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2025-07-02
Erwin Olaf, in memoriam. Una grande retrospettiva a Brescia
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Erwin Olaf. Paradise Portraits, Gwenn, 2002. Courtesy Paci contemporary gallery (Brescia-Porto Cervo, IT)
Libero e fuori dagli schemi, ciò che più ha caratterizzato l’arte e la vita di Erwin Olaf (pseudonimo di Erwin Olaf Springveld) è stata - per sua stessa ammissione - la difesa e la rappresentazione della « diversità in tutte le sue forme».
Nato a Hilversum, Paesi Bassi, nel 1959, studi di giornalismo e poi la scelta di diventare solo ed esclusivamente fotografo, una vita segnata da una grave malattia polmonare che lo porterà, nel 2023, ad una morte prematura, Olaf ci ha lasciato una svariata serie di ritratti, potentissimi autoritratti (alcuni audaci e provocatori ed altri venati da una sottile malinconia), famose campagne pubblicitarie per altrettanto famosi brend (da Levi’s a Bottega Veneta passando per Diesel e Nokia) e anticonvenzionali scatti scenici e di interni, con soggetti spesso bizzarri e contemplativi, calati in realtà atemporali e perfette, in spazi e tempi indefiniti: «È bello rinchiudere le persone in un mondo molto formale in cui tutto è quasi perfetto e poi rompere qualcosa. Poi hai il tuo dramma».
Attivista convinto e molto vicino alle comunità LGBTQ di Amsterdam (e non solo), con il suo stile patinato ed elegante Olaf ha immortalato spesso diseredati e « diversi», e anche sè stesso, a volte scioccando (come nel suo famoso autoritratto con il volto coperto di sperma…), a volte commuovendo, come in quei meravigliosi self-portraits in cui si ritrae nel volto e nelle vesti di un mesto Pierrot, consapevole della sua fine imminente.
Artista dalla cifra stilistica inconfondibile, mix di provocazione, satira, ironia, erotismo e dolcezza, Olaf è stato anche ritrattista della famiglia reale olandese e nel 2023, pochi mesi prima della sua scomparsa, il re Willem-Alexander lo ha insignito della prestigiosa medaglia d’onore per l’arte e la scienza dell’Ordine della Casa d’Orange.
E per celebrare il monumentale contributo che Olaf ha dato al mondo della fotografia e delle arti visive in generale, la Paci Contemporary Gallery di Brescia ha allestito nei suoi spazi una retrospettiva di grande impatto visivo, straordinario viaggio per immagini nell’intera produzione fotografica di Olaf , genio artistico indiscusso ma anche attivista impegnato in prima linea nella lotta per l’uguaglianza, la libertà di parola e la diversità.
IN MEMORIAM: ERWIN OLAF 1959-2023, la mostra
Realizzata in collaborazione con lo Studio Olaf (diretto da Shirley den Hartog, braccio destro dell’artista e sua storica manager) e con la Fondazione Erwin Olaf, «In Memoriam» attraversa tutta la parabola artistica di Olaf, dalle opere degli esordi (a partire dal famoso e premiato «Chessmen», la serie di foto in bianco e nero raffiguranti figure umane in pose surreali e erotiche, che riproducono i pezzi di una scacchiera) fino agli ultimi progetti, fra cui spiccano April Fool, interpretazione artistica del «pesce d'aprile» del 2020, ovvero la pandemia da Covid-19 e Im Wald, la prima serie di immagini realizzata esclusivamente in esterni, nella bellezza delle Alpi bavaresi e austriache. Ma in perfetta sintonia con la filosofia artistica di Olaf, Im Wold non è un solo un «banale» reportage di foto paesaggistiche, ma una profonda riflessione su diverse problematiche globali, tra cui il cambiamento climatico, la voglia di viaggiare, l'immigrazione, le pandemie, l’impatto della natura sulle nostre vite.
Come accade per tutti gli artisti, le immagini di Olaf (che definire scatti mi sembra troppo limitativo…), con quelle atmosfere ambigue e nostalgiche, così statiche e perfette, a tratti inquietanti, possono piacere o no, ma guardando le sue opere è necessario andare «oltre l’immagine » per cogliere quel messaggio emotivo e sociale che sta alla base di tutta la sua arte. E la mostra di Brescia, che parte dall’attivismo visivo documentaristico e provocatorio delle prime opere, sino ad arrivare alla sua fotografia più riflessiva e tecnicamente costruita, ma pur sempre impegnata, permette al visitatore di cogliere appieno questo messaggio.
Prima di chiudere, per chi visiterà la mostra, vorrei segnalare una delle mie immagini preferite , straordinario esempio di fascino, equilibrio ed eleganza perfetta: l’opera si intitola Het Nationale Ballet – Het Zwanenmeer 2 ed immortala la ballerina russa Anna Tsygankova colta in tutta la sua aristocratica eleganza, in un tutù che è una nuvola di tulle nero…
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Grande e indimenticato fotografo olandese prematuramente scomparso nel 2023, anticonformista e versatile, a Erwin Olaf e alla sua vasta produzione artistica la Paci Contemporary Gallery di Brescia dedica una retrospettiva (sino al 30 settembre 2025) di oltre 80 immagini, summa di una carriera lunga quattro decenni.Libero e fuori dagli schemi, ciò che più ha caratterizzato l’arte e la vita di Erwin Olaf (pseudonimo di Erwin Olaf Springveld) è stata - per sua stessa ammissione - la difesa e la rappresentazione della « diversità in tutte le sue forme». Nato a Hilversum, Paesi Bassi, nel 1959, studi di giornalismo e poi la scelta di diventare solo ed esclusivamente fotografo, una vita segnata da una grave malattia polmonare che lo porterà, nel 2023, ad una morte prematura, Olaf ci ha lasciato una svariata serie di ritratti, potentissimi autoritratti (alcuni audaci e provocatori ed altri venati da una sottile malinconia), famose campagne pubblicitarie per altrettanto famosi brend (da Levi’s a Bottega Veneta passando per Diesel e Nokia) e anticonvenzionali scatti scenici e di interni, con soggetti spesso bizzarri e contemplativi, calati in realtà atemporali e perfette, in spazi e tempi indefiniti: «È bello rinchiudere le persone in un mondo molto formale in cui tutto è quasi perfetto e poi rompere qualcosa. Poi hai il tuo dramma».Attivista convinto e molto vicino alle comunità LGBTQ di Amsterdam (e non solo), con il suo stile patinato ed elegante Olaf ha immortalato spesso diseredati e « diversi», e anche sè stesso, a volte scioccando (come nel suo famoso autoritratto con il volto coperto di sperma…), a volte commuovendo, come in quei meravigliosi self-portraits in cui si ritrae nel volto e nelle vesti di un mesto Pierrot, consapevole della sua fine imminente.Artista dalla cifra stilistica inconfondibile, mix di provocazione, satira, ironia, erotismo e dolcezza, Olaf è stato anche ritrattista della famiglia reale olandese e nel 2023, pochi mesi prima della sua scomparsa, il re Willem-Alexander lo ha insignito della prestigiosa medaglia d’onore per l’arte e la scienza dell’Ordine della Casa d’Orange. E per celebrare il monumentale contributo che Olaf ha dato al mondo della fotografia e delle arti visive in generale, la Paci Contemporary Gallery di Brescia ha allestito nei suoi spazi una retrospettiva di grande impatto visivo, straordinario viaggio per immagini nell’intera produzione fotografica di Olaf , genio artistico indiscusso ma anche attivista impegnato in prima linea nella lotta per l’uguaglianza, la libertà di parola e la diversità.IN MEMORIAM: ERWIN OLAF 1959-2023, la mostra Realizzata in collaborazione con lo Studio Olaf (diretto da Shirley den Hartog, braccio destro dell’artista e sua storica manager) e con la Fondazione Erwin Olaf, «In Memoriam» attraversa tutta la parabola artistica di Olaf, dalle opere degli esordi (a partire dal famoso e premiato «Chessmen», la serie di foto in bianco e nero raffiguranti figure umane in pose surreali e erotiche, che riproducono i pezzi di una scacchiera) fino agli ultimi progetti, fra cui spiccano April Fool, interpretazione artistica del «pesce d'aprile» del 2020, ovvero la pandemia da Covid-19 e Im Wald, la prima serie di immagini realizzata esclusivamente in esterni, nella bellezza delle Alpi bavaresi e austriache. Ma in perfetta sintonia con la filosofia artistica di Olaf, Im Wold non è un solo un «banale» reportage di foto paesaggistiche, ma una profonda riflessione su diverse problematiche globali, tra cui il cambiamento climatico, la voglia di viaggiare, l'immigrazione, le pandemie, l’impatto della natura sulle nostre vite. Come accade per tutti gli artisti, le immagini di Olaf (che definire scatti mi sembra troppo limitativo…), con quelle atmosfere ambigue e nostalgiche, così statiche e perfette, a tratti inquietanti, possono piacere o no, ma guardando le sue opere è necessario andare «oltre l’immagine » per cogliere quel messaggio emotivo e sociale che sta alla base di tutta la sua arte. E la mostra di Brescia, che parte dall’attivismo visivo documentaristico e provocatorio delle prime opere, sino ad arrivare alla sua fotografia più riflessiva e tecnicamente costruita, ma pur sempre impegnata, permette al visitatore di cogliere appieno questo messaggio.Prima di chiudere, per chi visiterà la mostra, vorrei segnalare una delle mie immagini preferite , straordinario esempio di fascino, equilibrio ed eleganza perfetta: l’opera si intitola Het Nationale Ballet – Het Zwanenmeer 2 ed immortala la ballerina russa Anna Tsygankova colta in tutta la sua aristocratica eleganza, in un tutù che è una nuvola di tulle nero…
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.