Dopo lo choc (l’annuncio di 1.700 esuberi su 4.500 lavoratori) è l’ora delle proteste nei vari stabilimenti italiani della multinazionale Electrolux. A Porcia (Pordenone) c’è lo sciopero con presidio: «Questo non è un piano industriale», scandiscono gli operai, «ma una carneficina». A Solaro, nel Milanese, il sito resterà fermo per un paio di giorni. A Forlì è sceso in campo il sindaco: «Questa è un’altra alluvione. Dopo quella dell’acqua, questa è l’alluvione del lavoro», ha evidenziato Gian Luca Zattini davanti agli oltre 600 dipendenti dello fabbrica in viale Bologna. E anche nel resto degli impianti italiani del gruppo svedese il mood è lo stesso, se non peggiore.
La notizia di giornata l’ha data il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che ha convocato per il 25 maggio un tavolo sulla vertenza al Mimit. Ci saranno i rappresentanti della multinazionale, i sindacati dei metalmeccanici e le Regioni coinvolte: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Veneto. La speranza è quella di convincere l’azienda che in Italia realizza lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, forni e piani cottura a fare dietrofront.
Possibile? Se le ricostruzioni dei sindacati sono corrette c’è poco da stare sereni. «Manca ancora un piano industriale», spiega alla Verità Massimiliano Nobis, il segretario nazionale Fim Cisl, «e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, dove si producono le cappe, è inaccettabile. L’azienda ce l’ha smentito al tavolo sindacale, ma se davvero l’intenzione è quella di tagliare posti di lavoro per rendere i siti italiani più snelli e appetibili per i cinesi di Midea, allora il governo e Bruxelles dovrebbero subito intervenire». Il nome di Midea circola da tempo anche perché i due colossi del «bianco» hanno siglato di recente una partnership in Nord America che prevede tre joint venture: due nel freddo, una nel lavaggio.
Ma è altrettanto ovvio che la vendita ai cinesi sia una conseguenza quasi scontata del gap competitivo per le aziende che operano in Europa. I numeri sono noti da tempo - le spese per l’energia nel Vecchio continente superano del 45% quelle cinesi e rispetto all’acciaio c’è un sovrapprezzo di poco superiore al 30%. Per non parlare degli aggravi relativi al costo del lavoro e al welfare. Insomma, se a produrre in Asia si spende meno e se know how, tecnologie e materie prime si accumulano oltre i confini europei, la «svendita» ai cinesi diventa una naturale evoluzione delle cose.
«Per questo», continua Nobis, «da tempo abbiamo chiesto, come Fim Fiom Uilm, al ministro Urso la costituzione di un tavolo permanente dell’elettrodomestico per affrontare le criticità strutturali del settore. Ci aspetteremo un’azione comune dei grandi gruppi come Bosch, Beko, Miele, Electrolux sulle istituzioni Ue per ottenere provvedimenti capaci di limitare l’invasione nei mercati europei dei gruppi asiatici che ad oggi rappresentano il 50% delle vendite». Risposte da Bruxelles? Nessuna. Anche perché l’Europa è solita muoversi solo quando i giochi sono fatti. E anche sulla crisi del «bianco» non fa eccezione.
Altro punto è quello dei finanziamenti pubblici. Negli anni, in Italia, la casa svedese ha ricevuto circa 700 milioni. Ora è vero che in buona parte queste risorse sono state investite, ma se di punto in bianco l’azienda decide di tagliare il 40% della forza lavoro, evidentemente si potevano investire meglio. Ecco, secondo il leader della Uil, Pier Paolo Bombardieri, questi fondi dovrebbero essere restituiti. Un’arma che potrà tornar utile sul tavolo del 25. Quando andrà in scena il primo round di un match che per adesso non promette bene.




