Kevin D. Roberts: «Ue, Onu e Oms dovrebbero sparire. La Brexit è la strada giusta per voi»

Kevin D. Roberts è il presidente della Heritage Foundation, una delle organizzazioni politico-culturali più influenti degli Stati Uniti, e della Heritage Action for America. Molto vicino al vicepresidente J. D. Vance, è voce ascoltata sia da lui sia da Donald Trump. Ci ha concesso una intervista in occasione del suo arrivo in Italia per la presentazione del libro Riprendere Washington per salvare l’America, pubblicato da Giubilei Regnani.
Ci può spiegare che fase sta vivendo Donald Trump? A molti anche in Italia sembra che abbia un po’ cambiato atteggiamento rispetto all’inizio, soprattutto riguardo alla politica estera e alle guerre.
«Penso sia stato molto coerente con la propria filosofia; far rivivere la più antica tradizione della politica estera conservatrice. Quella che negli Stati Uniti viene comunemente definita una politica estera moderata e prudente. Trump incarna il rifiuto dei due poli della politica estera: da una parte l’interventismo di George W. Bush, e dall’altra l’isolazionismo, che sostanzialmente negli Stati Uniti non esiste. È una costruzione inventata soprattutto dai media di sinistra contro quanti di noi sostengono una politica estera prudente. La parte della domanda che lascia intendere che le attività di Trump in Venezuela e in Iran rappresentino una violazione di questa linea prudente, secondo me non regge».
No? E perché?
«Non ci siamo impegnati né in cambi di regime né in operazioni di nation-building né in Venezuela né in Iran. Anzi, il presidente stesso ha dichiarato esplicitamente che non intende farlo. Istituzioni come Heritage, e in generale tutte le istituzioni conservatrici che contano negli Stati Uniti, fanno parte di questa corrente di politica estera prudente. Nel secondo mandato vediamo due cose. La prima è la continuazione di una linea molto coerente di Trump: usare l’esercito solo nei casi in cui questo porti benefici agli americani. La seconda è che sta dimostrando che tutte le persone che hanno definito lui, Vance, Heritage e anche me degli isolazionisti stavano mentendo».
Che ci dice dello scontro che Trump ha avuto con papa Leone XIV?
«Voglio bene a entrambi. Prego per entrambi. Da americano, sono molto grato al presidente Trump per aver ridato agli americani fiducia nel futuro del nostro Paese. E da americano e da cattolico romano convinto, sono anche molto orgoglioso del fatto che abbiamo il nostro primo Papa americano. Non definirei questa situazione come uno scontro. Penso che quanto accaduto sia stato spiacevole. E credo che la soluzione sia che entrambi passino più tempo insieme».
Cioè?
«Essendo due americani della stessa generazione, finiranno per instaurare una grande amicizia quando ne avranno l’occasione. Sono grato al vicepresidente e al segretario di Stato per aver gettato le basi di questo rapporto. Devo fare una notazione su alcuni media americani: gran parte di questa narrazione è un tentativo di creare una frattura non solo tra Trump e il Santo Padre, ma anche tra noi cattolici praticanti e conservatori politici che sosteniamo Trump. Ed è un tentativo destinato a fallire».
Parliamo dei rapporti tra Trump e Giorgia Meloni. Pensa che possa tornare quello di prima dopo ciò che è accaduto nelle ultime settimane?
«Immagino di sì. Penso ci sia un enorme rispetto reciproco tra i due leader. Ci sono dinamiche di politica interna in gioco, e ciascuno dei due deve tenere conto degli equilibri della propria coalizione. Credo sia importante leggere le apparenti divergenze di opinione tra loro attraverso questa lente».
Ci sono delle difficoltà impreviste che il presidente Trump non si aspettava in Iran, secondo lei?
«Sono grato del fatto che il presidente Trump abbia avviato il conflitto con l’Iran, che da 47 anni rappresenta una minaccia per gli americani, per i popoli pacifici dell’Occidente e per il mondo intero. Esistono anche conseguenze politiche ed economiche derivanti da queste azioni. Negli Stati Uniti siamo in gran parte protetti da molte di queste conseguenze economiche grazie alla nostra capacità di produrre autonomamente petrolio e gas. Questo però non vale per alcuni dei nostri amici e alleati più stretti nel mondo, Italia compresa. Per questo ciò che abbiamo incoraggiato il presidente a fare è portare il conflitto a una conclusione rapida. Pensiamo che Trump potrebbe dichiarare vittoria già adesso, e sarebbe comunque un successo. In questo modo, tornando a concentrarsi sulla politica interna e sui temi che stanno più a cuore agli americani».
La remigrazione è un tema di discussione piuttosto forte anche qui in Italia. Può essere una soluzione per la crisi migratoria in Europa?
«Sì, penso che lo sia nella maggior parte, dei Paesi europei. Dobbiamo riformulare il dibattito, insistendo sul fatto che le persone hanno il diritto di restare nei propri Paesi d’origine. Troppo spesso questo peso viene scaricato sui Paesi destinatari dei flussi migratori, i Paesi europei e gli Stati Uniti, e il volume e la velocità di queste migrazioni minacciano proprio quel sistema che rende possibile una politica generosa verso gli immigrati. Perciò bisogna trovare un equilibrio. E l’unico modo per farlo è adottare un approccio su due livelli. Il primo è chiudere il rubinetto, proprio come abbiamo fatto negli Stati Uniti. Poi bisogna fare il secondo passo, che è il cuore della vostra domanda: rimpatriare le persone che sono entrate illegalmente. Devo dirvi una cosa che probabilmente già sapete: in Europa le cose sono più complicate. Io incoraggerei semplicemente gli europei a prendere esempio dalle politiche del presidente Trump, anche se il suo stile comunicativo non è il vostro preferito, e a capire che le misure che sta adottando possono essere replicate anche in Europa».
A proposito degli obiettivi del presidente Trump, una delle cose più interessanti che si intravedevano all’inizio del secondo mandato era il tentativo di cambiare l’Unione europea o addirittura di sgretolarla. È ancora un obiettivo, se davvero lo è mai stato?
«Penso che esistano solo due entità che rivaleggiano con l’Unione europea nella violazione della sovranità e dell’autogoverno dei popoli: le Nazioni unite e l’Organizzazione mondiale della sanità. E il mondo sarebbe un posto migliore se tutte e tre sparissero. Lasciamo che siano gli europei a scegliere cosa fare a riguardo. Nelle intenzioni originarie dell’Ue, credo ci fosse l’idea che i Paesi membri ne avrebbero dovuto trarre benefici. Ma ciò che è accaduto è che si è trasformata in un’organizzazione sovranazionale che calpesta l’autogoverno dei singoli Stati, e mina attivamente le elezioni democratiche. Più a lungo i singoli Stati europei tollereranno queste assurdità, più gli americani considereranno l’Unione europea motivo di scherno. Per questo vi incoraggiamo almeno a riformare profondamente questo sistema. Noi pensiamo che sia possibile. Ma siamo anche molto orgogliosi di essere tra le principali istituzioni americane che celebrano la Brexit. E riteniamo che quella sarebbe la strada giusta per ogni Paese membro dell’Ue».
Ogni volta che si va alle elezioni è come se ci fossero dei poteri invisibili che si mettono di traverso per non permettere ai conservatori di vincere. Secondo questi poteri lei esistono e se sì quali sono?
«Certo che esistono. Basta chiedere al vincitore delle elezioni in Romania, oppure al primo ministro Orbán. Quel potere invisibile continua a esistere. C’è però anche una buona notizia: non bisogna mai sottovalutare la forza di un’idea il cui momento è arrivato. Basta chiedere ai britannici il giorno dopo il voto sulla Brexit: oggi Nigel Farage ha ottime possibilità di diventare il prossimo primo ministro del Regno Unito. Se lo aveste detto ai suoi colleghi del Parlamento europeo nel 2015, vi avrebbero dato dei pazzi. E invece stiamo vincendo».






