Libro dell’orrore sull’utero in affitto. I bimbi comprati? «Storia d’amore»

Ho comprato mia figlia e ne vado fiera. Leggerò con avidità il libro Arkansas in cui Chiara Tagliaferri, scrittrice moglie di scrittore, compagna nella vita di Nicola Lagioia, già coautrice di Michela Murgia, racconta senza pudore come due anni fa ha avuto la sua Lula: andando negli Stati Uniti, pagando un’altra donna, affittando il suo utero per nove mesi, impiantandole l’ovulo di un’altra donna ancora, e poi portandole via la neonata. Leggerò quel libro perché, da quel che ho capito nell’intervista d’anticipazione pubblicata dalla Stampa, è il manifesto dell’orrore cui siamo destinati in un mondo dove ormai appare normale che un bimbo abbia non solo il genitore uno e il genitore due, ma anche il genitore tre, come ha appena sentenziato la Corte d’appello di Bari. E magari anche il quattro, il cinque, il sei, perché no? Avanti così. Tutto si può fare. Basta avere i soldi. E poi chiamarla «storia d’amore».
Proprio come fa Chiara Tagliaferri che pur non essendo una scrittrice famosa e celebrata come il marito (almeno fino a questo libro: ora vedrete, scalerà le classifiche se non delle vendite almeno dei salotti Tv) sa giocare perfettamente con le parole. E così modifica la realtà, proprio come in un romanzo. Le donne che offrono il loro corpo, quasi sempre per fame o disperazione, sono ovviamente pagate ma «pagate non vuol dire vendute». La trattativa con loro non è una compravendita come da catalogo Ikea ma «una specie di innamoramento, una scintilla che crea una famiglia». E, tocco sublime, «portare in grembo un bambino non significa inevitabilmente esserne una madre». Non è favoloso? Chi porta per nove mesi in grembo un bambino smette di essere la madre, perché, ovvio, la madre è quella che paga. Del resto si sa che ogni storia d’amore ha il suo prezzo.
Il prezzo che pagano quei bimbi, però, non se lo chiede nessuno. Scelti sul catalogo come se fossero tappezzerie per la casa, generati da ovuli di persone sconosciute e poi strappati dalla loro mamma, pardon da chi li ha tenuti nove mesi in grembo senza avere il diritto di diventare mamma, devono rispondere a un principio che non ha niente a che fare con la realtà. Ma che evidentemente funziona benissimo per vendere storie: «Il ricorso a ovuli non propri», spiega infatti Tagliaferri, «è un’ulteriore garanzia per la gestante: serve a separare ulteriormente gravidanza e maternità». Ma certo, come abbiamo fatto a non pensarci prima? Bisogna separare gravidanza e maternità. Magari anche gravidanza e umanità. Se si riuscisse a partorire direttamente con l’Intelligenza artificiale non sarebbe meglio? Magari si risparmia anche sul cash. È un buon affare e la piccola Lula capirà. Garantito dalla mamma pagante: Lula capirà.
«Ho fatto i conti con quello che Lula criticherà di me», dubita per un attimo la scrittrice in un sussulto di lucidità. Ma poi se ne fa subito una ragione. Politica, ovvio. «Quando le dirò che otto mesi dopo la sua nascita questo Paese ha stabilito che lei è la figlia di un reato universale, capirà», dice infatti attaccando il provvedimento del 16 ottobre 2024, voluto dal governo Meloni. Chiaro, no? Lula capirà. Quando si tratta di attaccare il governo Meloni, tutto va bene. Anche sbattere in piazza, senza alcun pudore, la storia di una bimba di due anni. Figuriamoci se la figlia di due scrittori così engagé non sarà felice di aver sacrificato la sua storia, la sua privacy, le sue cose più intime e segrete, per dare un bel colpo a Giorgia Meloni e alle sue leggi. Oltre che per dare l’occasione alla madre di scrivere un libro. Non è forse questa una «storia d’amore»?
Così va il mondo al contrario. La gravidanza e la maternità marciano separati, l’amore e l’egoismo, invece, marciano uniti. In tutta la storia. Basta sentire come la racconta Tagliaferri. Quando le chiedono perché lei e Nicola Lagioia non hanno avuto un figlio con metodo naturale, risponde con naturalezza che erano troppo impegnati nel loro lavoro. «Non volevo badare a nessuno. Non ho mai avuto una grande progettualità». Non è forse perfetta come storia d’amore? «Non volevo badare a nessuno». Amore e egoismo, appunto. Poi le hanno chiesto perché non abbiano adottato. E lei sempre con quell’afflato di generosità ha risposto: «Ci siamo scoraggiati». E perché? Perché «avremmo potuto accogliere un bimbo o una bimba già grandi, con alle spalle ferite e traumi». Ovvio, no? Non si può adottare un bambino che ha sofferto. Meglio comprarlo. A peso d’oro. È una storia d’amore.
Ovviamente auguriamo una vita felice a Lula, e persino al romanzo che ne racconta la nascita tramite l’utero in affitto. Ma lasciateci dire che questa rivendicazione orgogliosa di una pratica disumana ci spaventa. E ci spaventa vivere in un mondo così, un mondo impazzito dove la gravidanza viene scissa dalla maternità, dove i figli si comprano e si vendono, dove gli uteri si affittano come fossero monolocali, dove «non ci sono cose da madri» perché le madri sono uguali ai padri, dove «io e mio marito abbiamo assistito insieme al parto nella stessa posizione, nella medesima condizione», dove non conta il sangue («attraverso il sangue passano molte cose, io non volevo passare quelle di mia nonna») ma contano i soldi, dove le Cassazioni dicono che i bimbi possono avere due madri e le Corti d’appello che possono avere tre genitori, dove non ci sono più mamma e papà ma genitore 1, genitore 2, genitore 3, genitore 4 e genitore N come Nessuno, dove tutto è famiglia per dire che niente è famiglia, dove i bebé si offrono al migliore offerente come alla fiera del giocattolo e il dono della vita viene ridotto a mercato, sfruttamento, mercimonio. Dove tutto ciò avviene per egoismo. E poi lo si mette in un libro chiamandolo «storia d’amore».






