
Nell’editoriale pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio prova a sostenere, più o meno implicitamente, che la battaglia contro la pubblicazione selvaggia delle intercettazioni sarebbe stata combattuta soltanto quando a finire coinvolti erano esponenti politici. È una ricostruzione polemica che però rischia di alterare completamente il senso di quella critica. Perché il punto non è mai stato garantire una protezione speciale alla politica, ma denunciare un meccanismo molto più grave che in alcune stagioni della vita pubblica italiana si è costruito attorno al rapporto tra una parte della magistratura e una parte del sistema dell’informazione. Un cortocircuito nel quale le intercettazioni sono state utilizzate non soltanto per finalità processuali, ma anche per produrre effetti politici e mediatici, alterando il confronto democratico e contribuendo spesso alla delegittimazione pubblica di figure scelte dagli elettori prima ancora dell’esistenza di una sentenza definitiva e talvolta persino in assenza di imputazioni realmente solide.
Ed è sufficiente ricordare quanto accaduto negli ultimi 20 anni per comprendere che il cuore della pubblicazione non era quasi mai rappresentato dagli elementi essenziali ai fini dell’accertamento dei reati. Molto spesso i giornali venivano riempiti da conversazioni private irrilevanti penalmente, riferimenti alla vita sentimentale, alle abitudini sessuali, ai rapporti personali, a frammenti di vita quotidiana che nulla aggiungevano alla contestazione giuridica ma che risultavano perfetti per alimentare la macchina del clamore mediatico. In quel sistema le Procure fornivano materiale ai giornali non tanto e non solo per informare i cittadini, quanto per alimentare un circuito di esposizione pubblica permanente, mentre una parte dell’informazione trasformava quelle conversazioni in un prodotto editoriale capace di aumentare vendite, audience e pressione sull’opinione pubblica. È stato questo il vero punto critico denunciato da chi si è battuto contro la pubblicazione indiscriminata delle intercettazioni.
Tutto questo, naturalmente, non significa mettere in discussione la libertà di stampa. Il punto è un altro: essa non può trasformarsi nella legittimazione automatica di qualunque forma di pubblicazione indiscriminata di atti e conversazioni private prive di reale rilevanza pubblica o penale. Ed è proprio qui che il paragone avanzato da Travaglio con la vicenda Garlasco mostra tutti i suoi limiti. Perché anche nel caso Garlasco assistiamo certamente alla pubblicazione di aspetti intimi e privati della vita delle persone coinvolte, fenomeno che resta discutibile e che pone comunque un problema serio di tutela della dignità individuale e di rispetto della presunzione di innocenza. Ed è altrettanto vero che la posizione di Andrea Sempio, almeno allo stato, appare caratterizzata da un impianto accusatorio che molti ritengono debole, con il rischio concreto che una persona venga trascinata dentro un enorme tritacarne ben prima di un definitivo accertamento giudiziario. Ma anche questa obiezione non elimina la differenza rispetto a determinate vicende politico-giudiziarie del passato. Perché qui il tema centrale resta comunque un’indagine per omicidio. Diverso era invece il meccanismo che si sviluppava in molte inchieste politiche, spesso costruite attorno a contestazioni elastiche o destinate a dissolversi nel tempo, ma sufficienti ad attivare il circuito delle intercettazioni e della loro diffusione pubblica. In quei casi il materiale irrilevante penalmente diventava il vero centro dell’operazione mediatica, producendo effetti reputazionali e politici enormemente più rilevanti della stessa consistenza dell’accusa. Il tema della diffusione incontrollata delle intercettazioni e degli atti di indagine non riguarda soltanto il rapporto tra stampa e giustizia, ma investe direttamente la percezione di imparzialità della funzione requirente, ragion per cui è difficile pensare che il Consiglio superiore della magistratura possa continuare a mantenere su una questione così delicata una posizione di sostanziale afasia istituzionale.
Questo naturalmente significa che anche nel caso Garlasco le regole non devono saltare. Ma proprio per difendere seriamente questi principi occorre evitare semplificazioni propagandistiche. Perché mettere sullo stesso piano le intercettazioni utilizzate in alcune vicende politiche come strumenti di pressione mediatica e di condizionamento del clima democratico con quelle relative a un’indagine per omicidio significa ignorare la differenza sostanziale tra un utilizzo patologico dello strumento investigativo e un’attività investigativa che, pur con tutti i limiti e le criticità del caso, resta comunque ancorata all’accertamento di una specifica fattispecie criminale.






