
Forse bisognerebbe smettere di chiamarla famiglia nel bosco. La verità è che i Trevallion sono da tempo la famiglia prigioniera. Rapita da uno Stato che la vessa e la svilisce, e che non sembra ascoltare nessuna delle voci che invitano alla ragione. Non i neuropsichiatri della Asl di Vasto che suggeriscono di ricongiungere genitori e figli, non gli appelli del Garante dell’infanzia che chiede la stessa cosa.
I Trevallion sono in balia delle istituzioni che in teoria dovrebbero avere cura di loro e pur essendo cittadini stranieri non possono nemmeno andarsene dall’Italia che toglie loro i figli. «Potrebbero farlo in teoria, ma senza i bambini e quindi sarebbe assolutamente impensabile per loro», sospira Danila Solinas, avvocato della famiglia. E spiega che anche le autorità dei Paesi di origine per ora restano a guardare. «I consolati si stanno interessando a questa vicenda ma hanno inteso agire nel rispetto della legge italiana, confidando nella giustizia italiana».
Ma quale è davvero oggi il quadro della situazione, avvocato?
«Io sono sbigottita, mi creda, turbata da quello a cui ho assistito in questi ultimi giorni. Innanzitutto quella che è stata presentata come la lettera di Catherine, depositata anche in tribunale».
Era un documento molto forte, lo abbiamo per questo pubblicato anche noi.
«Ma infatti i giornalisti fanno il loro lavoro. Il problema è un altro. Quel testo era una chat privata fra la madre e la tutrice. Un messaggio che era stato peraltro sollecitato dalla stessa tutrice il giorno in cui eravamo insieme dalla consulente. Catherine in totale buona fede scrive delle osservazioni volte a spiegare il suo turbamento, le sue perplessità, le sue criticità, e quindi lo fa, ripeto, in totale buona fede, salvo poi trovarsi quello scritto depositato in tribunale e diffuso sui giornali. A quello scritto nessuno ha risposto ma ce lo siamo ritrovati in prima pagina sul quotidiano Il Centro, senza che noi ne sapessimo nulla. Si chiede che questi genitori si fidino delle istituzioni, si sollecitano in tal senso, però poi si strumentalizza nel modo più bieco un atto di fiducia. Io sono assolutamente sconcertata. E aggiungo un’altra cosa ancora più grave».
Quale?
«Ho visto un servizio sulla Vita in diretta, il programma di Rai 1, nel quale addirittura si vedeva una ex responsabile della struttura di accoglienza aprire le porte al giornalista e alle telecamere, consentire di inquadrare la cameretta dei tre bambini, entrare nel merito di questa vicenda, nel tentativo di smentire la madre».
Si è detto infatti che le porte della struttura sono chiuse e questo crea grande difficoltà ai bambini.
«Nel servizio la signora fa vedere questa porta che dall’interno potrebbe aprirsi con il maniglione, appunto per smentire queste affermazioni. Omette però che la porta viene chiusa a chiave e quindi i bambini urlano e si disperano la notte, perché vorrebbero la madre, una madre che non sempre li sente, visto che sta due piani più su. Ricordiamoci che questa è la stessa struttura che ha vietato al padre il pranzo di Natale, perché asserisce che ci sono regole da rispettare, ma poi apre le porte alle telecamere».
Nel frattempo apprendiamo che i bambini devono essere sottoposti a esami del sangue. Perché?
«Si tratta di analisi che sarebbero state prescritte dalla pediatra, ma di cui non comprendiamo il senso. Ci è stato semplicemente comunicato che ci saranno, ma non è stato in alcun modo concertato, non ci si è in alcun modo interfacciati con la famiglia. Io davvero non mi capacito. E vogliamo aggiungere ancora una cosa?».
Prego.
«Questi bambini hanno una nonna che ha più di 80 anni e che vive dall’altra parte del mondo, che è venuta qui per cercare di rivederli perché altrimenti chissà se li avrebbe potuti mai rincontrare. A lei è negato l’accesso alla struttura, come alla zia e al cuginetto, se non in momenti assolutamente contingentati, due volte a settimana. Si è parlato tanto della cosiddetta socializzazione, e poi viene negato il contatto affettivo con i parenti? E intanto quella struttura poi apre le porte al giornalista della Vita in diretta. Mi dica lei se lo trova lecito, corretto. Io sono turbata, non riesco a usare un aggettivo diverso».
La sensazione è che ci sia stato un irrigidimento delle istituzioni da cui non si vuole in alcun modo retrocedere.
«Guardi, questa famiglia sta veramente subendo una gogna mediatica che è inaccettabile, ma soprattutto subisce l’atteggiamento di soggetti che dovrebbero essere interlocutori terzi e imparziali e che invece si dimostrano tutt'altro. Questo mi allarma e mi preoccupa fortemente perché usciamo dal perimetro delle regole. Questi genitori sono stati sollecitati, invitati anche in modo deciso al rispetto delle nostre regole. E poi coloro che dovrebbero fare osservare queste regole invece le trascurano… La violazione della privacy a cui abbiamo assistito con quel servizio televisivo è gravissima. Ed è gravissimo il modo in cui è stato trattato lo scritto di Catherine. Ci si lamenta che la signora non sia collaborativa, che non abbia fiducia, ma come potrebbe mai averla? Un messaggio privato, sollecitato, viene sbattuto nel corpo di una relazione per fare intendere che Catherine sia oppositiva. Tra l’altro il suo messaggio chiaro, trasparente, mai offensivo. E ci lamentiamo che la signora non collabora...».
Il punto è: voi che strumenti avete per uscire da questa situazione?
«Noi abbiamo stigmatizzato tutto, io ho appena depositato un ulteriore atto al Tribunale per i minorenni perché ritengo che la violazione a cui abbiamo assistito sia gravissima e ho preso posizione sulla relazione della tutrice. Perché ritengo che la violazione della privacy e la strumentalizzazione della posizione materna siano assolutamente da stigmatizzare. Credo però che vadano attenzionati soprattutto i bambini perché in questa vicenda nessuno ne parla».
Il fatto è che, per come funziona la giustizia minorile, o il tribunale decide di cambiare linea oppure c’è poco da fare.
«Ma io mi aspetto a questo punto che il tribunale prenda davvero posizione perché siamo andati oltre. Oltre il limite dell’accettabilità, il limite del lecito, il limite del consentito. E di nuovo: non mi riferisco ai giornalisti che fanno il loro lavoro, mi riferisco a chi usa gli spazi mediatici. Si è preteso il silenzio dei genitori e sono tre mesi e mezzo che mantengono il riserbo più assoluto, lo hanno mantenuto anche quando era davvero difficile, perché qui è uscito davvero di tutto. Però poi consentiamo a figure che tra l’altro vengono pagate dallo Stato, non ce lo dimentichiamo, la violazione della privacy e della vita dei minori».
Sembra che su Catherine ci sia particolare accanimento da parte di chi dovrebbe dialogare con lei.
«Questa madre viene assolutamente bistrattata, continua a essere oggetto di attenzioni e invece dovremmo capire che dietro ci sono tre bambini che oggi continuano a soffrire e di questo però nessuno pare che si preoccupi. Insistono sulla madre perché è più facile, perché è un bersaglio facile, è stata individuata come il soggetto su cui riversare ogni tipo di argomentazione negativa. Lei, in questo momento, rispettosamente, ha scelto la via del silenzio, ma questo non può consentire ad altri di esondare dal proprio ruolo».






