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2026-05-13
Contro Sempio tanti indizi ma manca «la» prova
Andrea Sempio (Ansa)
Tuttavia, non voglio dire che l’indagine nei confronti di Sempio sia costruita sul nulla. Ci sono elementi che danno da pensare, come il famoso scontrino su cui si reggeva l’alibi del giovane. Il ticket, custodito per anni e poi consegnato agli investigatori, dimostrava che il commesso del centro commerciale non era a Garlasco mentre si compiva il delitto. Beh, ora sappiamo che, molto probabilmente, quel biglietto non è suo ma della madre e, dunque, l’amico di Marco Poggi può rientrare nel novero dei possibili killer. Anche le spiegazioni delle tracce di Dna ritrovate sotto le unghie di Chiara sembrano sciogliersi come neve al sole, perché, a quanto pare, Sempio non usò il computer di casa Poggi nei giorni precedenti l’assassinio. Stessa sorte sarebbe destinata alle giustificazioni di possibili impronte sul muro dello scantinato perché, dicono quei ragazzi che si divertivano con i videogiochi, le scale che portavano al piano inferiore non le percorrevano mai.
Ci sono poi le frasi sconnesse pronunciate mentre il giovane era da solo in macchina: forse ripeteva le accuse che gli investigatori gli rivolgevano, forse ripercorreva alcune fasi dell’omicidio di Chiara. E pure quegli appunti di cui, dopo essere stato indagato, cercò di liberarsi lontano da casa. Può darsi che, come dicono i suoi avvocati, fossero il canovaccio di uno spettacolo che stava preparando o le tracce di un’intervista da concedere a Gianluigi Nuzzi, ma in teoria potrebbero essere altro e cioè una ricostruzione, seppur smozzicata, del delitto. Contro Sempio ci sono pure quei post sullo stupro o sulle sue ossessioni amorose che, secondo la difesa, dimostrano solo alcune fragilità ma che, per l’accusa, direbbero anche altro circa la personalità del giovane.
Insomma, se si passano in rassegna le 310 pagine raccolte dai carabinieri, gli indizi sono molti. Ma bastano per sostenere un processo per omicidio e, soprattutto, per ottenere una condanna? A me sembra di no. Ci sono molti spunti, alcuni dei quali danno da pensare, ma nella ricostruzione degli inquirenti io non ho trovato la prova regina che dimostri la colpevolezza di Sempio al di là di ogni ragionevole dubbio. E, però, lo stesso metro dovrebbe essere usato di fronte all’impianto accusatorio che ha portato a giudicare Alberto Stasi colpevole del delitto della fidanzata. Contro il «biondino dagli occhi di ghiaccio» non c’è un elemento che consenta di dire «sì, è proprio lui l’assassino di Chiara». Come ho già scritto, le sue principali colpe consistono nell’avere avuto una relazione con la vittima e non avere le mani, anzi le scarpe, sporche di sangue. Tutto il resto - l’orario della morte, i pedali della bicicletta, la sua calma di fronte agli inquirenti - non dimostra nulla, se non la pochezza delle accuse.
Dovendo tirare le somme, prendo a prestito il celebre titolo dell’Europeo sulla morte del bandito Salvatore Giuliano: «Di sicuro c’è solo che è morto». Il resto, dopo vent’anni di indagine, è ancora da scrivere. E, forse, non si scriverà mai.
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Sono d’accordo con i legali di Andrea Sempio: contro il loro cliente non c’è alcuna pistola fumante. Le 310 pagine che sintetizzano le indagini svolte dai carabinieri di Milano contro il commesso accusato dell’omicidio di Chiara Poggi contengono diversi indizi, ma nessuna prova. Non c’è un’evidenza scientifica che dimostri come l’amico del fratello della giovane assassinata fosse sulla scena del delitto, né vi è un riscontro che consenta di stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sua colpevolezza. Hanno detto bene gli avvocati del presunto assassino: quelle elencate dagli inquirenti sono suggestioni, ma per condannare qualcuno a molti anni di carcere (ad Alberto Stasi ne hanno appioppati 16) serve altro. O, per lo meno, dovrebbe servire visto che a distanza di quasi vent’anni dal delitto si scopre che di ragionevoli dubbi sulla colpevolezza dell’ex fidanzato di Chiara ce n’erano molti.Tuttavia, non voglio dire che l’indagine nei confronti di Sempio sia costruita sul nulla. Ci sono elementi che danno da pensare, come il famoso scontrino su cui si reggeva l’alibi del giovane. Il ticket, custodito per anni e poi consegnato agli investigatori, dimostrava che il commesso del centro commerciale non era a Garlasco mentre si compiva il delitto. Beh, ora sappiamo che, molto probabilmente, quel biglietto non è suo ma della madre e, dunque, l’amico di Marco Poggi può rientrare nel novero dei possibili killer. Anche le spiegazioni delle tracce di Dna ritrovate sotto le unghie di Chiara sembrano sciogliersi come neve al sole, perché, a quanto pare, Sempio non usò il computer di casa Poggi nei giorni precedenti l’assassinio. Stessa sorte sarebbe destinata alle giustificazioni di possibili impronte sul muro dello scantinato perché, dicono quei ragazzi che si divertivano con i videogiochi, le scale che portavano al piano inferiore non le percorrevano mai.Ci sono poi le frasi sconnesse pronunciate mentre il giovane era da solo in macchina: forse ripeteva le accuse che gli investigatori gli rivolgevano, forse ripercorreva alcune fasi dell’omicidio di Chiara. E pure quegli appunti di cui, dopo essere stato indagato, cercò di liberarsi lontano da casa. Può darsi che, come dicono i suoi avvocati, fossero il canovaccio di uno spettacolo che stava preparando o le tracce di un’intervista da concedere a Gianluigi Nuzzi, ma in teoria potrebbero essere altro e cioè una ricostruzione, seppur smozzicata, del delitto. Contro Sempio ci sono pure quei post sullo stupro o sulle sue ossessioni amorose che, secondo la difesa, dimostrano solo alcune fragilità ma che, per l’accusa, direbbero anche altro circa la personalità del giovane.Insomma, se si passano in rassegna le 310 pagine raccolte dai carabinieri, gli indizi sono molti. Ma bastano per sostenere un processo per omicidio e, soprattutto, per ottenere una condanna? A me sembra di no. Ci sono molti spunti, alcuni dei quali danno da pensare, ma nella ricostruzione degli inquirenti io non ho trovato la prova regina che dimostri la colpevolezza di Sempio al di là di ogni ragionevole dubbio. E, però, lo stesso metro dovrebbe essere usato di fronte all’impianto accusatorio che ha portato a giudicare Alberto Stasi colpevole del delitto della fidanzata. Contro il «biondino dagli occhi di ghiaccio» non c’è un elemento che consenta di dire «sì, è proprio lui l’assassino di Chiara». Come ho già scritto, le sue principali colpe consistono nell’avere avuto una relazione con la vittima e non avere le mani, anzi le scarpe, sporche di sangue. Tutto il resto - l’orario della morte, i pedali della bicicletta, la sua calma di fronte agli inquirenti - non dimostra nulla, se non la pochezza delle accuse.Dovendo tirare le somme, prendo a prestito il celebre titolo dell’Europeo sulla morte del bandito Salvatore Giuliano: «Di sicuro c’è solo che è morto». Il resto, dopo vent’anni di indagine, è ancora da scrivere. E, forse, non si scriverà mai.
Imagoeconomica
L’ultimo in ordine di tempo lo si registra ieri, in un curioso gioco a rimpiattino tra la Lega di Serie A, la Prefettura di Roma, con le emittenti televisive a far da convitato di pietra dietro le quinte e la Regione Lazio a commentare in modo non certo benevolo. Il motivo del contendere riguarda il calendario della trentasettesima giornata di campionato, questione oltremodo scottante perché è previsto il derby Roma-Lazio, al quale si affiancheranno Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina, Genoa-Milan e Como-Parma. Dettaglio non trascurabile: tutte le partite coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica in modo chiaro che negli ultimi due turni di stagione è obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Fosse semplice. L’origine dei mali è scaturita dalla necessità di incastrare il derby capitolino. Giocare domenica sera è fuori discussione: dopo la guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025 e il ferimento di 14 agenti, il Viminale, per gestire meglio l’ordine pubblico, ha vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale. Nemmeno alle 15 sarebbe pensabile. Ci sono gli Internazionali d’Italia di tennis, evento diventato catalizzatore di attenzioni mondiali anche perché tutti i riflettori sono puntati sulle partite di Jannik Sinner, che magari in finale non è detto ci arrivi, ma gode di granitiche probabilità. La soluzione che avrebbe accontentato capra, cavoli e (in parte) gli editori televisivi sarebbe stata convogliare tutti gli incontri nel cosiddetto orario di «lunch match», cioè la domenica all’ora di pranzo. Ma è arrivato il secco no della Prefettura e della Questura capitoline: «Premesso che noi siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, mi sembrerebbe di buon senso non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», ha dichiarato il questore Roberto Massucci. Dunque contrordine. Se il derby di domenica non si può disputare, e il sabato ci sono già partite che prevedono una messa in onda televisiva, non resta che fissare tutti i match lunedì. Già, ma quando? Alle 18 significherebbe perdere una buona fetta di pubblico ancora impegnata con il lavoro. L’unico orario capace di accontentare tutti sarebbe alle 20.45, cioè in piena contraddizione con la necessità di non disputare Roma-Lazio in orari serali. Eppure per la Prefettura c’è poco da sfogliar margherite: «Alla luce delle valutazioni effettuate in sede di comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con particolare riferimento ai profili connessi alla gestione dell’ordine pubblico e della mobilità urbana in concomitanza con un evento di rilevanza mondiale quale gli Internazionali Bnl d’Italia, in corso presso il Foro Italico, è stato disposto che l’incontro di calcio Roma-Lazio si disputerà nella giornata di lunedì 18 maggio 2026, con inizio alle ore 20.45», recita una nota. La Lega Serie A ha annunciato ricorso al Tar del Lazio. «Ormai è deciso che il derby di Roma si giochi lunedì? Non credo proprio, reagiremo in ogni sede opportuna», ha replicato l’amministratore delegato di Lega serie A, Luigi De Siervo. Arduo prevedere ulteriori variazioni: tutte e cinque le partite dovrebbero essere confermate per lunedì sera. Nelle ore precedenti l’ufficialità dello spostamento, il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, non solo aveva stigmatizzato la decisione iniziale della Lega Serie A di programmare il derby domenica a pranzo, ma aveva pure rimarcato la totale assenza di pianificazione strategica nel gestire una giornata di campionato che fin da inizio anno si sapeva sovrapposta potenzialmente alla manifestazione tennistica: «L’annuncio di De Siervo circa l’orario di gioco del derby Roma-Lazio mi lascia perplesso, per usare un eufemismo. Assurdo prendere una decisione a pochi giorni dalla partita, la cui data si conosceva da molto tempo e in concomitanza con la finale maschile degli Internazionali di tennis», ha sottolineato. Insomma, si naviga a vista, si rischia il naufragio, e il calendario in formato spezzatino, con date e orari sempre diversi per accontentare i palati e i contratti delle emittenti televisive, ha per giunta trasformato i tifosi di ogni club in consumatori spendenti alla mercé di decisioni dell’ultimo minuto. Non è un caso che da marzo circoli negli stadi e sul web una «petizione nazionale degli ultras per un calcio giusto e popolare». Tra le richieste di cambiamento avanzate dai supporter militanti nella loro raccolta firme, ci sarebbe quella per ottenere «orari che consentano ai lavoratori e alle famiglie di seguire i match, evitando il calcio spezzatino», oltre a «combattere la trasformazione del calcio in mero business televisivo, che allontana famiglie e tifosi». L’iniziativa non pare affatto peregrina. Non si tratterebbe di accondiscendere a derive nostalgiche del calcio che fu, ma di coniugare la necessità di fare affari e generare profitto con quella di mantenere il sostrato popolare e identitario delle squadre di pallone. Impresa in teoria non impossibile. A patto di cominciare a pianificare gli eventi con un minimo di cognizione, o almeno con umano preavviso.
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