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2025-12-02
I fan di aborto e utero in affitto scoprono che i figli non sono cose
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Aggiunge poi Maggiani, sempre più focoso: «Se invece Matteo Salvini minaccia di andare a presidiare il bosco incantato non è perché vuole togliersi lo sfizio di cacare in un buco, ma perché strenuamente difende il diritto di proprietà sulla prole per cui una famiglia tira su i suoi figli come meglio crede, i figli sono roba sua, e lo Stato, che si tratti di servizi sociali, di carabinieri, di giudici, di psicologi, di insegnanti, non deve metterci becco; fatta eccezione s’intende che non li cresca nell’arte del borseggio delle vecchiette. Io invece penso che l’idea proprietaria della prole sia un abominio, il frutto tra i più squisiti del patriarcato».
E meno male che siamo riusciti a tirare in mezzo il patriarcato anche in questa storia, ne sentivamo in effetti la mancanza. Va detto, in ogni caso, che sono senz’altro nobili e condivisibili le posizioni di cui ribadisce che i bimbi appartengono al mondo, non sono proprietà e non sono burattini. Ed è più che condivisibile ciò che scrive Maggiani quando spiega che «la proprietà trasforma l’uomo in cosa, le cose sono merce, il valore delle merci è il loro prezzo» e che la «potestà genitoriale non stabilisce una proprietà ma una responsabilità».
Viene tuttavia da domandarsi come mai tutta questa enfasi sui piccini esploda soltanto nelle occasioni in cui fa comodo a un certo tipo di discorso progressista. Guarda caso, si dice che i bambini non appartengono ai genitori se Salvini osa dire mezza parola in difesa di questi medesimi genitori. Si parla dell’autonomia del fanciullo quando questi - contrariamente al parere dei genitori - insiste per vaccinarsi contro il Covid, magari perché (come accadeva qualche anno fa) vuole andare a mangiarsi la pizza con gli amici. Si offre ogni considerazione al bambino o all’adolescente se afferma di appartenere a un genere diverso dal sesso biologico, tanto che da varie parti nel mondo si procede ad avviare i minori verso la transizione senza informare padri e madri, così che non si oppongano al processo.
In altre circostanze, però, che i bambini siano davvero trattati come merce non importa all’intellettuale progressista. Il quale, per esempio, non è affatto mortalmente indignato dall’utero in affitto, che pure è letteralmente compravendita di bambini, per altro su ordinazione e con tanto di contratto. Ancora peggio va con l’aborto: guai a negare che sia un diritto, guai a ricordare che si tratta di sopprimere una vita. In quel caso, il bambino non conta, e un grumo di cellule di cui la madre deve poter fare ciò che vuole, perché appunto lo possiede, e ne dispone a piacimento.
Ma sì, è verissimo, i bambini non appartengono ai genitori. Il fatto è però che non appartengono nemmeno alla comunità (che per altro rivendica con forza il diritto di non metterli al mondo). Non appartengono ai giudici o ai servizi sociali, e nemmeno agli ideologi del cambio di sesso o ai propagandisti politici. Tipo quelli che, da anni, se li portano alle manifestazioni e li fanno salire sui palchi: accadeva ai tempi di Berlusconi, accade oggi in certe sfilate pro Palestina.
I bambini, soprattutto, non appartengono allo Stato, anche se in tanti a sinistra - più o meno consapevolmente - continuano a pensare che invece sia esattamente così. E infatti tutti gli illustri pensatori che da giorni inveiscono contro i Trevallion e la loro vita boschiva se ne fregano bellamente dei danni che il suddetto Stato e la comunità hanno inflitto ai tre bambini, prelevati dalle forze dell’ordine e trasferiti in una struttura senza genitori (potendo vedere la madre ore pasti e il padre qualche minuto al mattino). Di questo trauma chi si fa carico? Le istituzioni amorevoli? Se ne fregano anche, gli accorati editorialisti, dei numerosi altri allontanamenti di bambini che avvengono con inusitata violenza, con irruzioni degli agenti che ricordano le operazioni antimafia o gli assalti ai fortini dei narcotrafficanti. Che fine fanno la libertà e la dignità dei minorenni in questi casi?
I bambini non sono merci, non sono pacchi, è verissimo. Ma allora perché si consente che vengano giudicati un tanto al chilo dai servizi sociali e prelevati come fossero armi di contrabbando o panetti di droga? Viene da pensare, guardando scene come quelle mostrate da Fuori dal coro, che la libertà che i piccoli hanno sia - come sempre - solo quella di aderire allo standard fissato dai sedicenti buoni.
I Trevallion adesso sono un simbolo
Qualcosa finalmente si muove nel rapporto degli italiani con la famiglia e con lo Stato: incominciano a dire cosa ne pensano davvero. Più che la politica-politicata lo dimostrano le reazioni delle persone e dei media alle vicende della famiglia Trevallion, che ha guadagnato un interesse e una popolarità al momento inaccessibili per partiti e istituzioni ufficialmente celebrate. D’altra parte questa famiglia, i genitori, Nathan e Catherine, e i bambini, è invece irresistibilmente sorprendente e quindi simpatica e incomprensibile per interlocutori mediatici e/o burocratici, abituati a ragionare per categorie ormai disseccate, un po’ arcaiche: ricchi/poveri, colti/analfabeti, buoni/cattivi, sani/malati, etc. I Trevallion invece, plurilingui e con ideali affettivi ma anche pratici, non sembrano rifugiati da un altro pianeta, ma rappresentano oggi l’equivalente dei figli dei fiori degli anni ’70, dunque gente che ha visto il mondo, ed è qui perché per ora sta bene qui, gli piace, si è comprata appezzamento e casetta e vuole goderseli, mettendoli a posto poco per volta. In un Paese turistico e con necessità di mano d’opera come l’Italia cittadini simili dovrebbero piuttosto essere accolti con gioia. Si tratta - tra l’altro - della tipologia che la filosofa Hanna Arendt nel suo fondamentale Vita Activa (Bompiani) chiama appunto «artisti»: i quali, possedendo un’arte (ars-artis) si mantengono liberi dalla necessità di lavorare sempre. Quando però - spiega la Arendt - «si presenta la possibilità di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione viene subito colta, perché ci ricorda che gli uomini - anche se devono morire - non sono nati per morire ma per incominciare». Facendo così, impegnandosi in iniziative, le società non rinsecchiscono, morendo. Ed è proprio allora che l’uomo, motivato e commosso, compiendo una nuova azione salva e nutre la vita, propria e degli altri. Ecco perché l’intervento giudiziario con espulsioni e conseguente polverizzazione della famiglia Trevallion era in patetico ritardo di almeno 100 anni sugli avvenimenti in corso nel mondo, e ha suscitato irritazione e anche sgomento: corrisponde a una visione del mondo burocratica, secca, già morta e incollata al suolo, il contrario dei bambini, testimoni della nascita, la crescita, il rinnovamento. Anch’esso niente affatto casuale perché garantito dall’esistenza e continuazione del bosco annesso, che non è una moda snobistica ma un’esigenza vitale del mondo e dell’uomo. Questi aspetti della realtà attuale della società occidentale, non solo italiana, afflitta da un processo di progressiva imbalsamazione tecno-meccanica, con graduale uscita dell’umano dalla scena del mondo, vengono anche presentati in questi giorni per l’Italia in un libro-rapporto sulla famiglia dell’anno 2025 dell’accurato Centro internazionale studi famiglia: Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità (San Paolo, 2015). Il dato ormai noto, confermato nelle ricerche qui raccolte, forse il più significativo del processo in atto, è la graduale scomparsa dei fratelli, aspetto centrale nella funzione formativa della famiglia e nel contributo da essa fornito alla società. Nel campione esaminato le famiglie con figlio unico sono ormai la maggioranza (58%) in Italia: i fratelli diminuiscono andando da Ovest a Est e da Nord a Sud. È un bel guaio, perché nella struttura e funzione della famiglia, formazione dinamica e molteplice, l’altro, il coniuge tra i genitori e il fratello tra i figli è centrale. Come dimostrano gli altri dati forniti dal sondaggio e dalle altre ricerche presentate nel volume la scomparsa dell’altro, coniuge, figlio o fratello, nell’una o l’altra posizione rende problematica la vita degli altri facendo sparire la fondamentale esperienza della comunione. L’altro, e soprattutto gli altri bambini, rappresentano la manifestazione della vita della famiglia e della società, come ha dimostrato Nathan Trevallion quando hanno provato a prendergli i figli. La famiglia è sì un’istituzione, però non formale ma dinamica, che producendo azioni nutrite dall’affetto e dalla spinta al domani genera la storia umana.
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Il caso della famiglia del bosco ha portato molti commentatori a ribadire che la prole non appartiene ai genitori. Peccato che quando si tratta di farne compravendita o di ucciderli nel grembo se ne dimentichino sempre.La famiglia Trevallion ha spiazzato gli analisti perché trasversale a categorie tradizionali come ricchi contro poveri o colti contro ignoranti. E la gente li ama più delle istituzioni.Lo speciale contiene due articoli.Va molto di moda ribadire che i figli non appartengono ai genitori. Lo ha detto Fabio Fazio chiacchierando amabilmente con Michele Serra nel suo salotto: entrambi concordavano sul fatto che i bambini non sono oggetti e devono essere liberi, semmai indirizzati da famiglie, scuola, istituzioni. Lo ha ripetuto ieri sulla Stampa pure lo scrittore Maurizio Maggiani, in prima pagina, prendendosela con la famiglia del bosco e con quello che a suo dire è il delirio dei due genitori. «Non ho nessuna ragione per discutere delle scelte personali», ha spiegato, «non finché diventino un carico per la comunità, nel qual caso la comunità ha buoni motivi per discuterle. Mi interessa invece proprio perché non si tratta di scelta personale, visto che coinvolge i figli, e i figli non sono sé, non sono indistinguibili da chi li ha generati, ma sono per l’appunto altri da sé, individualità aventi diritti che non discendono da un’elargizione dell’autorità paterna o materna, così come sancito dalla Costituzione e dalla convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza».Aggiunge poi Maggiani, sempre più focoso: «Se invece Matteo Salvini minaccia di andare a presidiare il bosco incantato non è perché vuole togliersi lo sfizio di cacare in un buco, ma perché strenuamente difende il diritto di proprietà sulla prole per cui una famiglia tira su i suoi figli come meglio crede, i figli sono roba sua, e lo Stato, che si tratti di servizi sociali, di carabinieri, di giudici, di psicologi, di insegnanti, non deve metterci becco; fatta eccezione s’intende che non li cresca nell’arte del borseggio delle vecchiette. Io invece penso che l’idea proprietaria della prole sia un abominio, il frutto tra i più squisiti del patriarcato».E meno male che siamo riusciti a tirare in mezzo il patriarcato anche in questa storia, ne sentivamo in effetti la mancanza. Va detto, in ogni caso, che sono senz’altro nobili e condivisibili le posizioni di cui ribadisce che i bimbi appartengono al mondo, non sono proprietà e non sono burattini. Ed è più che condivisibile ciò che scrive Maggiani quando spiega che «la proprietà trasforma l’uomo in cosa, le cose sono merce, il valore delle merci è il loro prezzo» e che la «potestà genitoriale non stabilisce una proprietà ma una responsabilità». Viene tuttavia da domandarsi come mai tutta questa enfasi sui piccini esploda soltanto nelle occasioni in cui fa comodo a un certo tipo di discorso progressista. Guarda caso, si dice che i bambini non appartengono ai genitori se Salvini osa dire mezza parola in difesa di questi medesimi genitori. Si parla dell’autonomia del fanciullo quando questi - contrariamente al parere dei genitori - insiste per vaccinarsi contro il Covid, magari perché (come accadeva qualche anno fa) vuole andare a mangiarsi la pizza con gli amici. Si offre ogni considerazione al bambino o all’adolescente se afferma di appartenere a un genere diverso dal sesso biologico, tanto che da varie parti nel mondo si procede ad avviare i minori verso la transizione senza informare padri e madri, così che non si oppongano al processo. In altre circostanze, però, che i bambini siano davvero trattati come merce non importa all’intellettuale progressista. Il quale, per esempio, non è affatto mortalmente indignato dall’utero in affitto, che pure è letteralmente compravendita di bambini, per altro su ordinazione e con tanto di contratto. Ancora peggio va con l’aborto: guai a negare che sia un diritto, guai a ricordare che si tratta di sopprimere una vita. In quel caso, il bambino non conta, e un grumo di cellule di cui la madre deve poter fare ciò che vuole, perché appunto lo possiede, e ne dispone a piacimento. Ma sì, è verissimo, i bambini non appartengono ai genitori. Il fatto è però che non appartengono nemmeno alla comunità (che per altro rivendica con forza il diritto di non metterli al mondo). Non appartengono ai giudici o ai servizi sociali, e nemmeno agli ideologi del cambio di sesso o ai propagandisti politici. Tipo quelli che, da anni, se li portano alle manifestazioni e li fanno salire sui palchi: accadeva ai tempi di Berlusconi, accade oggi in certe sfilate pro Palestina.I bambini, soprattutto, non appartengono allo Stato, anche se in tanti a sinistra - più o meno consapevolmente - continuano a pensare che invece sia esattamente così. E infatti tutti gli illustri pensatori che da giorni inveiscono contro i Trevallion e la loro vita boschiva se ne fregano bellamente dei danni che il suddetto Stato e la comunità hanno inflitto ai tre bambini, prelevati dalle forze dell’ordine e trasferiti in una struttura senza genitori (potendo vedere la madre ore pasti e il padre qualche minuto al mattino). Di questo trauma chi si fa carico? Le istituzioni amorevoli? Se ne fregano anche, gli accorati editorialisti, dei numerosi altri allontanamenti di bambini che avvengono con inusitata violenza, con irruzioni degli agenti che ricordano le operazioni antimafia o gli assalti ai fortini dei narcotrafficanti. Che fine fanno la libertà e la dignità dei minorenni in questi casi? I bambini non sono merci, non sono pacchi, è verissimo. Ma allora perché si consente che vengano giudicati un tanto al chilo dai servizi sociali e prelevati come fossero armi di contrabbando o panetti di droga? Viene da pensare, guardando scene come quelle mostrate da Fuori dal coro, che la libertà che i piccoli hanno sia - come sempre - solo quella di aderire allo standard fissato dai sedicenti buoni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scopronofigli-non-sono-cose-2674362861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-trevallion-adesso-sono-un-simbolo" data-post-id="2674362861" data-published-at="1764696590" data-use-pagination="False"> I Trevallion adesso sono un simbolo Qualcosa finalmente si muove nel rapporto degli italiani con la famiglia e con lo Stato: incominciano a dire cosa ne pensano davvero. Più che la politica-politicata lo dimostrano le reazioni delle persone e dei media alle vicende della famiglia Trevallion, che ha guadagnato un interesse e una popolarità al momento inaccessibili per partiti e istituzioni ufficialmente celebrate. D’altra parte questa famiglia, i genitori, Nathan e Catherine, e i bambini, è invece irresistibilmente sorprendente e quindi simpatica e incomprensibile per interlocutori mediatici e/o burocratici, abituati a ragionare per categorie ormai disseccate, un po’ arcaiche: ricchi/poveri, colti/analfabeti, buoni/cattivi, sani/malati, etc. I Trevallion invece, plurilingui e con ideali affettivi ma anche pratici, non sembrano rifugiati da un altro pianeta, ma rappresentano oggi l’equivalente dei figli dei fiori degli anni ’70, dunque gente che ha visto il mondo, ed è qui perché per ora sta bene qui, gli piace, si è comprata appezzamento e casetta e vuole goderseli, mettendoli a posto poco per volta. In un Paese turistico e con necessità di mano d’opera come l’Italia cittadini simili dovrebbero piuttosto essere accolti con gioia. Si tratta - tra l’altro - della tipologia che la filosofa Hanna Arendt nel suo fondamentale Vita Activa (Bompiani) chiama appunto «artisti»: i quali, possedendo un’arte (ars-artis) si mantengono liberi dalla necessità di lavorare sempre. Quando però - spiega la Arendt - «si presenta la possibilità di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione viene subito colta, perché ci ricorda che gli uomini - anche se devono morire - non sono nati per morire ma per incominciare». Facendo così, impegnandosi in iniziative, le società non rinsecchiscono, morendo. Ed è proprio allora che l’uomo, motivato e commosso, compiendo una nuova azione salva e nutre la vita, propria e degli altri. Ecco perché l’intervento giudiziario con espulsioni e conseguente polverizzazione della famiglia Trevallion era in patetico ritardo di almeno 100 anni sugli avvenimenti in corso nel mondo, e ha suscitato irritazione e anche sgomento: corrisponde a una visione del mondo burocratica, secca, già morta e incollata al suolo, il contrario dei bambini, testimoni della nascita, la crescita, il rinnovamento. Anch’esso niente affatto casuale perché garantito dall’esistenza e continuazione del bosco annesso, che non è una moda snobistica ma un’esigenza vitale del mondo e dell’uomo. Questi aspetti della realtà attuale della società occidentale, non solo italiana, afflitta da un processo di progressiva imbalsamazione tecno-meccanica, con graduale uscita dell’umano dalla scena del mondo, vengono anche presentati in questi giorni per l’Italia in un libro-rapporto sulla famiglia dell’anno 2025 dell’accurato Centro internazionale studi famiglia: Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità (San Paolo, 2015). Il dato ormai noto, confermato nelle ricerche qui raccolte, forse il più significativo del processo in atto, è la graduale scomparsa dei fratelli, aspetto centrale nella funzione formativa della famiglia e nel contributo da essa fornito alla società. Nel campione esaminato le famiglie con figlio unico sono ormai la maggioranza (58%) in Italia: i fratelli diminuiscono andando da Ovest a Est e da Nord a Sud. È un bel guaio, perché nella struttura e funzione della famiglia, formazione dinamica e molteplice, l’altro, il coniuge tra i genitori e il fratello tra i figli è centrale. Come dimostrano gli altri dati forniti dal sondaggio e dalle altre ricerche presentate nel volume la scomparsa dell’altro, coniuge, figlio o fratello, nell’una o l’altra posizione rende problematica la vita degli altri facendo sparire la fondamentale esperienza della comunione. L’altro, e soprattutto gli altri bambini, rappresentano la manifestazione della vita della famiglia e della società, come ha dimostrato Nathan Trevallion quando hanno provato a prendergli i figli. La famiglia è sì un’istituzione, però non formale ma dinamica, che producendo azioni nutrite dall’affetto e dalla spinta al domani genera la storia umana.
Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.
L'ex procuratore di Pavia Mario Venditti in una immagine di archivio (Ansa)
Un lungo elenco di «non ricordo». È questo il riassunto del verbale del maggiore dei carabinieri in congedo Maurizio Pappalardo. È stato sentito il 2 febbraio 2026 come persona informata dei fatti nel procedimento bresciano in cui è indagato l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, per la contestata archiviazione di Andrea Sempio. Pappalardo, recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata, è stato comandante del Nucleo informativo di Pavia sino al giugno 2023. L’ex ufficiale è stato convocato perché, la vigilia di Natale del 2016, con il proprio cellulare ha immortalato sulla scrivania di Venditti atti del procedimento su Sempio, anche se, annotano gli investigatori, «l’insolita foto di atti coperti dal segreto» non era finita nell’archivio del Nucleo guidato da Pappalardo. In compenso «si sarebbe, invece, riscontrato che presso» il vecchio ufficio del maggiore «era stato aperto un fascicolo P (permanente) su Andrea Sempio il 25 marzo 2017», dieci giorni dopo l’istanza di archiviazione avanzata da Venditti e dalla collega Giulia Pezzino e accolta il 23 marzo dal giudice.
Nelle carte visionate dalla Verità gli investigatori annotano che «all’interno del fascicolo P era stato inserito non solo il decreto di archiviazione conforme all’originale, ma anche una richiesta di archiviazione in bozza, con appunti manoscritti, differente dalla richiesta di archiviazione definitiva». Nelle note a margine non manca qualche errore (per esempio Stasi viene nominato Andrea e non Alberto), ma le correzioni sono state recepite nel provvedimento definitivo che, al contrario della bozza, non è finita, però, nel fascicolo P. Nella prima versione, preparata dalla pm Pezzino, a proposito del Dna si legge: «Non è idoneo a effettuare nessun confronto». Tutto in maiuscolo. Invece nel testo definitivo è scritto: «Non ha alcuna valenza indiziaria, né tanto meno probatoria della colpevolezza dell’indagato». Ora gli inquirenti pavesi evidenziano che il Nucleo informativo di Pappalardo non aveva «titolo per disporre del provvedimento in bozza con correzioni» e aggiungono di non conoscere «l’esito di eventuali accertamenti della Procura di Brescia sull’autore della scritta a mano».
Il riferimento è a un appunto scritto a mano su carta intestata della società di intercettazioni Rcs che non è altro che l’incipit dell’istanza definitiva. Ma vediamo che cosa (non) ha detto Pappalardo a febbraio ai sei investigatori (tre carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e tre finanzieri) che lo hanno compulsato su delega della Procura di Brescia. Quando gli chiedono con che criterio fosse stato «impiantato» il fascicolo P di Sempio, Pappalardo, nonostante le centinaia di ore di trasmissione sul caso Garlasco, risponde con uno sconcertante «Non so chi sia». A questo punto gli investigatori lo aggiornano, spiegandogli che si tratta della «persona che è attualmente indagata per l’omicidio di Garlasco».
Il maggiore insiste: «Non ne ero a conoscenza, avendo moltissimi fascicoli». E riferisce in base a quali fattori vengano aperti i dossier personali: «Ogni soggetto che viene a contatto con l’amministrazione dell’Arma dei carabinieri ha poi un suo fascicolo P». Nel verbale la linea di Pappalardo non cambia mai. La richiesta di archiviazione in bozza? «Non l’ho mai vista». L’appunto sul foglietto della Rcs? «Sconosco sia la grafia che l’atto, che vedo oggi per la prima volta». E subito dopo sottolinea: «Non sapevo che fosse all’interno del casellario del Nucleo informativo». Un vero e proprio catenaccio, che il militare porta avanti senza tentennamenti per 80 minuti. Quando gli mostrano l’ordinanza di archiviazione, quasi sbotta: «Non ho mai visto nulla su Andrea Sempio». Di fronte alla pagina del registro dei fascicoli P da cui risulta l’apertura di quello 099573 intestato al presunto omicida di Chiara Poggi, Pappalardo non è d’aiuto nemmeno per individuare chi abbia materialmente annotato il nuovo report: «Bisognerebbe vedere chi era in servizio quel giorno» si limita a suggerire. Quindi prosegue nei suoi dribbling: «Non sono in grado di riferire come mai venne impiantato il fascicolo poiché non ho conoscenza personale». E fa presente, per chiarire meglio la sua totale estraneità ai fatti, di non avere mai svolto indagini sulla vicenda di Garlasco. A proposito dei suoi rapporti con la Procura di Pavia, riferisce che il Nucleo informativo gestiva la scorta di Venditti e quindi lui si recava «lì per comprendere se vi fossero criticità».
Il 24 dicembre del 2016 Pappalardo, dal memoriale del servizio, risulta assente giustificato per la legge 104. Gli investigatori, con in mano le foto sospette ritrovate nel cellulare del testimone, gli chiedono se ricordi di essere passato in Procura quel giorno. Risposta, scontata: «Non ho memoria del fatto». A questo punto gli inquirenti gli mostrano i tre scatti incriminati. La prima fotografia ritrae il conferimento di incarico fatto dallo studio Giarda (che all’epoca difendeva Stasi) alla società Skp che ha svolto le indagini che hanno innescato l’apertura del fascicolo su Sempio; le altre due ritraggono, invece, una pagina dei tabulati telefonici acquisiti nel 2007 per l’omicidio di Garlasco e poi allegati alla relazione della Skp. Come detto, per gli investigatori, quelle immagini sono state realizzate con il telefonino di Pappalardo e i documenti immortalati si trovavano sulla scrivania di Venditti. Al testimone viene chiesto come mai abbia scattato queste fotografie. Altra risposta prevedibile: «Non ho memoria. Penso che mi fu chiesto dal comando provinciale poiché si seguiva molto il caso di Garlasco». Gli investigatori fanno presente che quel fascicolo era coperto da segreto. Pappalardo non fa un plissé: «Onestamente non me lo ricordo».
Il corpo a corpo prosegue. Ricorda se qualcuno le diede il permesso di fare queste foto? «No, non lo contestualizzo proprio. Penso che sia stato perché il Provinciale voleva avere Informazioni». Ricorda se fosse presente il dottor Venditti? «Non ve lo so dire. Prendo atto». Esclude di aver avuto incarico dalla Procura di fare accertamenti sulla Skp e sui tabulati? «A livello di Nucleo informativo lo escludo, a meno che qualcuno non lo abbia fatto di sua iniziativa senza dirmi nulla». Era prassi che lei entrasse nell’ufficio del dottor Venditti e prendesse un fascicolo fotografandolo? «Non era certamente prassi. Prendo atto della presenza di quelle foto, ma non ricordo proprio i fatti. Sicuramente non mi sono preso il fascicolo di mia iniziativa». Dalle carte emerge anche che quella vigilia di Natale Pappalardo aveva ricevuto numerose chiamate da un altro carabiniere che lavorava in Procura con Venditti. Ma dalle indagini non risulta che i due si siano incontrati negli uffici giudiziari.
In conclusione resta un mistero il motivo per cui l’allora comandante del Nucleo informativo di Pavia si sia recato nell’ufficio del procuratore aggiunto e abbia scattato tre foto che non sono mai entrate nel fascicolo P di Sempio. Resta altrettanto oscuro come e perché la bozza della richiesta di archiviazione del presunto omicida sia invece finita in quella cartella riservata. L’avvocato di Pappalardo, Beatrice Saldarini, si limita a osservare: «Siccome il verbale del mio assistito non è stato interrotto, evidentemente non sono emersi indizi di reità a carico di Pappalardo». L’informativa che lo riguarda, però, è stata inviata da Brescia a Pavia ed è confluita nel procedimento per l’omicidio di Chiara Poggi. «Questo mi ha stupito, ma neanche tanto» conclude la legale.
E spunta l’inchiesta sui giornalisti per «persecuzione» contro i Poggi
C’è una nuova indagine su Garlasco. Ma questa volta non riguarda direttamente l’omicidio di Chiara Poggi, né la posizione di Andrea Sempio, né la possibile revisione della condanna di Alberto Stasi. Riguarda invece il racconto pubblico della vicenda, le accuse rilanciate in tv e sui social come le piste riemerse a ogni nuova svolta investigativa. A darne notizia è stato ieri Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia. Il fascicolo, affidato al pm Antonio Pansa della Procura di Milano, nasce da una mole imponente di esposti e querele che si sono raggruppati negli anni: circa 200 atti, secondo la ricostruzione televisiva. Una settantina sarebbero stati presentati dai genitori di Chiara Poggi, circa un centinaio dalle gemelle Paola e Stefania Cappa, a cui si aggiungerebbero iniziative di altri soggetti, tra cui l’ingegnere Paolo Reale.
L’ipotesi, in alcuni casi, non sarebbe più soltanto la diffamazione, ma anche quella di atti persecutori. Il punto è capire se la reiterazione di accuse, allusioni, ricostruzioni tv e social abbia superato il limite del diritto di cronaca, trasformando familiari e persone mai indagate in bersagli permanenti. Non si conosce ancora l’elenco degli indagati. È però chiaro da dove nasce il fascicolo: dalle azioni legali presentate negli anni dalla famiglia Cappa e dai Poggi contro blogger, giornalisti, direttori di settimanali, comunicatori, youtuber e opinionisti.
Il fronte più strutturato sembra essere quello della famiglia Cappa, l’avvocato Ermanno Cappa, la moglie Maria Rosa Poggi, zia di Chiara, e le figlie Paola e Stefania. In questi anni la loro linea è stata opposta a quella di molti altri protagonisti della storia di Garlasco. Hanno evitato presenze televisive, senza dare risposta al cosiddetto «circo mediatico», scegliendo anzi una sequenza di azioni giudiziarie contro chi ha continuato a chiamarli in causa. Tra i nomi emersi nelle querele e nelle ricostruzioni figurano Massimo Giletti, per Lo Stato delle cose, Olga Mascolo, per Storie Italiane, l’ex maresciallo Francesco Marchetto e, a quanto pare, anche l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi. Sul fronte della carta stampata è stata querelata Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo. Anche se il precedente più concreto riguarda Le Iene: per un servizio del 2022 sono stati condannati per diffamazione aggravata Riccardo Festinese e Alessandro De Giuseppe, in relazione a un servizio ritenuto lesivo nei confronti di Stefania Cappa. Del resto, in questi mesi si è spesso tornati a parlare di vecchie piste che non si sono mai consolidate. Marco Muschitta, l’operaio che nel 2007 disse di aver visto una ragazza simile a Stefania Cappa in bicicletta con un attrezzo da camino, salvo poi ritrattare. Gianni Bruscagin, il cosiddetto «super testimone», che ha riferito di aver saputo indirettamente che Stefania sarebbe stata vista entrare nella casa della nonna a Tromello con un grosso borsone. E poi ci sono state le dichiarazioni di Marchetto su un presunto Suv nero o le ipotesi sul Santuario della Bozzola, le teorie su lividi da stampella e persino il riferimento, rilanciato in tv da Roberta Bruzzone (che ne prese le distanze sostenendo di non condividerla), a un presunto giro di droga. Suggestioni, piste, racconti che si sono rivelati spesso privi di riscontri giudiziari solidi.
C’è poi da tempo depositato un ulteriore esposto in Procura, contenente audio dove si ipotizzerebbe una persecuzione subita dalle due gemelle e persino un tentativo di orientare o depistare le indagini. Se confermato, sarebbe un salto di livello, non più soltanto il possibile accanimento mediatico contro soggetti mai indagati, ma l’ipotesi che il «circo mediatico» abbia provato a incidere sul corso stesso dell’inchiesta.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 14 maggio con Carlo Cambi