Come Donald Trump, sta per compiere 80 anni, ma il generale Vincenzo Camporini preferisce non fare parallelismi e sorride quando gli facciamo notare la coincidenza. Perché l’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare non potrebbe avere visione più distante rispetto all’agire dell’inquilino della Casa Bianca e aggiunge ridendo, ma non troppo: «E comunque nonostante l’età, io sono solito contraddirmi un po’ meno».
Generale, Trump è a un passo dall’accordo con l’Iran. Forse vuole farsi un regalo di compleanno, però qualcosa si è smosso in Medio Oriente. A partire dalla questione Hormuz.
«Prima di tutto, definiamolo per quello che è, o meglio sembra per quello che trapela in queste ore. Ovvero si tratta di un accordo prima dell’accordo. Ovvero un elenco di punti, un memorandum dal quale tra l’altro è scomparsa anche una voce fondamentale: il nucleare. Quindi la definirei una dichiarazione di intenti più che un accordo, che andrà discussa e rimodellata nell’arco di una sessantina di giorni o poco più. Solo a quel punto si capirà se da questa tregua o pace armata, chiamatela come preferite, emergerà un documento per l’accordo. Perché a oggi si tratta soltanto di un pdf con firme a distanza e non in presenza».
Ci sta dicendo che un incontro, come sembrava dovesse essere all’inizio, a Ginevra, avrebbe avuto un significato totalmente diverso?
«Certo, Ginevra sarebbe stata la città ideale, nella Nato ma non nell’Unione europea, quindi, indirettamente sarebbe stata sottolineata l’insoddisfazione di Trump verso gli alleati europei senza, però, escludere l’Europa dal cuore delle trattative. Si sarebbe trattato sì una mossa diplomatica molto astuta e una soluzione intelligente. Le tre parti in causa, Iran, Pakistan e Usa, sembravano convinti che la scelta di far diventare la cittadina svizzera l’ombelico del mondo occidentale fosse quella giusta ma così non è stato. Una ulteriore dimostrazione dell’inconsistenza di questo accordo. A oggi, ovviamente. Si tratta di una base su cui lavorare».
A proposito degli attori chiamati in campo per lavorare al piano di pace, Trump sembra avere le idee chiare: gli alleati europei fino a oggi non sono stati d’aiuto per arrivare alla pace con l’Iran ma in futuro potranno essere molto utili. Qual è il valore aggiunto a cui pensa, secondo lei, il presidente Usa?
«Uno dei problemi fondamentali per la riapertura della navigazione a Hormuz è quello delle mine e, da questo punto di vista, gli americani hanno soltanto quattro cacciamine di vecchia generazione, navi militari progettate per localizzare, disattivare e distruggere mine navali. Questo perché l’esercito Usa aveva deciso che la lotta alle mine sarebbe stata una battaglia che non lo avrebbe più riguardato da vicino. Quindi, se servisse un’operazione di pulizia veloce e puntuale, allora nel campo dello sminamento l’Unione europea potrebbe essere fortemente d’aiuto con la sua tecnica innovativa in materia e sarebbe in grado di colmare questo gap militare non indifferente. Si tratterebbe non di una scelta politica ma strategica. Le Marine europee, tra cui quella italiana, tedesca, francese e britannica, mantengono flotte specializzate con scafi amagnetici per evitare l’attivazione di ordigni, sensori sonar avanzati e droni subacquei».
Cosa ne pensa del disimpegno militare degli Usa nella Nato?
«Non sono sorpreso dalle ultime dichiarazioni di Trump sulla sua volontà di rivedere il suo impegno militare nella Nato perché sono dichiarazioni assolutamente in linea con altre già fatte in passato. A me quello che colpisce di più è la diminuzione della presenza di soldati americani in Europa perché è la presenza umana a fare la differenza: se gli Usa portano via uomini e chiudono le basi militari, la loro influenza e capacità operativa è destinata a sparire in questo quadrante geografico. Pensiamo, per esempio, alla presenza dei soldati a Sigonella: la dipartita americana diventerebbe un problema per la pianificazione di un eventuale attacco».
Nell’ultimo mese abbiamo perso il conto del numero di annunci di pace imminente fatti dal presidente Trump: questa tecnica dell’annuncio/smentita funziona? Vale la regola nota in comunicazione: la smentita è comunque una notizia data due volte?
«Dal punto di vista politico e militare, il metodo trumpiano crea confusione ma è chiaramente una tecnica riconosciuta. Ovvero gettare fumo negli occhi del nemico e, secondo lui, può servire a migliorare la posizione negoziale nei trattati. Un generatore di caos e alone di incertezza può, forse, fornire un vantaggio, ma quel che mi sembra chiaro è che il suo modus operandi funziona negli affari e nel business ma non funziona in politica.
Quali sono le sue previsioni per il G7 appena iniziato?
«Trump ha fortemente bisogno di poter dichiarare vittoria, quindi il presidente Usa arriverà con questo memorandum tra le mani e, anche se non si tratta di un accordo, potrà farlo valere come tale e da quel momento gli Usa, ne sono certo, saranno disposti a rispettare al 100% il cessate il fuoco. Da questo punto di vista almeno sono ottimista, cioè ci sarà una motivazione in più per non tornare a violare la tregua. E forse la guerra potrebbe fermarsi».
Questa settimana c’è stata una perdita sul campo, un elicottero Apache è caduto nell’area dello Stretto di Hormuz, abbattuto dalle forze iraniane. Da ex generale dell’Aeronautica militare, ha paura che episodi come questo possano ripetersi?
«Succederà, perché ci sono incidenti dovuti a una reazione del nemico e poi ci sono incidenti che possono essere utilizzati in forma provocatoria. Da oggi c’è una tregua che corre sul filo del rasoio e la cui violazione può essere adoperata per ampliare la capacità provocatoria da entrambe le parti».
Trump rischia di dichiarare la fine di un conflitto che pone l’Occidente in una situazione peggiore rispetto all’inizio della guerra. Costi senza benefici?
«Sicuramente è una situazione peggiore di prima perché, fino al giorno antecedente all’attacco, nessuno aveva mai osato mettere in discussione lo Stretto di Hormuz, quindi aspettiamoci una finta vittoria: un memorandum d’intesa sul proseguo delle trattative, non è chiaro fino a quando. E, in contemporanea, aspettiamoci che Trump sbandieri l’accordo come una vittoria che, però, come dicevamo, legherà le mani agli Usa. Semplicemente per il fatto di doverlo rispettare a prescindere».
Che da una parte comporta un aspetto positivo…
«Lui ha bisogno politicamente, in vista delle elezioni di Midterm, di dichiarare vittoria; quindi, avrà tra le mani questo memorandum che non è un accordo, ma potrà far valere come tale e lo obbligherà a non violare il cessate il fuoco. Quindi, da quel punto di vista almeno, sono ottimista».
Ma allora ci sta dicendo che la guerra in Iran sta per finire?
«Secondo me sì, in modo peggiore rispetto al passato. Il passaggio del commercio per le truppe navali ha il sapore di un negoziato molto, molto costoso. Inoltre, il nucleare non compare più nella trattativa: gli iraniani lo avrebbero incavernato e protetto da mine in modo da renderne davvero impossibile il recupero. Vedremo se sarà oggetto dei prossimi negoziati che, quindi, si prolungheranno».
Camporini, con la sua grande esperienza, ci dice qual è stato l’errore più grave dal punto di vista militare che ha compiuto Trump?
«C’è stato un immenso errore di intelligence prima di tutto: pensare che il regime di Teheran al primo squillo di tromba sarebbe crollato e corso nelle braccia degli americani. E anche Netanyahu se ne faccia una ragione. Il cambio di vertice tra gli ayatollah sembrava l’unica alternativa concreta e, invece, così non è stato. Per fortuna non siamo arrivati alla missione di terra che sarebbe stata un suicidio americano. Gli esempi passati hanno ricordato alla Casa Bianca il numero di perdite a cui sarebbero andati incontro e che gli Usa, in questo momento, non si sarebbero mai potuti permettere».
Lei ha parlato di Netanyahu, l’esercito israeliano non è disposto a fermarsi?
«Netanyahu è coerente con il suo intento di difendere e controllare i suoi confini. L’esercito ha problemi non tattici e militari ma di lunghezza delle operazioni, di durata. Mi spiego. I soldati israeliani sono soprattutto riservisti e la loro difficoltà è il tempo che devono dedicare alle operazioni: se la guerra continuerà a durare, chi lavorava e produceva Pil, non potrà più permettersi di farlo, perché è lontano dalla famiglia e non guadagna più come prima. E, tra l’altro, questo è anche un danno per l’economia israeliana. Quindi il problema per loro è che lo sforzo non diventi troppo prolungato.
Dopo questa guerra l’Occidente dal punto di vista militare esce indebolito?
«Un po’ è comprensibile, ma il tutto va tenuto in considerazione con i limiti dell’agire che si è scelto di imporsi. E la Cina, che potrebbe essere l’unico osservatore a trarre qualche vantaggio da questa considerazione, non mi preoccupa perché gli orientali ragionano in modo diverso da noi: pensano e pianificano in termini di anni e non di mesi».