I magistrati per il Sì sono numerosi ma non si espongono: temono conseguenze

Sono un magistrato ordinario, che vive la sua ordinaria vita privata e il suo ordinario lavoro nella massima riservatezza. Sebbene rispetti, superfluo dirlo, tutti coloro che la pensano diversamente da me e anche i colleghi che sostengono il No - a molti dei quali sono legata da rapporti di amicizia che questa accesa campagna elettorale non minerà -, non condivido certi toni del confronto, né la scelta dell’Associazione nazionale magistrati di schierarsi in uno scontro politico e politicizzato che sono convinta sarebbe dovuto rimanere estraneo all’agire dei magistrati, i quali sarebbero stati più utili ai cittadini se impegnati in un’opera di mera informazione.
È per questo che ho sentito il dovere di vincere la mia riservatezza ed esprimere pubblicamente il mio Sì, per dar prova che non tutti i magistrati votano No, neppure tutti quelli iscritti all’Anm. Ho letto e sentito, inoltre, da parte dei sostenitori del No, diverse inesattezze, se non addirittura cose difformi dalla realtà dei fatti, perciò ho accettato l’invito della Verità a mettere per iscritto le mie idee.
Intanto non è vero che noi magistrati sostenitori del Sì saremmo dei frustrati: come tanti, non ho mai fatto domanda per incarichi rimanendone esclusa, né, finora, ho subito conseguenze negative per le mie idee critiche verso la deriva del correntismo. Non è vero, poi, che i mafiosi voterebbero Sì. A dire il vero, non votano neppure No, semplicemente perché i mafiosi - così, Costituzione alla mano, possono essere definiti soltanto i condannati per reati di mafia e non i semplici sospettati - non possono votare.
Ho letto e sentito che il problema del correntismo non esisterebbe perché i magistrati iscritti alle correnti sarebbero soltanto 2.000 su 10.000. Chi ha detto ciò non poteva non sapere che quasi tutti i magistrati votano per i candidati espressione delle correnti, anche solo per avere un riferimento in Consiglio e poter continuare a lavorare in tranquillità. Non è vero, ancora, che noi magistrati che voteremo Sì saremmo poco più di una cinquantina: molti ammettono timidamente di votare Sì, ma di non volersi esporre per «evitare conseguenze». Questo fa comprendere come l’attuale sistema di elezione dell’organo di autogoverno non sia adeguato a garantire una magistratura indipendente e come il sorteggio sia assolutamente necessario. N
on è vero neppure che il sorteggio minerebbe la democrazia e la libertà di scelta, semplicemente perché il Consiglio superiore della magistratura non è un organo politico rappresentativo, ma l’organo di amministrazione della giurisdizione e di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati ordinari. Politico e rappresentativo lo è diventato nei fatti, con questo sistema che ha permesso alle correnti di occuparlo e gestirlo, tanto da arrivare pochi anni fa a candidare quattro magistrati per quattro posti da consigliere requirente: uno per ogni corrente. È forse questa la libertà di scelta che il sorteggio escluderebbe?
Il fatto che sia stato correntizzato non è, però, sufficiente a mutarne la natura cristallizzata nella Costituzione che tutti diciamo di voler difendere: continua a dover essere un organo di autogoverno, non politico, non rappresentativo. Vorrei far notare, poi, che il Csm è chiamato a svolgere attività che non sono più difficili dello studio che ogni giorno facciamo e delle decisioni che ogni giorno prendiamo: valutare chi è più idoneo a ricoprire un posto non richiede maggiore competenza di quella necessaria per irrogare pene e condanne ai cittadini. Se il cittadino, com’è giusto che sia, non può scegliere il suo giudice, perché i magistrati non potrebbero avere «giudici» sorteggiati tra colleghi ritenuti idonei a decidere della vita dei cittadini? Neppure i Padri costituenti, citati insieme alle madri, avrebbero voluto che si arrivasse a questo sistema, tanto che molti di loro durante i lavori dell’Assemblea costituente manifestarono perplessità riguardo all’elezione dei membri del Csm: conoscendo l’umana natura, temevano che l’elezione potesse portare a meccanismi tipici della politica, che avrebbero minato l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Non dimentichiamo che gli stessi Padri costituenti hanno previsto la possibilità di apportare cambiamenti alla Costituzione - infatti è stata oggetto di varie modifiche nel tempo - e penso che molti tra quelli che questo dirottamento se l’erano prefigurato con preoccupazione oggi voterebbero Sì alla riforma.
Non è vero, infine, che con la riforma si aprirebbe la strada alla sottoposizione del pubblico ministero - o addirittura di tutta la magistratura - alla politica. Se si legge il testo della riforma, non si trova una sola parola in questa direzione. Quindi paventare un simile pericolo è frutto, a mio modo di vedere, di un grave pregiudizio, preconcetto che qualsiasi magistrato dovrebbe tenere lontano da sé, così come fa nel suo lavoro quotidiano, perché deve decidere sulle prove che si formano nei processi e sulla lettura serena delle norme, in scienza e coscienza. Allo stesso modo, si dovrebbe valutare la bontà della riforma leggendone il testo. Ora, nel mezzo del cammin della mia carriera, posso dire che si entra in magistratura dopo anni di sacrifici, ci si arriva pieni di idealismo e della teoria che si fa propria negli anni di studio.
Inizi e pensi che il pm sia, rispetto al giudice, alla stessa distanza dell’avvocato, che le correnti siano davvero solamente l’espressione delle diverse sensibilità dei magistrati e, durante riunioni e convegni vari, cerchi di capire quale sia più simile alla tua di sensibilità. Poi, però, ti imbatti nel mondo reale della giustizia, quello delle carriere non separate e del correntismo. Ti accorgi che il collega pm, che dovrebbe essere distante dal giudice quanto l’avvocato, gli è troppo e pericolosamente vicino. Ti accorgi che non si appare sereni nel giudizio se nel Csm siedono insieme magistrati giudicanti e requirenti, sparsi tra le varie correnti spesso unanimemente unite nelle decisioni. Ti accorgi che, spesso, i posti direttivi e semidirettivi vengono assegnati a colleghi che sovente sono anche bravi, ma che non vengono individuati per merito, bensì per appartenenza correntizia.
Ti accorgi che qualcosa non va così com’è: i magistrati eleggono i consiglieri del Csm, i quali poi decidono della vita professionale dei magistrati che li hanno eletti e hanno appoggiato la loro corrente. Facile comprendere che non è molto diverso dal sistema politico. Con la differenza che la politica è «di parte», mentre la magistratura dev’essere, da Costituzione, autonoma e indipendente. È tutto questo che mina l’indipendenza interna ed esterna della magistratura, non la riforma sulla quale voteremo. L’incredibile è che tutto ciò sia considerato normale, accettato anche se non ritenuto corretto. Come se fosse normale avere il compito di dare giustizia ai cittadini e allo stesso tempo subire e alimentare un sistema che di «giusto» ha poco. Non è la politica che ci vuole sottomettere, siamo noi come singoli e come categoria che non dovremmo assolutamente fare politica o parapolitica, non è nostro compito e, invece, la si fa da troppi decenni!
Solo una magistratura che sta al suo posto - quindi fuori dalla politica - ha l’autorevolezza per difendere la sua autonomia e la sua indipendenza, che - non dimentichiamolo mai - non sono garantite dalla Costituzione (e rafforzate dalla riforma) a favore dei magistrati e dei loro personalismi e protagonismi piccoli e grandi, ma a favore dei cittadini, dei quali soltanto dovremmo essere a servizio. A favore di quel popolo italiano in nome del quale pronunziamo le sentenze e per garantire il quale indaghiamo utilizzando prove anche a favore degli indagati, e che, invece, tradiamo ogni volta che sposiamo meccanismi politici. Per cambiare il sistema, per rafforzare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, per avere un giudice terzo e imparziale, invito ad andare a votare il 22 e il 23 marzo e a votare Sì, a prescindere dalle idee politiche. Perché questi valori sono garantiti dalla Costituzione e, quindi, non hanno e non devono avere partito.






