fa, durante un evento «Turning Point» all’Università di Berkeley, criticò in Tv i collettivi studenteschi del campus, responsabili di aver chiuso la bocca con la violenza e il gesto della pistola ad alcuni attivisti conservatori (ne sa qualcosa anche Emanuele Fiano). «Ho difeso la libertà di parola, ho avuto uno scambio teso ma civile con Robert De Niro. Questi studenti che impedivano alle persone di parlare e di entrare, si definivano antifascisti. Invece chi voleva un dibattito pacifico su Dio, la famiglia, il futuro del Paese, veniva chiamato fascista. Alla fine ho pagato io. Il primo emendamento difende la libertà di parola, ma oggi a Hollywood la libertà di parola non significa libertà dalle conseguenze». Per dimostrare quanto sia soffocante la coltre di ipocrisia, Schneider ha ricordato il caso di Charlton Heston, «un attore leggendario e uno dei primi sostenitori del movimento per i diritti civili che è stato rifiutato dall’intellighenzia liberal perché era un conservatore». E non ha dimenticato un recente riferimento bipartisan: «Chiedete a Jimmy Kimmel quanto gli è costato»; si tratta del comico che sbeffeggiò la presunta strumentalizzazione trumpiana dell’omicidio di Charlie Kirk e si ritrovò lo show sospeso. Vicende che illuminano ancora di più la grandezza di Clint Eastwood, che riuscì a scandire «Questo non si può dire, questo non si può fare, siamo nel pieno della generazione pussy. Siamo tutti stanchi del politically correct» e «chiunque sarà migliore di Barack Obama». Nessuna conseguenza perché ha dalla sua parte il pubblico, i distributori e i proprietari dei cinema ai quali ha fatto guadagnare miliardi. Schneider invece è nella lista nera. Non gli resta che l’anatema finale. «Questo è il marciume dell’anima di Hollywood che si sta autodistruggendo. Presto assisteremo al più grande spettacolo: la sua implosione».
Marine Le Pen (Ansa)
Analizzando più attentamente i dati e pur tenendo presente che il voto locale ha sempre logiche proprie, potrebbero però emergere effetti contrastanti e indicazioni di una certa rilevanza anche in vista delle presidenziali previste nel 2027. La prima indicazione evidenzia che il secondo turno delle elezioni municipali francesi ha confermato l’avanzata del Rassemblement national sul piano nazionale, anche se non si è tradotta nella conquista delle principali grandi città, offrendo così letture discordanti in vista del voto del prossimo anno. Il Rassemblement non sfonda nei grandi centri urbani in presenza di un elettorato più giovane, più istruito, più globalizzato, mentre guadagna i favori di un elettorato periferico e rurale, evidenziando così che la frattura tra una Francia urbana e una Francia periferica è una frattura politica strutturale.
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella ha comunque rivendicato «la più grande svolta della sua storia», sostenendo che il partito ha acquisito «un forte slancio», spendibile nel prossimo futuro. La destra ha infatti ottenuto una vittoria significativa a Nizza e si è imposta in diverse città piccole e medie, soprattutto nel Sud del Paese, come Carcassonne, Agde e Mentone, aggiungendo questi risultati al successo del primo turno a Perpignan.
Secondo un sondaggio della società di ricerca Harris Interactive, Bardella resterebbe il favorito per il primo turno delle prossime presidenziali con il 35%, 17 punti sopra l’ex primo ministro Édouard Philippe. Tuttavia, e questa è la seconda indicazione, l’esito delle municipali ha mostrato la persistente difficoltà del Rassemblement national nei ballottaggi, dove si scontra con la tradizionale convergenza delle altre forze politiche per bloccarne l’ascesa. A Tolone, ad esempio, la candidata del partito Laure Lavalette, in vantaggio al primo turno, è stata superata al ballottaggio dalla sindaca conservatrice uscente José Massi. I risultati hanno premiato anche Philippe, rieletto a Le Havre, e acceso la competizione nel campo conservatore, dove i Repubblicani, pur rivendicando il ruolo di principale forza politica, appaiono ancora privi di una candidatura presidenziale unitaria. Nel complesso, il voto municipale consegna al Rassemblement national un rafforzamento territoriale e politico, ma al contempo, conferma anche che il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a incontrare forti resistenze quando si tratta di trasformare il consenso in vittorie decisive nei principali centri, dove affronta un «soffitto urbano» che può essere decisivo al secondo turno.
In questo quadro una terza indicazione emerge dall’esito elettorale di Nizza, che potrebbe configurarsi forse come un piccolo laboratorio per il resto del Paese. Da questa città infatti, la quinta della Francia, sono emersi equilibri tali da poter influenzare le prossime presidenziali. Le recenti esperienze hanno dimostrato che, quando al secondo turno arrivava una lista della destra, l’appello al cosiddetto Rassemblement republicain, l’alleanza trasversale delle altre forze politiche, bastava spesso ad orientare il voto. A Nizza questo non è avvenuto e una più ragionata politica delle alleanze ha permesso alla destra, con Eric Ciotti, di conquistare la città. Certo, e questo vale per tutti, è necessario non eccedere troppo nel considerare queste elezioni un «antipasto presidenziale», dal momento che il voto per i sindaci francesi rimane quello con maggiori implicazioni locali: sono gli stessi francesi a ritenerlo tale. Tuttavia, le indicazioni emerse invitano a un’attenta valutazione, mantenendo lo sguardo sulla Costa Azzurra, oggi più di ieri.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia a margine dell'evento «Stop the Ets to save the ceramics sector» organizzato dall'eurodeputato Stefano Cavedagna dello stesso partito.
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Da Camberra annuncia che oggi firma l’ennesimo «accordo storico» con l’Australia. Anche questo è in gestazione da 18 anni ed è la fotocopia del Mercosur: ci guadagnano industria e finanza, ci perdono gli agricoltori. Per la verità, la Coldiretti, che dopo il sì di Francesco Lollobrigida al Mercosur (bisognava dare l’impressione che l’Italia è europeista e non si può mettere in discussione la Commissione dove siede Rafaele Fitto) si è molto ammorbidita, prova a dire che il patto con i canguri crea opportunità all’agroalimentare italiano facendoci sapere che, mentre noi esportiamo in Australia per quasi 900 milioni loro per ora ci vendono per qualcosa meno di 90. Però è un ragionamento che non guarda lontano. L’accordo azzera in un arco di tempo di almeno dieci anni i dazi su buona parte di prodotti europei e di fatto su tutti i prodotti australiani, ma a un prezzo: consentire a loro di continuare a produrre il falso made in Italy.
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'italia a margine dell'evento «Piumini e catene. Storie di Maranza» al Parlamento europeo a Bruxelles.