Sono d’accordo con i legali di Andrea Sempio: contro il loro cliente non c’è alcuna pistola fumante. Le 310 pagine che sintetizzano le indagini svolte dai carabinieri di Milano contro il commesso accusato dell’omicidio di Chiara Poggi contengono diversi indizi, ma nessuna prova.
Non c’è un’evidenza scientifica che dimostri come l’amico del fratello della giovane assassinata fosse sulla scena del delitto, né vi è un riscontro che consenta di stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sua colpevolezza. Hanno detto bene gli avvocati del presunto assassino: quelle elencate dagli inquirenti sono suggestioni, ma per condannare qualcuno a molti anni di carcere (ad Alberto Stasi ne hanno appioppati 16) serve altro. O, per lo meno, dovrebbe servire visto che a distanza di quasi vent’anni dal delitto si scopre che di ragionevoli dubbi sulla colpevolezza dell’ex fidanzato di Chiara ce n’erano molti.
Tuttavia, non voglio dire che l’indagine nei confronti di Sempio sia costruita sul nulla. Ci sono elementi che danno da pensare, come il famoso scontrino su cui si reggeva l’alibi del giovane. Il ticket, custodito per anni e poi consegnato agli investigatori, dimostrava che il commesso del centro commerciale non era a Garlasco mentre si compiva il delitto. Beh, ora sappiamo che, molto probabilmente, quel biglietto non è suo ma della madre e, dunque, l’amico di Marco Poggi può rientrare nel novero dei possibili killer. Anche le spiegazioni delle tracce di Dna ritrovate sotto le unghie di Chiara sembrano sciogliersi come neve al sole, perché, a quanto pare, Sempio non usò il computer di casa Poggi nei giorni precedenti l’assassinio. Stessa sorte sarebbe destinata alle giustificazioni di possibili impronte sul muro dello scantinato perché, dicono quei ragazzi che si divertivano con i videogiochi, le scale che portavano al piano inferiore non le percorrevano mai.
Ci sono poi le frasi sconnesse pronunciate mentre il giovane era da solo in macchina: forse ripeteva le accuse che gli investigatori gli rivolgevano, forse ripercorreva alcune fasi dell’omicidio di Chiara. E pure quegli appunti di cui, dopo essere stato indagato, cercò di liberarsi lontano da casa. Può darsi che, come dicono i suoi avvocati, fossero il canovaccio di uno spettacolo che stava preparando o le tracce di un’intervista da concedere a Gianluigi Nuzzi, ma in teoria potrebbero essere altro e cioè una ricostruzione, seppur smozzicata, del delitto. Contro Sempio ci sono pure quei post sullo stupro o sulle sue ossessioni amorose che, secondo la difesa, dimostrano solo alcune fragilità ma che, per l’accusa, direbbero anche altro circa la personalità del giovane.
Insomma, se si passano in rassegna le 310 pagine raccolte dai carabinieri, gli indizi sono molti. Ma bastano per sostenere un processo per omicidio e, soprattutto, per ottenere una condanna? A me sembra di no. Ci sono molti spunti, alcuni dei quali danno da pensare, ma nella ricostruzione degli inquirenti io non ho trovato la prova regina che dimostri la colpevolezza di Sempio al di là di ogni ragionevole dubbio. E, però, lo stesso metro dovrebbe essere usato di fronte all’impianto accusatorio che ha portato a giudicare Alberto Stasi colpevole del delitto della fidanzata. Contro il «biondino dagli occhi di ghiaccio» non c’è un elemento che consenta di dire «sì, è proprio lui l’assassino di Chiara». Come ho già scritto, le sue principali colpe consistono nell’avere avuto una relazione con la vittima e non avere le mani, anzi le scarpe, sporche di sangue. Tutto il resto - l’orario della morte, i pedali della bicicletta, la sua calma di fronte agli inquirenti - non dimostra nulla, se non la pochezza delle accuse.
Dovendo tirare le somme, prendo a prestito il celebre titolo dell’Europeo sulla morte del bandito Salvatore Giuliano: «Di sicuro c’è solo che è morto». Il resto, dopo vent’anni di indagine, è ancora da scrivere. E, forse, non si scriverà mai.



