Oggi l’incontro tra il leader Usa e quello cinese: sul tavolo la guerra commerciale, l’Iran e i rapporti con la Russia. Donald si presenta con tutti i big delle multinazionali, da Musk agli amministratori delegati di Nvidia, Apple, Meta, Boeing, Visa...
Si registra grande attesa per l’incontro che si terrà oggi tra Donald Trump e Xi Jinping. Il presidente americano è arrivato ieri nella Repubblica popolare, accompagnato dal segretario di Stato, Marco Rubio, e dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, oltre che da una folta delegazione di rappresentanti del mondo economico e tecnologico statunitense.
L’inquilino della Casa Bianca, che è stato accolto in serata all’aeroporto di Pechino in pompa magna dal vicepresidente cinese Han Zheng, ha infatti portato con sé i Ceo di varie aziende, tra cui: Elon Musk (SpaceX), Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), David Solomon (Goldman Sach), Stephen Schwarzman (Blackstone), Kelly Ortberg (Boeing) e Ryan McInerney (Visa), Jensen Huang (Nvidia). Il titolo di quest’ultima ha peraltro superato la soglia dei 5.500 miliardi di dollari: ora vale più dell’intero prodotto interno lordo annuo di ogni nazione sulla Terra, ad eccezione di Stati Uniti e Cina.
La visita del presidente americano è particolarmente delicata. L’anno scorso, Washington e Pechino hanno siglato una tregua commerciale. E proprio il commercio si avvia a essere un tema decisivo nell’incontro tra i due presidenti. Non a caso, ieri, a Seul, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha avuto dei colloqui «franchi, approfonditi e costruttivi» in materia con il vicepremier cinese, He Lifeng. Tuttavia, i nodi sul tavolo restano numerosi. E ciascuno dei due presidenti ha i suoi obiettivi. Trump punta a far sì che la Cina accetti di acquistare aeromobili e ingenti quantitativi di prodotti agricoli: in vista delle Midterm di novembre, l’inquilino della Casa Bianca intende infatti sia tutelare gli agricoltori americani sia abbassare i prezzi dei prodotti alimentari sul mercato interno. Xi, dal canto suo, vuole che Washington revochi le restrizioni all’export di tecnologia avanzata, elimini le aziende cinesi dalla sua blacklist e riduca sensibilmente il proprio sostegno a Taiwan.
Neanche a dirlo, ciascuno dei due presidenti è pronto a sfruttare le debolezze dell’altro. Il leader cinese vuole mettere sotto pressione Trump, facendo principalmente leva su due punti: le difficoltà degli Usa in Iran e il significativo peso della Cina nel settore delle terre rare. Senza poi trascurare la sentenza della Corte Suprema statunitense che, a febbraio, ha cassato alcuni dei dazi che l’amministrazione americana aveva imposto.
Dall’altra parte, neanche Xi può permettersi dormire sonni troppo tranquilli. Innanzitutto, l’economia cinese continua ad avere un rilevante problema di scarso consumo interno. In secondo luogo, da quando è tornato in carica l’anno scorso, Trump ha promosso una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe con il preciso obiettivo di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Tutto questo ha inferto un duro colpo all’influenza cinese in America Latina: un’influenza che era cresciuta durante l’amministrazione Biden. Panama, su input statunitense, ha abbandonato la Belt and Road Initiative nel febbraio 2025, mentre la cattura di Nicolás Maduro, avvenuta a gennaio scorso, ha portato Caracas a uscire dall’orbita del Dragone per entrare in quella di Washington. Infine, Pechino guarda con preoccupazione sia alle difficoltà con cui Cuba sta affrontando l’aumento della pressione americana sia al rinnovato interesse espresso dalla Casa Bianca verso la regione artica.
In questo quadro, i due presidenti oggi cercheranno probabilmente di trovare un punto di caduta sulla crisi iraniana: un obiettivo, questo, non certo semplice da conseguire. Funzionari statunitensi hanno riferito alla Cnn che Trump cercherà di convincere Xi a far pressione su Teheran affinché riapra lo Stretto di Hormuz. Non dimentichiamo del resto che il regime khomeinista è uno dei principali punti di riferimento di Pechino in Medio Oriente. Sotto questo aspetto, il presidente cinese si trova però davanti a un dilemma. Da una parte, come detto, intende sfruttare le difficoltà di Trump in Iran, sapendo benissimo che l’alto costo dell’energia rappresenta un problema per il Partito repubblicano in vista delle Midterm. Dall’altra parte, la Cina teme la crisi di Hormuz, essendo il principale importatore di greggio iraniano. Inoltre, a fine aprile, il New York Times riferiva che «l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale dovuto alla guerra in Iran sta iniziando a pesare sull’economia cinese, rallentando ulteriormente la già debole spesa dei consumatori e danneggiando settori chiave per le esportazioni».
Infine, non è escludibile che Trump e Xi possano anche parlare di Russia. Ieri, The Diplomat riferiva che, poco dopo il summit tra i due presidenti, il leader cinese dovrebbe avere un incontro con Vladimir Putin. Il che alimenta le speculazioni sull’ipotesi che i tre capi di Stato stiano lavorando sottobanco a una sorta di Jalta 2.0: un progetto che - chissà! - potrebbe forse affondare le sue radici nel vertice di Anchorage dell’anno scorso. Come che sia, l’incontro odierno a Pechino si preannuncia complicato sia per Trump che per Xi. Tra punti di forza e vulnerabilità, i due presidenti dovranno agire con circospezione, oscillando tra accordio e competizione geopolitica.
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Sul sito di «Repubblica» è apparso un banner pubblicitario realizzato con l’IA in cui si mostrava il «mio» litigio con il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, in una puntata di «Porta a Porta». Tutto fasullo: così manipolano i volti per raggirare i risparmiatori.
«Mentite a milioni di italiani: come Gianluigi Paragone ha smascherato il ceo di Intesa Sanpaolo in diretta su Porta a Porta». La notizia che ho bucato e che mi riguarda l’abbiamo trovata su Repubblica.it in un articolo di Giuseppe Colombo, ed è corredato da fotografie che sanciscono il mio epico duello televisivo con Carlo Messina.
L’articolo riporta non solo «lo scontro a Porta a Porta che ha lasciato l’ad di Intesa Sanpaolo senza parole» ma anche il mio suggerimento su «come la gente comune può finalmente riprendere il con dei propri soldi». Ora vi chiederete? Ma quando è andata in onda questa puntata di Porta a porta? E perché la notizia è sul sito di Repubblica.it mentre io, che pur collaboro con la Verità, non ho scritto una riga? Semplice, perché nulla di tutto questo è mai avvenuto realmente. È una notizia fake, una truffa che coinvolge inconsapevolmente alcuni giornalisti (per esempio, Milena Gabanelli) e che occupa banner pubblicitari di prim’ordine come nella homepage di Repubblica. Che ovviamente non può sapere della pubblicità truffaldina perché le pubblicità seguono la profilazione dell’utente.
A dirla tutta, ho finanche scarse speranze di venire a capo dei responsabili della truffa dopo l’esposto/denuncia che andrò a fare quanto prima: quando partono le denunce, questi lestofanti si cambiano i connotati, nel senso dei server e delle url di riconoscimento. Così fanno ripartire la giostra delle truffe.
Intanto mettiamo in chiaro che io non c’entro assolutamente nulla e che stanno rubando la mia identità: il Gianluigi Paragone che vedete raffigurato è creato dall’Intelligenza artificiale. Come Carlo Messina e come Bruno Vespa. Quindi io non ho avuto alcuno scontro negli studi di Porta a porta con il capo di Intesa SanPaolo e - soprattutto - la piattaforma di trading pubblicizzata per far fare un po’ di soldi ai risparmiatori è una colossale truffa! Detto questo, entriamo nei meccanismi del racconto: dalla creazione dell’evento mediatico (lo scontro in tv) al lancio della piattaforma di trading online come investimento a basso rischio. L’articolo fake con grafica tipo Repubblica fake, con foto fake per prima cosa inquadra i personaggi in una sceneggiatura verosimile: da una parte, un giornalista d’inchiesta (oggi tocca a me perché ho una pagina Facebook da quasi due milioni di followers ma domani potrebbe toccare a Maurizio Belpietro o a Mario Giordano o a Paolo Del Debbio), dall’altra il capo di una banca.
Trascrivo alcuni passaggi dell’articolo fake che non è di Repubblica ma di un sito cui il banner ti porta: «Alla fine della puntata, Messina aveva abbandonato lo studio. Bruno Vespa, trent’anni di dibattiti politici alle spalle, è rimasto senza parole. E milioni di telespettatori cercavano freneticamente su Google la piattaforma di investimento che Paragone aveva appena rivelato. Ecco cos’è successo», va avanti il finto racconto della finta puntata, «Bruno Vespa ha aperto con la domanda che tutti si pongono: “Con le bollette ancora oltre i 2.500 euro l’anno, i mutui che strangolano le famiglie e il costo di tutto - dalla spesa al carburante - che resta ostinatamente alto, cosa possono fare concretamente i cittadini italiani?”». L’articolo prosegue: «La risposta arrogante dell’ad Carlo Messina: “Capisco che siano tempi difficili. Ma i fondamentali di una sana gestione finanziaria non cambiano. Le famiglie devono gestire il bilancio familiare con attenzione, valutare un indebitamento strategico per beni che si rivalutano, e rivolgersi a consulenti finanziari qualificati per…”».
A questo punto entro in scena io, il fustigatore delle banche (e lo sono, per carità) con toni che iniziano ad alzarsi (caratteristica che non nego). «La voce di Paragone ha tagliato l’aria. “Indebitamento strategico? Le spiego io cos’è strategico, direttore”». E qui parto con un bel pistolotto sui guadagni dei manager e gli stipendi delle persone comuni: cose che penso e che ho commentato mille volte. La finta puntata col finto duello tra me e Messina finisce col pubblico in piedi, una standing ovation da stadio che poco si combina con il salotto di Porta a porta. Adunata la folla adorante, tutto è pronto per il mio annuncio Urbi et orbi: una piattaforma di trading online che, stando al mio endorsement falso, «l’establishment sta cercando disperatamente di tenere nascosta. Da tre anni a questa parte esiste una tecnologia: piattaforme di investimento basate sull’Intelligenza artificiale. E stanno facendo qualcosa di straordinario». Qui andrei in un brodo di giuggiole per questa piattaforma (di cui si fa il nome nell’articolo fake) che moltiplicherebbe i pochi investimenti delle persone, con un ingresso di 250 euro, un telefono e una procedura che «spiego» nei dettagli. Tutto falso e ingannevole. Si tratta di una truffa realizzata con l’Intelligenza artificiale, che usa mie battaglie (che confermo) a favore di una «soluzione» che chi mi conosce sa benissimo che mai avrei potuto sostenere perché considero queste piattaforme di trading online (idem il mercato dei Bitcoin e cripto valute) un modo per fregare soldi!
Allora, com’è possibile che Repubblica metta queste pubblicità nella sua homepage? Funziona così: un’azienda anonima (nell’Url dell’articolo fake si menziona tale «Woodupp») carica la pubblicità su un network pubblicitario internazionale. In questo caso si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu (il secondo motore di ricerca dopo Google), la quale distribuisce su molti siti, tra cui Repubblica, attraverso il fenomeno delle aste in tempo reale. Repubblica non sceglie e nemmeno sa di quella pubblicità; si limita a incassare la vendita dello spazio pubblicitario.
Si può fare qualcosa? Sì, iniziando a guardare dentro il sistema di questo genere di raccolta pubblicitaria, dove i pochi grandi operatori tipo Meta (i cosiddetti Ott, Over the top) rastrellano con modalità piratesche tutto il mercato lasciando le briciole agli altri. Lo fanno indisturbati perché vale sempre la rassegnata idea per cui il forte ha sempre ragione. Ne aveva parlato Marina Berlusconi, inascoltata. Domani ci torneremo.
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Le nuove generazioni non vogliono più lavorare nei ristoranti? Oppure sono i ristoratori che pagano poco e non offrono buone condizioni? O ci sono altri temi più profondi da affrontare? Ne parliamo con Anastasia Paris, chef e imprenditrice di Futura.
Carlo Nordio (Ansa)
Il Guardasigilli interviene sul trattamento riservato a Stasi: «Paradossale». Un sistema che dà 16 anni a un uomo, dopo 5 pronunciamenti, e poi riparte da zero è folle. Ma le toghe non vogliono cambiare.
A distanza di quasi 20 anni il delitto di Chiara Poggi fa discutere non soltanto nelle aule di giustizia, e di conseguenza sui giornali e in tv, ma anche nei convegni, come un caso di scuola da cui, in negativo, prendere esempio. Ne ha parlato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che - intervenuto a un dibattito - si è chiesto come si possa condannare una persona quando è già stata assolta due volte da una Corte d’assise e da una d’Appello. «È una situazione paradossale, dovuta a una legislazione che andrebbe cambiata, ma è molto difficile», ha spiegato il Guardasigilli. «Certo, oggi un comune cittadino si domanda perplesso come possa esistere una situazione in cui una persona ha scontato una fortissima pena da colpevole, mentre un’altra è attualmente indagata sulla base di prove per le quali l’autore del delitto sarebbe completamente diverso dal primo». A certificare il cortocircuito della giustizia, ribadisco, è il ministro della Giustizia. Il quale ammette l’anomalia, ma addirittura riconosce che quello di Garlasco è un esempio di legislazione sbagliata.
Nel mirino di Nordio c’è il triplo grado di giudizio, quello davanti alla Cassazione, ritenuto una garanzia per l’imputato nel caso sia stato condannato, magari con una pronuncia contraddittoria tra prima istanza e appello, e una stortura qualora la sentenza definitiva contraddica le prime due. I processi per il delitto di Chiara Poggi in effetti rappresentano un caso che alimenta molti interrogativi sul sistema giudiziario italiano. Primo perché la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di carcere è arrivata dopo ben cinque pronunciamenti, ovvero dopo due sentenze favorevoli all’imputato, un rinvio alla Corte d’appello da parte della Cassazione, un rifacimento del dibattimento di secondo grado e una convalida della Suprema corte, più varie richieste di revisione. E secondo perché una volta pronunciata la condanna definitiva, a distanza di quasi 20 anni dal delitto e a 11 dall’incarcerazione di Alberto Stasi, la magistratura inquirente riparte da capo, con un nuovo colpevole, disconoscendo quello che hanno fatto i colleghi requirenti e giudicanti.
E qui sta il punto messo a fuoco da Nordio. Quante toghe si sono occupate del caso Garlasco? Beh, a occhio e croce poco meno di una cinquantina di magistrati, tra giudici e pm. E com’è possibile che a distanza di 20 anni non si sia giunti a un verdetto incontrovertibile? Ma il ministro della Giustizia mette l’accento su una questione, ovvero le due assoluzioni precedenti alla sentenza di condanna. Dice il Guardasigilli: che senso ha ricorrere, dopo che per ben due processi la magistratura non è riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza dell’imputato? Difficile dargli torto: i pm dispongono di molti strumenti per accertare i fatti e individuare il colpevole di un reato. E se non ci riescono né in primo né in secondo grado, che senso ha consentire loro una «rivincita» in Cassazione rimettendo tutto in gioco? Per di più non sulla base di elementi nuovi, di prove raccolte successivamente ai precedenti giudizi, ma sulla valutazione degli stessi indizi già accertati in primo e secondo grado. La logica vorrebbe che l’azione penale si concludesse con la seconda assoluzione: la giustizia ha fatto il suo corso, ma per ben due volte non è riuscita a convincere i giudici della colpevolezza dell’imputato. Non solo la logica, ma anche il buon senso e pure l’economicità e l’efficienza del sistema imporrebbero di fermare le Procure dopo due sconfitte, ma invece non accade. Vi chiedete perché? La questione posta da Nordio non è nuova e infatti lui stesso ammette come cambiare sia complicato. Non per via delle regole, che si possono sempre modificare, ma per l’opposizione di gran parte della magistratura, ossia del corpo meno aperto ai cambiamenti, che, come abbiamo visto al referendum, fa quadrato come nessun’altra corporazione è in grado di fare. Pensate, perfino il legale di Andrea Sempio, l’avvocato Liborio Cataliotti, si dice d’accordo con il ministro: non tanto sulla parte che riguarda l’abolizione del terzo grado di giudizio, ma su quella che evidenzia l’anomalia del caso Garlasco. Ovvero un processo a carico di una persona per lo stesso reato per cui è già stato condannato un altro. Ditemi voi se questo non sarà un caso da manuale del diritto penale: sì, per spiegare come non commettere mai più un pasticcio simile.
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