L’aborto in Italia è un percorso a ostacoli. L’aborto è un diritto non garantito. Le destre al governo negano i diritti riproduttivi delle donne. Cercate queste frasi nei comunicati stampa, nei titoli di giornale e nelle dichiarazioni di attivisti, politici, intellettuali e persino medici progressisti: vedrete che si ripetono con martellante frequenza. Non passa anno senza che, ciclicamente, il tormentone si ripeta, senza che l’associazione Luca Coscioni lanci una nuova campagna e nuovi allarmi. Non più tardi dello scorso luglio ci si è messa pure la Cgil: non più impegnata a tutelare i lavoratori, ha molto tempo libero e si dedica a qualsiasi battaglia, soprattutto se contro la vita.
«È tempo di garantire non solo il diritto all’aborto, ma anche la possibilità concreta di esercitarlo in modo sicuro, dignitoso, rispettoso della salute e delle scelte di donne e persone che possono restare incinte», gridava il sindacato. «Il diritto alla salute e all’autodeterminazione non può dipendere dal luogo in cui si vive né essere condizionato da convinzioni ideologiche o politiche». Il fatto è che, purtroppo, a furia di sentire tutte queste baggianate a getto continuo, la gente finisce per pensare che siano vere. Basta tuttavia sfogliare la Relazione sulla attuazione della legge 194 che il ministero della Salute ha appena pubblicato per rendersi conto della allarmante quantità di bugie che i sedicenti progressisti riversano nel dibattito pubblico.
I dati della relazione riguardano il 2023 e mostrano che il numero assoluto degli aborti è cresciuto: sono stati 65.746, un aumento complessivo dello 0,1% rispetto al 2022. Già in quell’anno tuttavia si era avuto un balzo notevole: +3,2%. Secondo il ministero l’aumento ridotto dal 2022 è il «risultato della contemporanea diminuzione delle Ivg delle donne straniere (pari a 2,9% rispetto al 2022) e dell’aumento delle Ivg delle italiane (pari a +1,22%)». In compenso «resta stabile il tasso di abortività, pur con una elevata variabilità regionale, mentre aumenta il rapporto di abortività del 3,6% rispetto al 2022». Un altro dato in crescita: il rapporto di abortività indica il numero di aborti ogni 1.000 nati. Insomma, non siamo ai numeri di dieci anni fa, quando gli aborti superavano le 100.000 unità, ma c’è un aumento, e nel contempo diminuiscono le nascite.
Non è tutto. Il ministero scrive che «continua nel 2023 l’aumento pur contenuto del ricorso alle Ivg da parte delle minorenni (pari a un tasso di 2,3 per 1.000), registrato già nel 2022 rispetto al 2021 e al 2020, risultato del contemporaneo aumento delle Ivg delle minori italiane e di quelle straniere. Il tasso di abortività delle minorenni resta comunque inferiore a quello dei Paesi europei con analoghi sistemi sanitari». Tranquilli: avanti così e raggiungeremo le altre nazioni.
Leggiamo ancora: «La distribuzione della contraccezione di emergenza è complessivamente aumentata. Una crescita del 5,5% per l’Ulipristal Acetato (EllaOne) rispetto al 2021, e del 76,1% dal 2020, quando con determina Aifa dell’8 ottobre è stato eliminato l’obbligo di prescrizione anche per le minorenni. Per il Levonorgestrel (Norlevo) si è registrata invece una riduzione del 4,2% rispetto al 2022, quando si registrava un aumento della distribuzione rispetto all’anno precedente. Complessivamente la distribuzione dei due prodotti nel 2023 è stata di 760.076 confezioni, di cui 469.384 di Ulipristal acetato e 290.692 di Levonorgestrel. La mancanza di tracciabilità delle vendite non consente di distinguere l’utilizzo della contraccezione di emergenza nelle diverse fasce di età, e neppure l’eventuale uso ripetuto all’interno di tali fasce».
Riepilogando: aumentano gli aborti e aumenta soprattutto il consumo di pillole abortive. Significa che ha avuto successo la cura Speranza. Come ricorderete, nel 2020, in pieno Covid, l’allora ministro della Salute pubblicò quasi di nascosto nuove linee guida che hanno permesso l’uso della pillola Ru486 fino alla nona settimana di gestazione e hanno rimosso l’obbligo di ricovero ospedaliero per la somministrazione del farmaco. Un bel favore a chi vende le pillole, senza dubbio.
La relazione ministeriale smonta anche la balla dell’aborto come percorso sempre più impervio: «I tempi di attesa per eseguire l’intervento continuano a diminuire, pur persistendo una variabilità fra le Regioni. Si registra un aumento delle Ivg entro le prime otto settimane di gestazione, a seguito dell’aumentato uso della tecnica farmacologica in epoca gestazionale precoce. In particolare, la percentuale di Ivg effettuate entro 14 giorni ha subito un aumento continuo nel tempo, passando dal 59,6% del 2011 all’80,4% del 2023. La mobilità fra le Regioni e Province autonome continua ad essere contenuta: il 92,5% delle Ivg è stato effettuato nella Regione di residenza, di queste l’87,3% è stato effettuato nella Provincia di residenza, proporzioni analoghe a quelle di altre prestazioni sanitarie». Capito? La quasi totalità degli aborti si fanno vicino a casa, anche se per anni i principali talk show ci hanno raccontato che povere donne intenzionate ad abortire dovevano vagare per giorni alla ricerca di un ospedale che le accogliesse. A tale proposito vale la pena di citare altre evidenze: «Riguardo all’offerta del servizio Ivg», dice il ministero, «considerando sia il numero assoluto delle strutture in cui si effettuano le Ivg sia quello riferito alla popolazione di donne in età fertile, la numerosità dei punti Ivg appare adeguata rispetto al numero delle Ivg effettuate, e il numero dei punti Ivg, confrontato con quelli dei punti nascita, in proporzione è più di cinque volte superiore: per ogni 1.000 nascite si calcola un punto nascita nel territorio, mentre per ogni 1.000 Ivg si calcolano 5,3 punti Ivg, in lieve aumento rispetto al 2022, quando erano 5,2». Chiaro no? In Italia è più facile trovare un posto in cui abortire si uno in cui nascere.
Infine, i famigerati obiettori. Libri, articoli, servizi televisivi: tutti a urlare che ci sono troppi obiettori e che questo rende terribile la vita delle donne. Ebbene, dice il ministero che «i dati sull’obiezione di coscienza continuano a mostrare un calo negli anni del numero di Ivg medie settimanali a carico dei ginecologi non obiettori a livello nazionale (0,8 Ivg medie settimanali per ginecologo non obiettore, erano 0,9 nel 2022), il cui numero continua ad aumentare: dell’11% rispetto al 2022, del 34,9% rispetto al 2014. Il dettaglio del carico di lavoro per ciascun punto Ivg all’interno delle singole Regioni consente di verificare puntualmente l’offerta sul territorio. A fronte di 349 punti Ivg, si rilevano otto strutture in cui si effettuano mediamente più di cinque aborti a settimana, con il valore massimo di 8,3 in una. L’analisi dei carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore non sembra quindi evidenziare particolari criticità nei servizi di Ivg. Alla luce di tali dati», concludono i tecnici, «eventuali problematiche nell’offerta del servizio Ivg potrebbero essere riconducibili all’organizzazione infraregionale del servizio stesso, e non alla numerosità del personale obiettore».
Gli aborti in Italia sono stati per anni in drastico calo. E per tutto questo tempo siamo stati martellati da campagna mediatiche e politiche tese a dimostrare che qui fosse impossibile abortire. Il risultato, grazie anche alle azioni concrete dei progressisti di governo, e che le interruzioni di gravidanza aumentano, gli obiettori calano, e il rapporto fra aborti e nuovi nati (che sono sempre meno) esplode. La sinistra può finalmente vantare di aver ottenuto un grande risultato.



